Chi decide le notizie che leggiamo ogni giorno? Sempre meno i giornalisti nelle redazioni, e sempre più i sistemi di raccomandazione che compaiono sui social media.
La posta in gioco è la nostra autonomia informativa, l’equilibrio dell’agenda pubblica e la qualità del dibattito pubblico.
Capire il passaggio dal tavolo del caporedattore al feed personalizzato dei social è un esercizio di igiene mediale, che merita di essere svolto.
Sia chiaro, non c’è una cabina oscura di un qualche Deep State che tutto ordina e controlla. C’è però un cambiamento di potere e di tecnica, che non possiamo ignorare se vogliamo trascorrere la nostra vita e svolgere il nostro lavoro con consapevolezza.
La prima pagina dei giornali, un tempo pensata nelle redazioni seguendo criteri espliciti (i “valori notizia”), cede il passo a un ordine invisibile, adattato ai nostri gesti.
Questo passaggio tocca la vita ordinaria ogni volta che sblocchiamo lo smartphone e scorriamo le news sul display.
Per capire il meccanismo, conviene partire dall’infrastruttura su cui poggia tutta la baracca dei media, a partire dal web e dai social.
Una torre di telefonia, pochi metri da casa, oggi collega il nostro telefono a piattaforme e banche dati.
In quel nodo transitano messaggi, dati, decisioni di priorità. I media sono anche questo: tecnologie che raccolgono, archiviano, elaborano e diffondono informazione. È su questa base tecnica che operano le raccomandazioni automatizzate su che cosa guardare, leggere, ascoltare.
L’algoritmo agisce come un medium che si interpone tra noi e il mondo.
A volte dà l’impressione di conoscerci. Non è magia. È calcolo su tracce del nostro uso: ciò su cui ci soffermiamo, ciò che ignoriamo, come interagiamo. Da qui una selezione delle informazioni che sembra cucita addosso alla nostra mente e alle nostre emozioni, fino a farci scambiare per naturale ciò che è una scelta di sistema.
La crisi del giornalismo e il regno delle piattaforme
Questo mutamento avviene mentre il giornalismo fa i conti con la crisi del suo modello economico; e con l’intermediazione delle grandi piattaforme (da Meta a Amazon, da Google a Microsoft, a Apple).
La cultura di quelle mega aziende – veri e propri imperi sovranazionali – nasce per segmentare le persone, così da venderne l’attenzione a chi fa pubblicità. Non sono interessati a unire cittadini attorno a una cornice comune. Hanno solo i loro interessi di bottega da tutelare.
Qui sta una parte del conflitto tra logica editoriale e logica algoritmica. La logica editoriale era frutto di scelte umane, che certo seguivano determinate routine professionali. La logica dell’algoritmo punta solo a farci stare in un certo posto, per poterci vendere pubblicità e tutto quanto fa business.
Anche la ricerca internazionale sulle abitudini informative ha messo al centro questa frattura, tra editoria e piattaforme.
Un lavoro recente di ricerca ha approfondito come il pubblico ragiona sulla personalizzazione delle notizie nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Ha studiato anche la “corda tesa” delle notifiche: come coinvolgere gli utenti senza sommergerli. E ha guardato al valore del giornalismo locale in un mondo dominato dalle piattaforme.
Non servono cifre per capire il nodo: la selezione automatica delle informazioni è entrata nell’esperienza quotidiana del giornalismo e anche dello spettacolo.
Il punto è che i media non stanno più fuori dalla vita: si fondono con essa. Apriamo un’app, leggiamo un articolo, ascoltiamo un podcast, inviamo un messaggio. Tutto scorre in uno stesso tessuto.
Viviamo nei media, non solo con i media. La loro pervasività li rende spesso invisibili. E la portata è globale: uno studio segnala miliardi di telefoni in circolazione nel mondo, connessi a piattaforme ovunque.
In questo scenario, la raccomandazione automatica diventa l’aria che respiriamo. Siamo nel tempo della mediatizzazione, dove tutto è organizzato attorno ai media digitali (e presto anche all’IA); e dove tutto dipende dai media.
Dal direttore di giornale all’algoritmo della piattaforma digitale: la differenza, nel proporci le notizie, sta nello scopo.
La redazione costruisce una gerarchia sulla base di criteri professionali e di servizio. Il sistema automatizzato ottimizza grandezze misurabili come interazione, crescita, profilazione per inserzioni.
L’algoritmo – che si comporta come una ricetta di cucina, quindi è una procedura – non possiamo dire che sia il male. È semmai una funzione: fa qualcosa secondo un certo percorso per arrivare a determinati risultati.
Il problema nasce quando questa funzione – la procedura automatica dell’algoritmo – diventa l’unico criterio di ordine delle notizie.
Come riconoscere l’automazione nei media
Come riconoscere l’impronta dell’algoritmo e dell’automazione nella nostra vita quotidiana? Guardiamo il percorso con cui un contenuto arriva a noi.
L’etichetta “Per te”, “Consigliati”, “Potrebbe interessarti” segnala un filtro automatizzato. Una notifica, che ci richiama su un tema già cliccato, porta il timbro della personalizzazione. Anche la sequenza che cambia dopo una nostra azione indica un ordine adattivo.
Non vediamo tutti la stessa vetrina. Vediamo vetrine su misura, costruite in corsa per adattarsi a noi. Per attrarci, coinvolgerci e farci restare più tempo possibile.
Questo non cancella il lavoro delle redazioni dei giornali. Lo sposta sullo sfondo.
Il titolo, la foto, l’apertura di un giornale digitale compongono ancora una proposta trasparente. Tuttavia quella proposta, quando entra in una piattaforma, viene rimescolata da regole che non dipendono solo dal direttore.
Chi commissiona la notizia non sempre decide dove e come la leggeremo.
C’è poi un effetto collaterale. Se la piattaforma spinge ciò che suscita reazioni rapide, la copertura rischia di rompersi in bolle di attenzione.
La società si ritrova, così, con agende divergenti, incapaci di riconoscersi. Non c’è più un terreno culturale comune.
Questo contesto digitale – tra piattaforme, algoritmi e automazione – è il territorio su cui i principi del buon giornalismo devono riaffermare la loro funzione, ricordando le ragioni per cui esistono.
È un richiamo ai valori fondamentali della nostra civilità, utile a distinguere ciò che serve alla democrazia da ciò che serve solo al traffico sulle piattaforme.
I criteri pratici per orientarsi nell’informazione
Quali sono, allora, i criteri pratici per orientarsi nell’informazione del tempo digitale? Chiedersi sempre chi ha deciso l’ordine delle notizie che stiamo vedendo, e per quale scopo.
Se l’ordine è redazionale, lo si riconosce dalla prima pagina di una testata, dalla sezione, dalla collocazione in evidenza.
Se l’ordine è algoritmico, lo si intuisce dal tragitto: un feed personalizzato, una raccomandazione, una notifica calibrata. In altre parole, prima di scorrere, proviamo a risalire alla mano che ha selezionato per noi.
Un secondo passaggio riguarda la dieta informativa. Ogni giornata digitale alterna flussi automatici e scelte consapevoli.
Inserire nel percorso momenti in cui entriamo diretti nella “regia” di una redazione, anche solo per pochi minuti, riequilibra il quadro. Non serve rinunciare alle piattaforme. Serve ricordare che l’algoritmo è una proposta, non è un dovere.
Insomma, al cibo precotto e confezionato, vediamo di alternare il cibo con i prodotti scelti da noi al mercato rionale.
Questo atteggiamento aiuta anche chi fa informazione. Se il lettore riconosce i diversi piani, può valutare meglio il lavoro editoriale. Può distinguere l’urgenza dalla pertinenza; e premiare chi costruisce contesti e non solo click.
È questo un patto tra chi seleziona con responsabilità le notizie e chi sceglie con attenzione quali notizie leggere. È un patto che non si firma una volta per tutte, ma che si rinnova a ogni apertura di app.
Il futuro non è scritto. La personalizzazione può servire la persona, se si allinea a obiettivi di qualità. Può aiutare a scoprire voci nuove, a seguire i temi che contano per la vita di una comunità, a non perdersi nel frastuono. Tuttavia, per farlo, ha bisogno di criteri chiari e di un giornalismo che non abdica al proprio mestiere di voce critica nel dibattito democratico.
La “dittatura dell’algoritmo” finisce quando torniamo a governare il nostro tempo di lettura.
Non dobbiamo praticare la diffidenza verso la tecnologia, semmai porre la domanda giusta al momento giusto: chi ha scelto questo per me? Da lì in poi, la strada si apre.
Possiamo cambiare fonte, cercare la prima pagina, interrompere un flusso, approfondire un tema. Sono questi piccoli gesti che rimettono la bussola in mano nostra. Non tanto per scagliarci contro qualcuno. Ma per batterci a favore della nostra libertà di capire.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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