Media e Potere. L’analisi critica del discorso

  • Quali relazioni vi sono tra Media e Potere? Come quelle relazioni possono essere intercettate nelle narrazioni dei media? È poi vero che i racconti dei media possono essere “obiettivi” e lontani da ogni ideologia?

    A queste e altre domande dà risposta l’Analisi Critica del Discorso (Critical Discourse Analysis – CDA), assai utile nella lettura critica dei testi, sia scritti che multimediali.

    Negli ultimi decenni, l’Analisi Critica del Discorso (ACD) si è affermata come uno degli strumenti più potenti per indagare i rapporti tra linguaggio, potere e società.

    Nel campo degli studi sui media, l’ACD offre un approccio qualitativo capace di andare oltre la semplice descrizione dei contenuti, per penetrare nelle strutture profonde che li sostengono.

    L’obiettivo non è soltanto capire cosa viene detto, ma come viene detto e perché viene detto in quel modo, svelando le ideologie, le disuguaglianze e le relazioni di potere implicite nei testi mediatici.

    Origini e principi dell’Analisi Critica del Discorso

    L’ACD nasce come evoluzione degli studi linguistici e sociolinguistici, fondendo l’analisi del linguaggio con la teoria sociale critica.

    Tra i principali esponenti troviamo Norman Fairclough, Teun A. van Dijk e Ruth Wodak, che hanno contribuito a delineare un paradigma interdisciplinare, influenzato dalla linguistica, dalla sociologia, dagli studi culturali e dalla Filosofia politica.

    Il presupposto di base dell’ACD è che il linguaggio non è mai neutro: ogni testo – giornalistico, politico, pubblicitario – riflette e al tempo stesso costruisce realtà sociali.

    I media non si limitano a “rappresentare” fatti, ma partecipano in maniera attiva alla loro definizione. In questo modo, influenzano il dibattito pubblico e modellano percezioni e opinioni.

    Un metodo qualitativo di analisi

    L’Analisi Critica del Discorso si colloca all’interno dei metodi qualitativi di ricerca perché privilegia l’interpretazione contestuale dei dati rispetto, alla misurazione quantitativa.

    Non si concentra sul “quanto” un fenomeno compare nei testi, ma sul “come” viene espresso e con quali implicazioni.

    L’attenzione è rivolta alle sfumature linguistiche, alle scelte lessicali, alle metafore, alle strutture sintattiche e alla disposizione delle informazioni.

    L’analisi qualitativa tramite ACD richiede quindi:

    • Una lettura approfondita dei testi mediatici

    • Un’attenzione costante al contesto storico, politico e culturale

    • La capacità di collegare i micro-elementi linguistici alle macro-strutture sociali

    Nel contesto dei media, l’ACD può essere applicata a diversi tipi di contenuti:

    • Articoli di giornale (stampa cartacea e online)

    • Notiziari televisivi e radiofonici

    • Post e video sui social media

    • Comunicati stampa istituzionali e d’impresa

    • Pubblicità e campagne di comunicazione

    Alcuni esempi di applicazione includono:

    1. Analisi del framing: come una testata costruisce il “quadro” di un evento, selezionando certi aspetti e omettendone altri

    2. Rappresentazioni delle minoranze: come vengono descritti gruppi etnici, religiosi o di genere, e quali stereotipi vengono rinforzati o decostruiti

    3. Narrazioni di crisi: come media e istituzioni parlano di emergenze (pandemie, catastrofi naturali, guerre) e quali discorsi di responsabilità o colpa emergono

    4. Discorsi politici nei media: come il linguaggio politico viene mediato e reinterpretato dalle redazioni giornalistiche

    Come si fa l’Analisi Critica del Discorso

    Un’analisi rigorosa tramite ACD prevede una serie di passaggi metodologici:

    1. Definizione dell’obiettivo di ricerca
      Chiarire la domanda di partenza: ad esempio, “Come la stampa nazionale italiana ha rappresentato i migranti tra il 2015 e il 2020?”

    2. Selezione del corpus
      Scegliere un insieme di testi coerente per tema, periodo temporale e fonte. Questo può includere articoli di quotidiani, trascrizioni di telegiornali, post social ufficiali.

    3. Contestualizzazione
      Ricostruire il contesto politico, economico e culturale nel quale i testi sono stati prodotti e diffusi.

    4. Analisi linguistica di base
      Identificare scelte lessicali (parole chiave, connotazioni positive/negative), metafore, strutture sintattiche, modalità di attribuzione delle fonti.

    5. Analisi discorsiva
      Collegare le scelte linguistiche a più ampie strategie discorsive: ad esempio, la costruzione di un “noi” contrapposto a un “loro”.

    6. Interpretazione critica
      Mettere in relazione i risultati con le strutture di potere e le ideologie dominanti, evidenziando come il discorso contribuisca a rafforzarle o a contestarle.

    Gli strumenti teorici di riferimento

    L’Analisi Critica del Discorso utilizza concetti chiave che guidano l’interpretazione:

    • Potere: i testi mediatici spesso legittimano o contestano il potere politico, economico e culturale.

    • Ideologia: è l’insieme di credenze e valori che permeano il discorso e influenzano la percezione pubblica. In questo senso vi è sempre un’ideologia che sottende un testo sui media.

    • Egli/Noi: la costruzione identitaria tramite l’inclusione o l’esclusione di certi gruppi.

    • Interdiscorsività: il modo in cui diversi discorsi (politici, economici, culturali) si intrecciano in un testo.

    • Naturalizzazione: il processo per cui certe visioni del mondo diventano percepite come “ovvie” o “naturali”, senza che vi sia una ragione logica o fattuale per sostenerlo.

    Un esempio pratico di analisi con la ACD

    Immaginiamo di analizzare articoli sulla sicurezza urbana pubblicati da un quotidiano nazionale. L’ACD potrebbe rivelare che:

    • Si usano frequentemente metafore belliche (“assalto criminale”, “battaglia per le strade”).

    • Le fonti citate sono quasi soltanto quelle istituzionali (forze dell’ordine, amministratori), con scarsa presenza di cittadini comuni.

    • Le notizie sui reati commessi da minoranze etniche sono enfatizzate, mentre quelle che le vedono come vittime sono meno visibili.

    • L’insieme di queste scelte crea un frame (una finestra di lettura e visione delle notizie) che associa in modo implicito mmigrazione e insicurezza.

    Questo tipo di analisi permette di comprendere come il discorso mediatico non si limiti a “riflettere” la realtà, ma contribuisca a costruirla.

    Punti di forza dell’ACD

    • Profondità interpretativa: va oltre la superficie testuale, svelando le strutture ideologiche, che non mancano mai nei testi.

    • Flessibilità: è applicabile a diversi generi e formati mediali.

    • Connessione micro-macro: collega le scelte linguistiche individuali a dinamiche sociali e storiche più ampie.

    • Valore critico e trasformativo: mira a rendere visibili le disuguaglianze e a stimolare un cambiamento.

    Limiti e criticità della ricerca con l’ACD

    Come ogni metodo qualitativo, anche l’ACD presenta delle sfide:

    • Soggettività: l’interpretazione dipende dalla competenza e dalla sensibilità del ricercatore.

    • Intensità di lavoro: richiede tempo e impegno analitico per leggere e interpretare i testi. L’Intelligenza Artificiale, se usata con attenzione e competenza, può aiutare a svolgere il lavoro di analisi.

    • Difficoltà di generalizzazione: i risultati sono profondamente contestuali e non sempre estendibili ad altri casi.

    Per ovviare a questi limiti, spesso l’ACD viene integrata con altri metodi (ad esempio l’analisi quantitativa del contenuto), così da unire profondità qualitativa e ampiezza statistica.

    L’Analisi Critica del Discorso rappresenta, così, un approccio imprescindibile per chi vuole comprendere come i media influenzino (e siano influenzati) dalle strutture di potere e dai processi sociali.

    La sua forza sta nella capacità di smascherare la dimensione ideologica nascosta nei testi.

    La ACD è in grado, inoltre, di restituire al lettore e al ricercatore una consapevolezza maggiore dei meccanismi di costruzione della realtà.

    In un’epoca in cui le narrazioni mediatiche plasmano in modo rapido e pervasivo la percezione pubblica, padroneggiare l’ACD significa disporre di uno strumento non solo di analisi, ma anche di resistenza culturale.

    È un invito a leggere i media in profondità, a riconoscere ciò che si cela dietro le parole e a contribuire a un discorso pubblico più critico, inclusivo e democratico.

    Puoi leggere un esempio di applicazione dell’Analisi Critica del Discorso, utilizzata con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale generativa nell’articolo che ho scritto per il magazine di ProsMedia:


    Maurizio F. Corte
    (Per la sua ricerca, l’autore ha utilizzato l’Intelligenza Artificiale ChatGPT 5)

Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.

Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.

Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.

Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo

A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.

Avevamo una fame da lupi.

Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.

Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.

Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.

“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.

Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.

Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.

“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.

La sorpresa non era finita, a quanto pareva.

“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.

E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.

La reazione irosa del deserto

Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.

Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.

Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.

Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.

Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.

La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.

Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.

Gli effetti della guerra

Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.

Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.

Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.

Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.

Il crollo della speranza

Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.

È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.

È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.

Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.

E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.

Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.

Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.

La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.

Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.

Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.

Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.

È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.

Maurizio F. Corte
(30 – continua)

Marco Masini- Bella stronza

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