Un tempo c’erano la radio, i giornali, la televisione. Li seguivamo finché lo si riteneva utile e finché ne avevamo piacere. Poi bastava girare la manopola, piuttosto che riporre le pagine di giornale, e il capitolo informazione era chiuso. Fino al prossimo giro.
Oggi la sostanza della comunicazione è cambiata. I media, le piattaforme, i sistemi di comunicazione che usiamo ogni giorno non si limitano più a informarci o a intrattenerci. Sono costruiti per osservarci. E, insieme, ci hanno reso osservatori gli uni degli altri.
Questa doppia condizione — sorvegliati da un lato, sorveglianti dall’altro — non è un dettaglio tecnico. È una trasformazione silenziosa della democrazia, delle scelte politiche che facciamo, del modo in cui trattiamo chi è già ai margini.
Il voyeur che ci portiamo in tasca
Alla fine del Settecento, il filosofo Jeremy Bentham disegnò un carcere ideale: il panopticon. Una torre centrale, celle disposte intorno, e un solo sorvegliante capace di vedere tutti senza essere visto.
Il genio (crudele) del progetto stava nell’incertezza: i detenuti non sapevano mai se in quel momento qualcuno li stesse guardando. Così, per prudenza, si comportavano come se lo fosse sempre.
Il filosofo francese Michel Foucault, due secoli dopo, ha usato quell’immagine per spiegare come funzionano il controllo sociale e il potere anche fuori dalle carceri: nelle scuole, in fabbrica, negli ospedali.
Il potere più efficace, scriveva Foucalut, non è quello che punisce dopo. È quello che modifica il comportamento prima, soltanto con la possibilità di essere osservati.
Oggi quella torre non serve più. Ce la portiamo in tasca. È un voyeur tascabile, il nostro cellulare.
Lo smartphone sa dove siamo, con chi parliamo, quanto tempo restiamo su un contenuto, cosa ci fa rallentare lo scorrimento del dito.
I social media sanno se un post ci ha fatto arrabbiare prima ancora che lo commentiamo, perché registrano il tempo di lettura, la pausa, l’esitazione.
Le piattaforme di streaming sanno se abbiamo interrotto una serie perché ci ha annoiato; o perché qualcuno è entrato in stanza.
La differenza rispetto al carcere di Bentham è che nessuno ci ha rinchiuso con la forza. Siamo entrati nei media controlmanti con le nostre gambe: da soli, attratti dalla comodità, dalla connessione, dal bisogno di essere visti a nostra volta.
Il comportamento come materia prima
C’è un concetto che aiuta a mettere ordine in questo scenario: la sorveglianza è un modello economico, non è soltanto uno strumento di controllo politico.
La studiosa Shoshana Zuboff lo ha chiamato capitalismo della sorveglianza: un sistema in cui l’esperienza umana viene trasformata in dati comportamentali.
Nel capitalismo della sorveglianza i dati vengono raffinati in previsioni. E le previsioni vengono vendute a chi vuole orientare — comprare, votare, credere — le nostre scelte future.
Non veniamo sorvegliati solo per essere capiti meglio. Veniamo sorvegliati per essere prevedibili. E, quando serve, per essere spinti in una direzione piuttosto che in un’altra.
Come? Con un annuncio calibrato, una notizia messa in evidenza, un contenuto che ci tiene incollati un minuto in più.
Il punto delicato, qui, è la differenza tra personalizzazione e manipolazione.
Un servizio che ci consiglia un libro – simile a quello che abbiamo appena finito – ci fa comodo. Un sistema che decide quali notizie politiche vedremo, in base a quanto ci faranno reagire, ci sta già orientando senza che ce ne accorgiamo.
Il consenso pilotato
C’è un dettaglio che vale la pena fermare. Racconta molto di come questo sistema si sia costruito la propria legittimità: il consenso.
Prima di usare quasi ogni servizio digitale, abbiamo cliccato “accetto” su un testo lungo. È un testo scritto in un linguaggio giuridico, che pochi leggono davvero e che pochissimi capiscono fino in fondo.
Da un punto di vista formale, abbiamo acconsentito. Da un punto di vista sostanziale, non avevamo alternativa reale: o si accettava, o si restava fuori da servizi ormai necessari per lavorare, studiare, mantenere relazioni. E spesso anche per informarci.
Questo è un punto su cui l’etica dovrebbe guidare la tecnica, e non il contrario.
Un consenso raccolto senza reale possibilità di rifiuto non è un consenso: è una formalità che serve a chi raccoglie i dati, non a chi li cede. Eppure è su questa finzione giuridica che si regge gran parte dell’architettura di sorveglianza in cui viviamo.
La chiamiamo scelta libera. A dirla tutta, assomiglia più a un pedaggio obbligato per entrare nella vita pubblica contemporanea.
La restrizione della democrazia
La democrazia ha bisogno di almeno due condizioni:
- cittadini che accedano a informazioni da potersi confrontare
- uno spazio pubblico dove le opinioni diverse possano incontrarsi e mettersi alla prova
La logica della sorveglianza commerciale mina entrambe le condizioni.
Primo: se ogni persona riceve una versione diversa della realtà, ritagliata su misura per tenerla incollata allo schermo, non esiste più un terreno comune su cui discutere.
Due elettori possono vivere in due mondi informativi diversi, quasi due Stati separati, pur abitando la stessa città, lo stesso condominio.
Non stanno leggendo bugie diverse: stanno leggendo verità parziali diverse. Ciascuna verità è stata scelta per loro da un sistema che non ha alcun interesse alla loro formazione civica, ma solo alla loro permanenza sulla piattaforma.
Secondo: la comunicazione politica ha imparato a usare gli stessi strumenti di profilazione pensati per venderci scarpe o assicurazioni.
Un messaggio elettorale può oggi essere scritto in decine di varianti, ciascuna calibrata sulle paure specifiche di un segmento di pubblico individuato attraverso i dati.
Non si convince più un elettorato con un’idea sostenuta in pubblico, discutibile e criticabile da tutti. Si intercetta una persona precisa, nel momento in cui è più vulnerabile a quel messaggio, con un contenuto che nessun altro vedrà e che quindi nessun altro potrà contestare.
Questo non è dibattito democratico. È marketing comportamentale applicato al voto.
Chi paga il prezzo più alto
C’è un aspetto di questa vicenda che mi tocca nel profondo. Vengo dal popolo e sono parte del popolo.
Mio padre Walter era un eccellente meccanico d’auto. Mia madre Maria ha fatto prima la baby-sitter, poi si è messa ad aiutare mio padre. Anche quando ci siamo imborghesiti, acquisendo una certa agiatezza del vivere, amava dire che “noi siamo operai”. Lo diceva da donna democristiana.
Ebbene, la giustizia sociale è connessa in modo stretto con la sorveglianza. Il controllo digitale, a distanza, non pesa infatti allo stesso modo su tutti.
I sistemi predittivi usati in alcuni Paesi per orientare i controlli di polizia si basano su dati storici. E i dati storici riflettono decenni di controlli concentrati su quartieri poveri e su minoranze.
Il risultato è un cerchio che si chiude su se stesso: si controlla di più chi è già stato controllato di più; e l’algoritmo scambia questa storia per una previsione neutra.
Gli algoritmi che valutano l’affidabilità creditizia, l’idoneità a un lavoro, il rischio di frode in una richiesta di sussidio, si nutrono degli stessi dati sbilanciati.
Chi vive già in condizioni di svantaggio economico o sociale lascia tracce, nel solo vivere quotidiano, che i sistemi automatici leggono come segnali di rischio. Non perché quella persona sia più pericolosa o meno affidabile. Ma perché la sua vita, essendo più esposta ai controlli, produce più dati da controllare.
Posso sottoscriverlo, avendoli conosciuti: i figli di papà non sono controllati come il giovane che fa le pulizie il martedì mattina nel palazzo dove abito.
Chi ha risorse può permettersi discrezione: consulenti legali, servizi a pagamento che riducono la propria impronta digitale, la possibilità stessa di non dover chiedere un sussidio. E quindi di non finire in un database del welfare.
La sorveglianza, insomma, non è cieca. Guarda con più insistenza proprio verso chi ha meno strumenti per difendersi. E dimostra più tolleranza verso chi ha già potere.
Chi si occupa di comunicazione interculturale lo vede con chiarezza particolare: i corpi già discriminati nella narrazione mediatica — il migrante, il povero, chi vive ai margini — sono anche i corpi più sorvegliati nella pratica algoritmica. La rappresentazione distorta e il controllo tecnico si rinforzano a vicenda.
C’è poi una generazione che sta crescendo tutta dentro questo sistema, senza aver mai conosciuto un tempo precedente.
Sono i figli, i nipoti, gli studenti che ho davanti da oltre vent’anni all’Università degli Studi di Verona. Per loro la sorveglianza reciproca non è un’eccezione da notare: è l’aria che respirano fin da bambini, tra videochiamate, giochi online e profili social aperti prima ancora di saper scrivere in corsivo.
Educare al pensiero critico su questo tema, oggi, non è un esercizio accademico. È un atto di responsabilità verso chi erediterà un mondo già cablato per essere osservato. E dove l’osservazione va verso chi è meno potente.
Quando siamo noi a sorvegliare
C’è poi una seconda forma di sorveglianza, più quotidiana e meno discussa: quella orizzontale, tra noi cittadini e cittadine.
I social hanno reso ciascuno di noi un piccolo osservatore permanente della vita altrui.
Guardiamo cosa pubblica un collega, cosa scrive un ex partner, come si comporta un vicino di casa in un video ripreso da un balcone. E sappiamo, mentre pubblichiamo qualcosa, che qualcun altro sta facendo lo stesso con noi.
Questo produce un effetto che gli studiosi chiamano raffreddamento del dissenso: sapendo di essere osservabili in ogni momento, da chiunque, per sempre — perché Internet non dimentica quasi nulla — molte persone scelgono il silenzio.
Sicurie di essere guardate, molte persone non pubblicano l’opinione scomoda. Non firmano la petizione impopolare. Non condividono il dubbio sulla versione ufficiale di un fatto di cronaca. Hanno paura di essere etichettate, isolate, escluse dal gruppo.
È una forma di autocensura che non ha bisogno di nessuna legge liberticida per funzionare. Basta la certezza, o anche solo il sospetto, di essere visti.
Qui il paradosso si chiude: una tecnologia nata, nella retorica delle piattaforme, per darci più voce, finisce in un tunnel. Quella tecnologia restringe lo spazio di chi vorrebbe usarla per dire qualcosa di davvero scomodo.
Cosa possiamo ancora fare
Non credo che la risposta a tutto questo sia il rifiuto della tecnologia. Sarebbe un lusso per pochi, oltre che un errore di analisi.
I media e l’Intelligenza Artificiale sono già dentro la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, l’educazione dei nostri figli. Il problema non è l’esistenza dello strumento. È l’assenza di consapevolezza su come funziona.
Un altro problema è l’assenza di regole capaci di orientare lo strumento della sorveglianza verso la dignità delle persone, invece che verso il profitto di chi lo possiede.
Qualche criterio pratico, per orientarsi, mi sento qui di indicarlo in cinque punti:
- Chiedersi sempre chi guadagna da quello che stiamo guardando, e come. Un contenuto che ci arriva “gratis” ha quasi sempre un costo, pagato in dati e in attenzione.
- Distinguere tra personalizzazione utile e manipolazione: la prima ci fa risparmiare tempo su scelte poco rilevanti; la seconda orienta scelte importanti — politiche, economiche, relazionali — facendoci credere che siano solo nostre.
- Ricordarsi che chi ha meno potere è quasi sempre più esposto, e più vulnerabile agli effetti distorti della sorveglianza algoritmica.
- Coltivare spazi — reali, non solo digitali — dove si può parlare senza sentirsi osservati e giudicati. La democrazia, prima che nelle urne, si esercita nella capacità di dire cose scomode a voce alta. Possiamo farlo davanti a qualcuno che può risponderci in disaccordo, senza che questo diventi una sentenza pubblica permanente.
- Insegnare tutto questo a chi viene dopo di noi, senza trasformarlo in un catalogo di divieti. Un figlio, uno studente, una persona che stiamo formando al lavoro non ha bisogno di sentirsi dire “non usare i social”. Ha bisogno di capire come funzionano, cosa raccolgono, a chi conviene la loro attenzione.
È solo con questa consapevolezza si può scegliere, e non solo subire, il tempo digitale in cui viviamo.
Sono convinto che il pensiero critico su questi temi non sia un lusso per addetti ai lavori. È un diritto civico, oggi ancora più urgente di ieri.
Chi comunica — che sia un giornalista, un’insegnante, un genitore, un formatore — ha una responsabilità educativa precisa: aiutare chi ascolta a vedere il meccanismo, non solo il risultato.
La domanda che mi porto dietro, e che lascio a te che leggi, la tengo per chiudere questo articolo.
Ogni piattaforma che usiamo osserva più di quanto racconti, e ci rende osservatori gli uni degli altri più di quanto ci renda liberi. Domand: quanto della nostra visione del mondo è davvero nostra? E quanto, invece, è già stata scelta per noi, un dato alla volta?
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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