L’emergenza sicurezza usata come strumento di controllo politico

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C’è una storia che si ripete, identica nella sua architettura ma diversa nei volti che mette in scena. È la storia di un fatto di cronaca – spesso marginale, talvolta tragico, sempre isolato – che all’improvviso diventa il sintomo di un’epidemia.

Ci hanno provato con la fuga di migranti dal Marocco alla spagnola Ceuta, in Nord Africa.

L’enclave di Ceuta – distante migliaia di chilometri dall’Europa, d’improvviso è diventata l’inizio di un’invasione barbarica, stando alla premier italiana, Giorgia Meloni. E stando alle affermazioni, senza alcun fondamento, del ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Siamo alle solite: anziché comprendere e poi spiegare un problema, per trovare una soluzione, lo si utilizza per seminare paura, incertezza e inquietudine.

Ecco, allora, che un gruppo di adolescenti che si scontra in una piazza di provincia diventa la prova inconfutabile di una “baby gang” che assedia la città.

Un furto in appartamento si trasforma nella certezza che le nostre case non sono più sicure. Un ragazzo straniero coinvolto in una rissa diventa il simbolo dell’invasione.

Ci si dimentica, nel frattempo, dell’emergenza – questa sì vera – dell’evasione fiscale che toglie decine e decine di miliardi alla sanità, alla sicurezza, alla scuola, alla ricerca e al sistema industriale. Per non parlare delle politiche del lavoro, che sono da incentivare.

Ci si dimentica della mafia, che sta dietro al traffico di droga e al traffico di migranti. E si scorda pure la corruzione.

Quante volte abbaimo del resto provato quella sottile inquietudine scorrendo le notizie sul nostro smartphone, tra un impegno di lavoro e l’organizzazione della vita familiare? Quella sensazione che il mondo stia scivolando verso il disordine, che le regole siano saltate, che la minaccia sia sempre più vicina a noi e ai nostri figli.

È un’inquietudine comprensibile. Umana. Eppure quel senso di allarme non è quasi mai il riflesso naturale della realtà. È invece il prodotto di un meccanismo preciso, costruito con cura per orientare le nostre decisioni senza che ce ne rendiamo conto.

Oggi esploriamo insieme il concetto di panico morale: una delle chiavi di lettura più potenti per smontare le narrazioni mediatiche e riprendere il controllo del nostro giudizio critico.

La fabbrica dei demoni: il panico morale

Per capire come funziona questo meccanismo, dobbiamo fare un passo indietro e tornare all’Inghilterra dei primi Anni Settanta.

È in quel periodo che il sociologo Stanley Cohen pubblica un testo fondamentale. È un libro destinato a cambiare per sempre il nostro modo di guardare ai media e alla criminalità: Folk Devils and Moral Panics (1972).

Cohen osserva un fenomeno curioso. Sulle spiagge inglesi si registrano alcuni scontri tra due gruppi giovanili, i Mods e i Rockers. Sono scaramucce, episodi di teppismo giovanile che in altre epoche sarebbero stati derubricati a intemperanze fisiologiche. Eppure la stampa britannica li trasforma in una minaccia apocalittica per l’intero ordine sociale.

Cohen definisce questa reazione sproporzionata “panico morale” (moral panic). E la sua definizione è di una precisione chirurgica.

Il panico mora è una condizione, un episodio, una persona o un gruppo che emergono come minaccia ai valori e agli interessi della società. La loro natura viene presentata in modo stilizzato e stereotipato dai mass media. Le barricate morali vengono presidiate da giornalisti, commentatori, politici e altri benpensanti.

Non si tratta di un errore di valutazione. È una costruzione sociale. I media, agendo come cassa di risonanza, creano quelli che Cohen chiama folk devils: i “demoni popolari”, i capri espiatori.

In questa atmosfera di caccia alle streghe, i giovani, gli immigrati, i marginali vengono spogliati della loro umanità e complessità per essere ridotti a stereotipi bidimensionali. Divengono figure stilizzate del male contro cui la società perbene deve mobilitarsi.

Questo processo non è casuale. Segue una spirale precisa che Cohen chiama “spirale di amplificazione della devianza” (deviancy amplification spiral).

Eccone i passaggi:

  • un fatto accade (l’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta),
  • i media lo amplificano in modo sproporzionato (grazie anche alle immagini),
  • il pubblico reagisce con indignazione, temendo l’invasione,
  • le istituzioni rispondono con misure repressive,
  • la repressione genera nuovi episodi di devianza,
  • i media li amplificano di nuovo
  • È un circolo vizioso che si autoalimenta.

In questa spirale operano quelli che Cohen definisce “imprenditori morali” (moral entrepreneurs): politici, opinionisti, leader religiosi, editorialisti. Questi personaggi scuri della scena pubblica cavalcano l’onda dell’allarme per consolidare il proprio ruolo di custodi dell’ordine.

Non sono spettatori, gli imprenditori morali. Sono attori interessati.

C’è infatti da sottolineare un elemento, quasi sempre taciuto. L’ho scoperto lavorando come cronista di cronaca “bianca” (politica e amministrativa) negli Anni Novanta, al quotidiano L’Arena di Verona.

Quell’elemento – che sottende episodi di razzismo, discriminazione, esclusione – è l’interesse economico. Scavando possiamo scoprire a chi giova creare allarme: non è solo allarme funzionale a raccogliere voti; è interesse a guadagnare denaro e tenere le persone sotto controllo e pressione.

La logica dei media: lo spettacolo del crimine

Perché i media si prestano a questo gioco? La risposta ci viene da un’altra studiosa, Yvonne Jewkes, autrice di Media & Crime (2004).

Jewkes ci spiega che i media non sono specchi neutri che riflettono la realtà, ma sono filtri attivi che la selezionano e la modellano secondo una logica industriale.

Come spiego sempre alle allieve e allievi del Master in Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale, le notizie date dai media non sono fatti. Sono racconti sui fatti, che noi giornalisti costruiamo.

Come giornalisti, operiamo sulla base di quelli che in gergo chiamiamo “valori notizia” (news values).

Una notizia, per essere tale, deve rispondere a determinati criteri, ci dicono le regole del giornalismo: deve essere drammatica, vicina al pubblico sul piano geografico o psicologico, deve coinvolgere personaggi riconoscibili e, soprattutto, deve poter essere raccontata in modo semplice, con una chiara contrapposizione tra buoni e cattivi.

Il crimine è la materia prima perfetta per questa logica.

Un episodio di microcriminalità urbana – la rissa tra giovanissimi, per tornare al nostro esempio iniziale – viene selezionato perché è facile da raccontare e genera indignazione immediata.

Tuttavia, nel momento in cui viene raccontato, quell’episodio viene anche estrapolato dal suo contesto sociale, economico e relazionale.

Non si parla più del disagio giovanile, dell’assenza di spazi aggregativi, delle periferie abbandonate, della mancanza di lavoro, della fragilità delle famiglie. Si parla solo della “baby gang”: un’etichetta pronta per l’uso che semplifica la complessità; e rassicura il pubblico offrendo un colpevole chiaro.

La studiosa Jewkes ci ricorda che questa narrazione crea un divario enorme tra la criminalità reale e quella percepita.

Le statistiche possono dirci che i reati violenti sono in calo da decenni. Tuttavia, se i media inondano i nostri schermi con notizie di aggressioni, la nostra percezione sarà quella di un’emergenza senza precedenti. È

la vittoria del frame – la finestra sulla realtà – sul dato concreto, aderente ai fatti.

C’è un altro aspetto che Jewkes mette in luce con grande efficacia: la rappresentazione stereotipata dei “criminali”.

Sono quasi sempre giovani, maschi, appartenenti a minoranze etniche o a classi sociali subalterne. Questa ripetizione ossessiva degli stessi volti e degli stessi profili costruisce – nell’immaginario collettivo – una mappa del pericolo che non corrisponde alla realtà del crimine.

La criminalità economica, l’evasione fiscale, la corruzione dei colletti bianchi – reati che producono danni sociali enormi – restano invisibili, perché non rispondono ai criteri dello spettacolo.

Il discorso della paura e l’algoritmo del giornalismo

A questo punto potremmo chiederci: a chi giova tutto questo? Perché trasformare un fatto isolato in un’emergenza nazionale?

La risposta risiede nell’intreccio tra media e potere.

David Altheide, nel suo libro Qualitative Media Analysis, ha coniato l’espressione “problem frame”: la cornice del problema. I media trasformano eventi complessi in storie morali universali focalizzate sul disordine.

I media, possiamo verificarlo anche da noi, creano un vero e proprio “discorso della paura” (discourse of fear) che pervade la comunicazione pubblica.

La paura è uno strumento politico formidabile. Quando i cittadini sono spaventati sono disposti ad accettare limitazioni delle proprie libertà; e a invocare politiche repressive che, in tempi normali, rifiuterebbero. Percepiscono, infatti, che l’ordine sociale è minacciato dai folk devils di turno.

Il sistema dei media rilanciano e rimbalzano le notizie allarmistiche, che non hanno il fondamento che pensiamo. In questo modo – grazie al loop informativo – le notizie si avvitano su se stesse, si amplificano, proprie mentre si allontanano dai fatti.

Il panico morale giustifica, lo sappiamo, il pugno di ferro. Giustifica la videosorveglianza capillare, il daspo urbano, le ordinanze anti-bivacco, i decreti sicurezza.

Il panico morale sposta, soprattutto, l’attenzione. Sposta l’attenzione dai problemi sistemici – l’evasione fiscale delle élite, la corruzione strutturale, le disuguaglianze che crescono, il definanziamento dei servizi pubblici – per concentrarla sul nemico visibile, sul capro espiatorio marginale.

È più facile prendersela con il ragazzino che ruba uno smartphone, piuttosto che con il sistema il quale produce la sua marginalità.

Bernard Cohen, nel 1963, aveva colto con una formula divenuta celebre il cuore di questo meccanismo: i media “non sono sempre efficaci nel dire alle persone cosa pensare, ma lo sono in modo sorprendente nel dire loro a cosa pensare”.

È la teoria dell’agenda setting, confermata dallo studio di McCombs e Shaw nel 1972: le questioni che riteniamo importanti sono quelle che i media mettono in agenda. Non le altre.

Noi giornalisti, purtroppo, siamo spesso complici inconsapevoli di questo meccanismo.

Le routine professionali ci impongono schemi obbligati. Scegliamo gli ingredienti e le procedure seguendo un algoritmo culturale sedimentato nelle nostre pratiche. Privilegiamo l’emozione sulla comprensione, l’allarme sull’analisi, il caso singolo sul fenomeno strutturale.

È un giornalismo che rinuncia alla sua vocazione critica per diventare, di fatto, funzionale al mantenimento dell’ordine dominante.

Come ci ricorda lo studioso Denis McQuail, il sistema dei media è nella sua struttura funzionale al mantenimento dell’ordine dominante. Questo accade nelle dittature e accade anche nelle democrazie. Con una differenza: nelle democrazie, il meccanismo è più sottile, più raffinato, più difficile da smascherare.

Chi sono i veri “folk devils” del nostro tempo?

Guardiamoci intorno. Chi sono oggi i capri espiatori designati dal panico morale?

I “maranza” delle periferie. I giovani stranieri. I senza fissa dimora. I “writers” che imbrattano i muri. I piccoli spacciatori di strada. Sono loro i folk devils del nostro tempo: figure su cui si scarica l’ansia collettiva, di una società che non riesce a fare i conti con i propri problemi e le proprie, sconcertanti, ingiustizie.

Nel frattempo, la grande criminalità organizzata opera indisturbata nelle economie delle nostre città – da Milano a Verona. Le mafie riciclano denaro, controllano appalti, infiltrano la politica locale.

Le mafie, in compenso, non producono panico morale, perché non rispondono ai criteri dello spettacolo mediatico. Non sono visibili, non sono fotografabili, non hanno il volto del “diverso” che spaventa.

Eppure non c’è piccola criminalità senza grande criminalità. Non c’è lo spaccio di strada senza il narcotraffico internazionale. Non c’è il furto in appartamento senza il sistema di ricettazione che lo rende possibile.

Tuttavia, questa complessità non entra nel frame del panico morale, perché il panico morale ha bisogno di semplicità, di contrapposizioni nette, di nemici riconoscibili.

Difendersi dal panico morale: il discernimento critico

Come possiamo difenderci da questa ingegneria della paura? Come possiamo evitare di essere trascinati nella spirale del panico morale?

La risposta non è ignorare i problemi o negare che il crimine esista. La risposta è il discernimento critico. È la capacità di fermarsi davanti alla notizia strillata; e porsi alcune domande essenziali.

  • La prima domanda: qual è la cornice interpretativa (il frame) che mi stanno proponendo? Se la notizia parla di “emergenza baby gang”, chi ha deciso che si tratta di un’emergenza? Su quali dati si basa questa affermazione? Quanti episodi servono per fare un’emergenza?
  • La seconda domanda: quale contesto è stato tagliato fuori da questo racconto? Cosa non mi stanno dicendo? Quali sono le condizioni sociali, economiche, familiari che hanno prodotto quel certo fatto?
  • La terza domanda: chi trae vantaggio politico o economico da questa paura? Chi sta usando questo allarme per proporre nuove leggi, nuove misure, nuove restrizioni? E a chi si applicano queste misure?

Dobbiamo esigere – da noi stessi come fruitori e dai media come produttori – una comunicazione che non si accontenti della superficie.

Abbiamo bisogno di una comunicazione che osi “scendere nel pozzo”, per usare l’immagine della leggenda veronese del Pozzo dell’Amore.

Scendere nel pozzo significa abbandonare le etichette facili come “baby gang” o “mostro”, per guardare in faccia la complessità umana e sociale dei fenomeni.

Il panico morale si nutre della nostra stanchezza

Il panico morale si nutre della nostra stanchezza e della nostra fretta. Si insinua nelle nostre vite quando, sopraffatti dalle scadenze e dalle preoccupazioni, accettiamo la versione semplificata del mondo che ci viene offerta.

È più facile credere che il problema sia “là fuori”, incarnato in un gruppo riconoscibile, piuttosto che ammettere che le cause sono strutturali, diffuse, complesse.

Riprendere il controllo significa rallentare. Significa chiedersi ogni volta: questo allarme è proporzionato ai fatti? Questa narrazione mi sta aiutando a capire o mi sta solo spaventando? Questa paura serve a me o serve a qualcun altro?

Il pensiero critico non è un lusso intellettuale. È uno strumento di autodifesa democratica.

Ricordiamoci di un punto: ogni volta che accettiamo un panico morale senza interrogarlo, cediamo un pezzo della nostra autonomia di giudizio. E ogni pezzo ceduto rende più facile, la prossima volta, accettare una narrazione ancora più semplificata, ancora più allarmistica, ancora più funzionale a chi detiene il potere.

Solo così potremo trasformare il nostro sconcerto di fronte a un mondo complesso in un’energia nuova: l’energia di chi legge la realtà senza farsi manipolare dalla paura.

Maurizio F. Corte

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito alcune delle fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.

Il lavoro di studio e analisi è supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Notebook LM, Claude, Gemini, Manus.

  • Cohen, S. (1972). Folk Devils and Moral Panics: The Creation of the Mods and Rockers. Routledge.
  • Jewkes, Y. (2004). Media & Crime. SAGE Publications.
  • Altheide, D. L., & Schneider, C. J. (2013). Qualitative Media Analysis. SAGE Publications.
  • Cohen, B. (1963). The Press and Foreign Policy. Princeton University Press.
  • McCombs, M., & Shaw, D. (1972). The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36(2), 176–187.
  • Carah, N., Ahn, S. K., & Dobson, A. (2024). Media & Society. SAGE Publications.

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