Il Pozzo dell’Amore, i pozzi aridi e l’impegno a scavare ancora

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 Ci possiamo immginare la scena. Caliamo il secchio nel buio del pozzo. Ci attendiamo il rumore tonfo sull’acqua che accoglie il metallo. Invece, sentiamo soltanto un colpo secco, sordo, di pietra contro pietra.

Il secchio risale vuoto. Porta con sé soltanto polvere, qualche guscio di lumaca essiccato ed echi del buio inerte.

La tragica storia d’amore della nobildonna Isabella Donati e del soldato imperiale Corrado di San Bonifazio, nella Verona di inizio Cinquecento, ci ha condotto sin qui.

Fino a questo momento abbiamo percorso con loro un tratto di che cosa ci dice la leggenda del Pozzo dell’Amore, nel centro di Verona.

Abbiamo attraversato il tempo del respiro, la pazienza dell’attesa, il coraggio di mostrare le nostre fragilità. E poi l’influenza ingombrante del contesto sociale, che condiziona i loro e anche i nostri gesti.

Abbiamo guardato l’acqua che sale e quella che scende nel Pozzo dell’Amore, nell’illusione che una fonte rimanga inesauribile per sempre.

Oggi mi sento di affrontare assieme la paura più grande di chi ama e di chi comunica: il momento in cui il pozzo si prosciuga.

È il momento in cui le parole finiscono. I sentimenti sembrano esauriti e la relazione tra persone appare svuotata di ogni risorsa.

La sensazione della fonte prosciugata

Accade nelle coppie che convivono da anni, accade nelle amicizie storiche, accade nei rapporti di lavoro e persino nel dialogo tra le istituzioni e i cittadini.

Arriva un giorno in cui ogni tentativo di spiegarsi produce solo un’eco cava.

Ci guardiamo negli occhi e non troviamo nulla. Le domande rimbalzano sulle pareti di gesso del silenzio. Le risposte, quando arrivano, sono stanche, usurate, ripetute fino alla noia.

In quel momento di stallo, la tentazione immediata è quella di dichiarare la fine. Pensiamo che la relazione sia morta, che l’amore sia finito, che non ci sia più nulla da dire o da condividere.

Il soldato Corrado, davanti all’amata Isabella, ha provato questa forma di panico. Ha scambiato il silenzio di lei e la sua corazza per un pozzo del tutto secco.

Corrado ha creduto che là sotto non ci fosse più una sola goccia d’acqua per dissetare la sua passione. Da quella percezione di vuoto è nato il suo gesto disperato: se il pozzo è vuoto, tanto vale trasformarlo in una tomba.

Ha commesso l’errore tipico di chi scambia una siccità temporanea per una morte definitiva.

Il pozzo secco non è un pozzo morto

Un pozzo che non dà più acqua è un evento che spaventa. Tuttavia, nella cultura contadina della nostra terra veronese si sa che la siccità non coincide con la fine della sorgente.

La terra sotto la pietra conserva la memoria dell’umidità. Le falde sotterranee non scompaiono nel nulla: si abbassano, cambiano percorso, cercano nuovi anfratti tra le rocce.

Un pozzo secco ci mette di fronte a una doppia strada, a due scelte possibili che richiedono maturità e consapevolezza.

La prima strada è la scelta di scavare più in profondità.

La seconda strada è la pazienza di attendere nuove piogge.

La fatica di scavare più a fondo

Quando la superficie si prosciuga, significa che il livello abituale della comunicazione non basta più. Le parole di sempre, i codici consueti, i piccoli riti quotidiani hanno consumato la loro carica di senso.

Continuare a calare il secchio allo stesso livello non porterà mai acqua. Porterà solo polvere e frustrazione.

Andare più in profondità significa fare un lavoro faticoso di scavo interiore. Significa picconare la roccia delle nostre abitudini, rompere le croste del nostro orgoglio. E mettere a nudo strati di noi stessi che non avevamo mai mostrato all’altra persona.

Significa abbandonare le conversazioni di facciata e porsi domande sgradite: “Che cosa ho smesso di raccontarti? Quale ferita stiamo coprendo con questo silenzio? Di cosa abbiamo davvero paura?”.

Nel lavoro di cronista d’inchiesta che ho svolto per decenni, ho incontrato storie in cui la verità sembrava del tutto esaurita. Prendiamo ad esempio il caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano (Genova, maggio 1971).

Testimoni che non parlavano più, documenti che sembravano non dire più nulla. Mi sentivo come Giuseppe Ungaretti nella sua poesia Natale, scritta nel 1916:

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

A quella rinuncia, sul caso di Milena Sutter, io ho voluto reagire. Cosa potevo fare? mi domandai.

L’unico modo per far riemergere i fatti – mi resi conto – era cambiare piccone. Bisognava cambiare angolazione, abbandonare le piste battute da tutti e scendere più in basso, dove nessuno aveva ancora osato guardare.

È così che ho deciso di rileggere quella vicenda di oltre 55 anni fa da un differente punto di vista.

Nelle relazioni umane funziona allo stesso modo. Per ritrovare l’acqua in un pozzo che appare secco, occorre il coraggio di rompere il fondo rigido dei vecchi schemi.

La pazienza delle nuove piogge

Non sempre però è il momento di scavare.

Ci sono fasi della vita in cui picconare con foga rischia soltanto di far crollare le pareti di pietra; e così di seppellire la relazione sotto le macerie.

Ci sono momenti in cui l’unica cosa saggia da fare è sostare sul bordo del pozzo. E attendere.

Attendere che il tempo, le stagioni, le piogge della vita tornino a riempire il bacino profondo.

L’attesa non è inerzia o rassegnazione. È rispetto per i cicli dell’anima. Significa accettare che l’altro – o noi stessi – sta attraversando un periodo di aridità interiore, di stanchezza, di lutto o di trasformazione.

Imporre la parola a tutti i costi ,quando la sorgente è vuota, è una forma di violenza comunicativa. È pretendere che un albero dia frutti in pieno inverno.

Se Corrado avesse compreso la lezione delle stagioni, non avrebbe preteso da Isabella una risposta immediata, infuocata, dentro il gelo di quel febbraio veronese.

Corrado avrebbe saputo attendere il disgelo di marzo, la pioggia di primavera. E la maturazione lenta di un sentimento che aveva solo bisogno di tempo, per ritrovare il suo corso.

La trappola della rottamazione

In questo nostro tempo dominato dall’istantaneità e dal consumo rapido dei contenuti, la capacità di gestire i pozzi secchi si è quasi del tutto smarrita[cite.

Siamo immersi in un sistema digitale che ci abitua alla sostituzione immediata. Se un’applicazione non funziona, la eliminiamo. Se un profilo non ci soddisfa, facciamo uno scorrimento con il dito e passiamo oltre. Se un messaggio non riceve risposta in tempi brevi, viviamo l’ansia del rifiuto.

Trasferiamo questa logica di consumo rapido dentro le relazioni interpersonali e dentro la comunicazione pubblica. E questo ci causa stress, come ho avuto modo di toccare con mano nel dialogo distonico con un vecchio amico, con cui non ci si sente da molto tempo.

Appena un canale di dialogo mostra un momento di secca, appena la conversazione con il partner, con l’amico o con una lettrice diventa faticosa, tendiamo a rottamare il pozzo. Lo abbandoniamo per cercare un altro pozzo, convinti che altrove l’acqua sgorghi senza sforzo.

Cadiamo nell’illusione. E sappiamo che l’illusione dura soltanto 53 secondi. 

Io credo che se cambiamo cambia pozzo ogni volta che incontriamo la siccità, allosa siamo destinati a rimanere eterni assetati. Non impareremo mai l’arte di scavare, né la virtù adulta dell’attesa.

Insegno da oltre vent’anni Comunicazione Interculturale all’Università di Verona, come docente a contratto.

Ai miei studenti e alle mie studentesse ripeto che il vero incontro con l’Altro non avviene quando tutto è facile, quando tutto è fluido e tutto è gratificante.

Racconto loro di una mia vecchia amicizia, dove ho speso molto amore, ma che a un certo punto si è impiantata. Perché succede così, tra noi umani: facciamo morire le cose.

“Perché morire e far morire”, come cantava Giorgio Gaber nel pezzo Il Dilemma, “è un’antica usanza che suole aver la gente”.

Spiego in aula, nascondendo la commozione che mi prende ogni volta, che l’incontro autentico si misura sulla capacità di stare nel punto di rottura.

La comunicazione autentica si misura nel momento in cui i codici comuni sembrano non bastare più. E ci ristroviamo a rischiare la sensazione del vuoto.

Il confine tra siccità e vuoto definitivo

C’è a questo punto una domanda che urge: come facciamo a capire se il nostro pozzo è secco per un tempo limitato? oppure se la falda si è prosciugata per sempre?

È la domanda cruciale. Quella che richiede discernimento e onestà.

Un pozzo è secco in via temporanea quando, pur nel silenzio o nella fatica, rimane intatto il rispetto reciproco.

Quando sotto la superficie delle incomprensioni avvertiamo ancora la presenza dell’altro come un valore, non come un ostacolo, allora la siccità non è una condanna a vita. In quel caso, lo scavo o l’attesa porteranno di sicuro nuova acqua.

Il pozzo è invece esaurito quando la comunicazione è stata sostituita dal disprezzo. È stata sostituita dalla manipolazione sistematica; e dalla volontà di annullare la dignità dell’altro.

Lì non c’è più falda da raggiungere: c’è solo una pietra arida che inquina ogni tentativo di contatto.

Riconoscere questo confine evita il dramma dell’accanimento. Ci insegna a salutare con rispetto un pozzo vuoto per incamminarci verso nuove strade, senza rabbia e senza rancore.

Ritrovare il senso dell’acqua profonda

Torniamo con il pensiero a quel vicoletto cieco di San Marco ad Carceres, dove la leggenda colloca il dramma d’amore di Corrado e Isabella.

Ogni volta che mi fermo a guardare quella pietra antica, immagino una storia diversa.

Immagino Corrado che cala il secchio e lo ritrova vuoto. Immagino il suo sconcerto, la sua paura di non essere amato.

Tuttavia, invece di cedere al furore e di lanciarsi nell’abisso scuro, immagino che il soldato imperiale Corrado si sieda sul muretto di pietra accanto a Isabella.

Lo vedo guardare la fanciulla e dirle a bassa voce: “Il nostro pozzo oggi è secco, Isabella. Ma io sono qui. Non me ne vado. Dimmi se dobbiamo prendere i picconi per scavare più a fondo; oppure se dobbiamo solo sederci qui ad aspettare la pioggia”.

In quel momento, la corazza della nobildonna Isabella si scioglierebbe. Il peso del giudizio del pubblico svanirebbe.

Dagli occhi di Isabella e Corrado riprenderebbe a sgorgare l’unica acqua che conta davvero: quella della verità condivisa, senza maschere e senza paure.

In quel preciso istante, il Pozzo dell’Amore si trasformerebbe nel luogo del futuro e della speranza. E noi non staremmo qui a ricordare, con sgomento, i due innamorati senza vita sepolti nel buio, sotto il selciato del centro di Verona.

Maurizio F. Corte
(9 – continua)

*** Qui trovi gli articoli sul “Pozzo dell’Amore”

Ivano Fossati – Passalento

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