“Il problema finale”. Un’isola, 13 sospetti e un ex Sherlock Holmes

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Dentro la serie Netflix e la nostra passione per gli indizi

Siamo nell’estate del 1959. Un temporale isola tredici persone in un hotel su un isolotto vicino a Maiorca.

Tra gli ospiti c’è un attore in pensione, Basil, famoso per aver interpretato Sherlock Holmes al cinema. Una turista inglese muore. Il verdetto iniziale è suicidio, ma qualcosa non torna. E così, l’ex Holmes si ritrova a fare sul serio quello che per anni ha solo recitato nei film a Hollywood.

È l’apertura di Il Problema Finale, la miniserie Netflix in quattro episodi, tratta dal romanzo di Arturo Pérez-Reverte. Regia di Félix Viscarret, un cast di peso, atmosfera Anni Cinquanta curata nei dettagli.

Le prime recensioni spagnole la definiscono elegante, ben recitata, capace di tenere lo spettatore incollato fino alla soluzione.

Non è questo il punto che mi interessa. Mi interessa cosa succede quando un libro che riflette su un genere – il genere giallo – diventa una serie che quel genere si limita a eseguirlo.

Il meccanismo del “giallo”

Pérez-Reverte ha scritto Il Problema Finale come un gioco a doppio livello.

Da una parte ci sono il delitto, i sospetti, l’indagine. Dall’altra c’è un ragionamento sulle regole del giallo classico: il patto con il lettore, i trucchi di Christie e Conan Doyle, il modo in cui un genere costruisce la sensazione di verità. E lo fa attraverso l’eliminazione progressiva delle alternative.

La serie tiene la prima parte e lascia cadere la seconda. Resta l’omaggio, cadono le domande sull’omaggio. Il risultato, secondo chi l’ha vista, funziona: intrattiene, incuriosisce, chiude i conti con ordine. Ma qualcosa si è perso per strada, e quel qualcosa è proprio la parte più utile per chi si occupa di media, non di trame.

Succede spesso, quando un’opera che riflette su se stessa passa dalla pagina allo schermo. Lo sguardo critico è la parte più difficile da filmare: non ha un’immagine, non ha un colpo di scena, non tiene lo spettatore sulla sedia. Il produttore sceglie quasi sempre la trama e lascia il pensiero al lettore del libro, che nel frattempo diventa una minoranza.

Vale per un romanzo giallo. Vale, identico, per un caso di cronaca vera che passa da un’inchiesta scrupolosa a un podcast di sei puntate, o da un’aula di tribunale a un titolo di giornale. La complessità si perde per prima. Resta la storia che si può raccontare in un’ora.

Scena de Il problema finale - i personaggi dell'hotel di lusso isolato

L’investigatore che ha solo recitato

C’è un secondo elemento che merita attenzione, ed è il protagonista stesso.

Basil – l’attore in pensione che ha impersonato Sherlock Holmes – ha imparato a dedurre in un solo modo: guardando copioni scritti da altri, per anni, davanti a una macchina da presa.

Adesso a Maiorca – in un caso vero di omicidio – deve produrre una verità reale, senza sceneggiatore, senza sapere già come va a finire.

È un’immagine che dice qualcosa su chi, oggi, racconta o guarda i casi criminali e giudiziari dopo essersi formato su decenni di fiction thriller.

Gli schemi imparati – guardando serie e film – diventano lenti con cui si legge un caso vero di cronaca nera: si studiano gli indizi, si cerca il colpo di scena, si aspetta la confessione finale. Insomma, si giudica un’indagine reale con i tempi e i ritmi di una sceneggiatura.

Chi segue il caso Sutter-Bozano lo sa bene: 55 anni di narrazioni, ricostruzioni, ipotesi che tornano uguali a distanza di decenni. E tornano così perché sono più facili da raccontare della complessità reale del caso umano.

Il giallo in tv, in questo modo, diventa qualcosa in più del mero intrattenimento: è una scuola di aspettative, silenziosa e continua, su come dovrebbero comportarsi un colpevole, una vittima, un investigatore.

Un’isola senza segnale

Un terzo dettaglio, meno vistoso, riguarda lo spazio in cui la storia si muove nella serie Il Problema Finale: un hotel di lusso isolato, senza telefono, senza collegamento con l’esterno.

La verità si costruisce solo con quello che sta dentro quella stanza. Indizi, alibi, sospetti rimbalzano tra tredici persone, senza nessuna informazione capace di entrare da fuori a correggere il quadro.

Siamo in quella che gli studiosi dei media chiamano la stanza dell’eco (echo chamber). Tutti chiusi in una cella, dove ci si rimbalzano sempre le stesse idee, la stessa verità, gli stessi punti di vista. 

Magari si dissente, e si litiga, in quella stanza. Tuttavia, non si cambia prospettiva. Non arrivano idee nuove a mutare l’aria stantia in cui tutti si vive, si lavora e ci si relaziona con gli altri.

È la stessa dinamica di certi spazi mediatici chiusi che conosciamo bene: gruppi, community, bolle informative dove ogni ipotesi trova conferma solo in altre ipotesi già presenti nella stanza.

Nessuno entra da fuori a dire che la premessa è sbagliata. La differenza è che nel giallo, alla fine, arriva la soluzione. Nella vita mediata, quasi mai.

Perché si cerca la soluzione al giallo

Le recensioni più severe della serie Il Problema Finale notano un tratto comune: la serie gioca sul sicuro, non rischia, resta fedele allo schema classico. È un’osservazione che, letta con occhi da media educator, apre più domande di quante ne chiuda.

Il giallo a stanza chiusa promette qualcosa di preciso: alla fine c’è sempre una soluzione, sempre un colpevole, sempre un ordine che si ricompone.

In un tempo di cronache vere che restano aperte per anni, senza verdetto, senza una fine che rimetta le cose a posto, quella promessa vale più della sorpresa. La soluzione del giallo rassicura chi guarda proprio perché rifiuta il rischio, e non accetta che non vi siano risposte alla domanda sul colpevole.

C’è allora da chiedersi cosa cerchiamo davvero, quando scegliamo un giallo che sappiamo già come andrà a finire, almeno a livello di meccanismo che porta a un risultato certo.

Serie Il Problema Finale - scena con l'investigatore Basil e una delle donne del giallo

Il segnale da portare a casa

La prossima volta che un caso di cronaca vera sembra “avere una soluzione ovvia”, vale la pena fermarsi un attimo.

È allora il caso di chiedersi se quella sensazione arrivi dai fatti sul tavolo, oppure arrivi da anni di schemi narrativi. Quegli schemi che il genere giallo ci ha insegnato a riconoscere, come segnali di colpevolezza.

Un alibi debole, un comportamento nervoso, un dettaglio fuori posto: nella fiction bastano a chiudere il cerchio. Nella realtà, quasi mai.

Distinguere le due cose — cosa dice lo studio scientifico del caso reale, rispetto a cosa dice il copione che abbiamo in testa — è forse l’unico attrezzo che serve davvero, dopo aver spento la tv.

Da questa angolazione, Il Problema Finale offre qualcosa in più, oltre alla godibilità del giallo classico, dell’ambientazione raffinata e coinvolgente, e di personaggi che raccontano tutti qualcosaLa serie spagnola ci porta, così, a riflettere – anche quando la sceneggiatura scivola o risulta poco credibile – sullo scarto tra la verità sostanziale dei fatti e i nostri pregiudizi. 

La serie Il Problema Finale è, allora, un’occasione per mettere alla prova il nostro senso critico. È un’occasione per orientarci tra le seduzioni dei racconti, delle apparenze e, se vogliamo dirla tutta, dei media che ci chiudono nelle stanze senza finestre.

Maurizio F. Corte

  • Maurizio F. Corte, giornalista dal 1978, è scrittore per i media e media educator. Professore a contratto all’Università di Verona dal 2003, coordina due Master del Centro Studi Interculturali: Mediazione interculturale, Comunicazione e Gestione dei Conflitti e Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale. Ogni sabato scrive la newsletter Officina del Vero™.

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