D’estate il mattino presto, poco dopo le 6, odorava di tiglio ed erba tagliata la sera prima.
Prendevo la mia Fiat 126, nel paesino in Valpolicella dove abitavo con i miei genitori e mia sorella, e andavo veloce verso la parte sud di Verona.
A poche decine di metri dalla Fiera di Verona c’era lo studiolo di Radio Stereo 2000.
Radio Stereo 2000 Era una radio libera, come si chiamavano allora. Diretta da un giornalista di alto profilo, Augusto Caneva, cronista di nera, la radio trasmetteva solo musica italiana.
Era il luglio del 1978. Io attaccavo alle 7 con Claudio Villa, Mina, Vanoni, Milva e gli altri grandi nomi della musica leggera italiana tradizionale.
Soltanto dopo le 9.30 (il mio turno finiva alle 10) mi permettevo il lusso di gettare sul piatto del giradischi – con tanto di mixer professionale – qualche cantautore.
Quel venerdì mattina toccò a Eugenio Finardi e al suo Extraterrestre.
Riascoltandolo oggi mi tornano alla mente l’odore di polvere sottile sui mobili della radio, i colori grigioverde degli arredi fonoassorbenti e il gusto del caffè che il signor Calogero – proprietario della radio e dell’annesso bar pizzeria – mi preparava attorno alle 9.
Quella che mi fa vivere la canzone di Finardi è un mix tra la madeleine di Proust e l’allucinazione che ti prende in mezzo al deserto.
Lasciata la terra bruciata che ci ritroviamo al 54° secondo, quando il tempo delle illusioni è terminato, eccoci allora a tentare di riemergere inventandoci un mondo.
È un luogo extraterrestre. È un tempo di allucinazioni, ovvero le nostre madeleine di comuni mortali.
Proust e le allucinazioni
Il verdetto, dopo il crollo dell’illudersi, è spesso ingiusto, doloroso, deludente.
La donna (o l’uomo) amata non ha risposto al nostro gesto d’amore; e possiamo considerare chiusa la faccenda.
L’impresa che ci aveva chiesto notizia di quel nostro lavoro – progetto, scrittura, manufatto che sia – si è dileguata, accampando buone ragioni contabili o legali.
Restiamo nell’aria immota che viene dopo la terra bruciata delle illusioni cadute. Quella terra che ha tutto cancellato, tutto reso riarso, tutto demolito.
Un modo differente di incontrare la realtà
Non crediamo ai nostri occhi. Ci si palesa davanti la più bella delle situazioni.
Il lavoro tanto agognato è tra le nostre mani. Un team di persone chiede a noi la direzione da prendere per il progetto.
I suoni ci giungono ovattati. C’è una grande luce a illuminare il set dove va in scena il nostro nuovo film.
Il tramonto dopo il tempo della luce
Passato il loro tempo, le illusioni rivelano la loro inconsistenza.
Eccoci a tenere tra le mani il resto, in spiccioli, della nostra ormai svalutata moneta.
Maurizio F. Corte
(30 – continua)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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