“Giallo della Versilia”. Un delitto del 1989 con tanti dubbi e molti lati oscuri

Circe della Versilia - Maria Luigia Redoli - amante Carlo Cappelletti - omicidio - Photo Josh-Appel-NeTPASr-bmQ-Unsplash

L’estate corre veloce sulla costa della Versilia. È il luglio del 1989. Sotto le luci stroboscopiche della discoteca “La Bussola” di Viareggio, la musica copre i pensieri.

A pochi chilometri di distanza, nel buio di un garage a Forte dei Marmi, il sangue macchia il pavimento.

Luciano Iacopi, sessantanove anni, ricco agente immobiliare, giace senza vita. Diciassette coltellate ne hanno straziato il corpo.

Da quel garage prende il via una delle vicende giudiziarie più controverse della storia italiana. Un caso che, a distanza di decenni, continua a sollevare interrogativi su come la giustizia, e prima ancora l’opinione pubblica, costruiscano i propri colpevoli.

È una storia che ci chiede di fermarci. Ci invita a smontare le narrazioni di comodo per guardare in faccia la complessità del reale, senza accontentarci delle verità confezionate in fretta.

Il morto e l’ombra dei debiti

Luciano Iacopi non è solo un facoltoso immobiliarista. A Forte dei Marmi tutti conoscono la sua seconda, e più redditizia, attività: presta soldi. E lo fa applicando tassi di interesse spaventosi.

È uno strozzino. La sua vita è un intreccio di crediti, scadenze, disperazione altrui e rancori covati in silenzio.

Quando la notizia della sua morte si diffonde, nei bar della città qualcuno stappa bottiglie di spumante. Un brindisi macabro, ma rivelatore del clima che circonda la vittima. Iacopi annota ogni prestito, ogni nome, ogni scadenza su una precisa agenda.

Quell’agenda sparisce nel nulla. Insieme al corpo martoriato, svanisce il libro nero dei debitori, un archivio di potenziali moventi e di perfetti assassini.

In un clima di omertà assoluta, nessuno si presenta dai carabinieri per dichiarare i propri debiti con la vittima.

La pista dell’usura è una voragine logica e investigativa. Richiede scavo, pazienza, analisi di flussi finanziari e silenzi omertosi.

Gli inquirenti, tuttavia, scelgono un’altra strada. Una strada più semplice, più adatta a riempire le pagine dei giornali e a soddisfare il bisogno di una soluzione rapida.

Il pregiudizio diventa movente

L’attenzione si concentra sulla moglie della vittima, Maria Luigia Redoli. Ha cinquant’anni, è una donna avvenente, ama la vita spensierata.

Al suo fianco c’è un giovane amante: Carlo Cappelletti, ventitré anni, carabiniere a cavallo.

Siamo nell’Italia del 1989. L’immagine di una donna matura, ancora bella e desiderosa di vivere, legata a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni, scatena un riflesso morale condizionato.

Il pregiudizio si fa largo nelle indagini e nelle aule di tribunale.

La cronaca nera ha bisogno di etichette per semplificare la realtà. Maria Luigia Redoli viene ribattezzata dalla stampa la “Circe della Versilia”.

Il soprannome è una condanna anticipata. Evoca la maga che ammalia, seduce e distrugge. È un frame narrativo perfetto: la vedova avida e lussuriosa che manipola il giovane amante per incassare un’eredità da sette miliardi di lire e rifarsi una vita.

Il giornalismo, rinunciando alla propria autonomia critica, sposa questa tesi. La trasforma in uno spettacolo.

Le prove a carico dei due amanti si basano su intercettazioni telefoniche ambigue e su comportamenti ritenuti sospetti, come il fatto che la donna sapesse della presenza di denaro nel portafoglio del marito morto senza essersi avvicinata al cadavere.

I carabinieri, per farli cedere, diffondono la falsa notizia del ritrovamento dell’arma del delitto.

Cappelletti, intercettato al telefono con un amico, pronuncia una frase (“Ancora sono in alto mare”) che gli investigatori interpretano come una confessione.

La fisica del delitto e il tempo negato

È quando si analizzano i tempi e i modi dell’omicidio, tuttavia, che la tesi accusatoria vacilla fino a sbriciolarsi.

La condanna definitiva all’ergastolo, arrivata in Appello nel 1991 dopo una rapida assoluzione in primo grado, richiede uno sforzo di immaginazione che sfida le leggi della fisica.

I giudici stabiliscono che Redoli e Cappelletti agiscono in un arco temporale ridottissimo, in pieno luglio, con il traffico estivo della costa.

Ricostruiamo i fatti. I due amanti trascorrono l’intera giornata insieme ai due figli di lei, Tamara di diciannove anni e Diego di quattordici. Cenano al ristorante San Domingo. Alle 21.30, passando in auto sotto casa, incrociano una pattuglia dei carabinieri e la salutano.

Luciano Iacopi, intanto, alle 21.45 è ancora vivo. Telefona a un’altra donna, un’amante incontrata poche ore prima a Follonica.

Alle 22.05, venti minuti dopo quella telefonata, Maria Luigia Redoli, Carlo Cappelletti e i due figli entrano nella discoteca “La Bussola” a Viareggio, a dieci chilometri di distanza.

I figli testimonieranno, ritenuti attendibili, che la madre e l’amante non si sono mai allontanati.

In questo frammento di tempo, i due amanti avrebbero dovuto:

  • attirare Iacopi nel garage;
  • colpirlo diciassette volte con un coltello;
  • evitare di sporcarsi con una sola goccia del lago di sangue che inondava il pavimento;
  • non farsi notare dai due figli che aspettavano in auto sotto casa;
  • compiere il massacro pochi minuti dopo aver salutato una pattuglia dell’Arma;
  • percorrere dieci chilometri nel traffico e presentarsi a ballare perfetti nei loro abiti estivi.

Aggiungiamo un dettaglio visibile e concreto: Carlo Cappelletti, il presunto esecutore materiale, ha la mano destra — la sua mano dominante — ingessata per una frattura al pollice.

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la scena di un crimine violento sa che sferrare diciassette coltellate richiede forza, produce schizzi di sangue in ogni direzione e lascia tracce indelebili sugli abiti e sui corpi degli assassini.

Addosso alla donna e al giovane carabiniere non viene trovata una singola traccia ematica.

Le domande senza risposta

Vi sono altri elementi che smontano la narrazione ufficiale.

L’autopsia rivela la presenza di melanzane sott’aceto nello stomaco di Iacopi. L’uomo aveva pranzato a Follonica con l’amante, ma quel cibo non era nel menù.

In casa sua, a Forte dei Marmi, non viene trovata alcuna confezione di melanzane. Quando, e con chi, ha mangiato Iacopi prima di morire?

Inoltre, esperti della difesa fanno notare un particolare agghiacciante: lo stato di coagulazione del lago di sangue nel garage sposta l’orario della morte ben oltre le ore 22.00. Un orario in cui i due condannati si trovano, circondati da testimoni, sotto le luci della discoteca.

L’avvocato difensore Graziano Maffei definirà la sentenza “un esempio di travisamento dei fatti, di illogicità, di contraddittorietà della motivazione”.

Le ombre sulla moglie della vittima restano. Alcuni anni dopo emerge la testimonianza di un sedicente mago a cui la donna avrebbe consegnato quindici milioni di lire per vedere il marito morto.

Una volontà malevola, forse. Tuttavia il desiderio di morte, per quanto eticamente riprovevole, non equivale all’esecuzione materiale di un omicidio con diciassette fendenti.

Il tribunale morale e il ruolo dei media

Questa vicenda ci impone una profonda riflessione sulla natura del pregiudizio e sul ruolo dell’informazione.

Quando la giustizia rinuncia a indagare la complessità (come la pista scomoda dell’usura) per abbracciare una narrazione semplice e moralistica, si consuma una sconfitta per lo Stato di diritto.

Maria Luigia Redoli e Carlo Cappelletti diventano i “colpevoli perfetti” non per la solidità delle prove a loro carico, ma per la loro aderenza a uno stereotipo sociale inaccettabile per l’epoca.

I mezzi di comunicazione, invece di farsi cani da guardia del potere e ricercatori di verità, assecondano questa deriva.

Trasformano l’aula di tribunale in un palcoscenico dove non si giudicano i fatti, ma si condannano i costumi.

Si sceglie il frame del tradimento e dell’avidità, tralasciando le evidenze fisiche, i tempi impossibili, il gesso sulla mano, le melanzane, l’agenda sparita.

Maria Luigia Redoli ha trascorso 24 anni nel carcere di Opera. Uscita, malata, si è ritirata ad Arezzo dove si è spenta nel 2019, a ottant’anni. Carlo Cappelletti, condannato all’ergastolo, vive oggi in regime di semilibertà.

L’importanza del giornalismo investigativo

Il caso di Forte dei Marmi non è solo cronaca nera del passato. È un monito severo per il nostro presente.

Ci insegna che ogni qualvolta sacrifichiamo l’autonomia critica sull’altare del sensazionalismo, ogni volta che permettiamo al pregiudizio di guidare le indagini e i titoli dei giornali, rischiamo di seppellire la verità sotto il peso dell’illusione.

Il giornalismo di valore richiede lentezza, metodo e rispetto per la dignità delle persone, anche quelle più controverse.

Ci impone di restare sulla soglia del dubbio. Ci obbliga a rifiutare gli algoritmi delle notizie facili per scendere nel pozzo profondo della realtà. Anche quando l’acqua è gelida.

Il giornalismo ci obbliga al rigore, anche quando la verità che troviamo non è quella che il pubblico, o il pregiudizio, si aspetta di leggere.

Ne è un esempio il lavoro che dal 2010 sto facendo – di studio e di ricerca sui documenti e sui media – sul caso di Milena Sutter, 13 anni, che secondo la narrazione ufficiale sarebbe stata rapita e uccisa per motivi di denaro. Era il 6 maggio del 1971, a Genova.

Sulla vicenda ho anche registrato il podcast Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.

Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media

Ombre sul Giallo. Le puntate sul caso criminale in Versilia

Ogni settimana smonto una narrazione. E racconto i media e l'IA.

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