Il caso di Milena Sutter, a Genova nel maggio del 1971, è un caso di scomparsa? Oppure è un caso di sequestro di persona (con poi l’omicidio) per motivi di denaro?
Nel trattare, in un suo podcast di agosto 2024, il giornalista Stefano Nazzi parte con i dati dei sequestri di persona in Italia negli anni in cui è sparita, e poi morta, Milena Sutter, 13 anni nel 1971.
È evidente che per Nazzi, autore del podcast Indagini, la cornice con cui inquadrare il caso di Milena è quello del sequestro. Non quello della scomparsa di una minorenne all’uscita della Scuola Svizzera dove frequentava la terza media.
L’effetto framing è questo: l’angolo scelto per raccontare un evento criminale (ma anche sociale oppure politico) orienta la percezione prima ancora che la nostra mente completi l’analisi.
Non è un trucco da illusionisti. È un principio operativo del lavoro giornalistico e della comunicazione visiva.
Ogni notizia seleziona, ordina, mette a fuoco. Non può fare altro. Proprio per questo la cornice conta. Dentro una cornice un fatto appare urgente o secondario, conflittuale o negoziabile, minaccioso o risolvibile.
Capire come funziona il frame, e come riconoscerlo, ci restituisce controllo sul modo in cui interpretiamo politica, economia, società e cronaca.
Ecco che la risposta a una certa domanda ci fa decidere su quale frame assumere per leggere il reale: la guerra di Donald Trump, presidente Usa, all’Iran nel 2026 è una guerra di liberazione da una orribile dittatura teocratica? È una battaglia a difesa della libertà ed esistenza di Israele? Oppure è un modo per mantenere l’egemonia in Medio Oriente e, nel contempo, testare le nuove armi e tenere allenate le Forze Armate?
Come opera l’azione di framing
La prima leva del framing è il linguaggio. Un’etichetta sposta l’orizzonte di senso.
Il termine scelto per definire un gruppo politico, un movimento di piazza, una rete criminale o un imputato non è mai neutro.
Un verbo al posto di un altro cambia l’azione descritta: l’azione “si verifica” attenua, l’azione “ordina” attribuisce comando, il verbo “spara” identifica l’azione.
La forma passiva di un verbo sfuma chi agisce. Un esempio: “Sei morti nella Striscia di Gaza per un raid aereo”.
La forma attiva del verbo mette, invece, un volto su un gesto. Sono piccoli interventi che, sommati, offrono al lettore un percorso prestabilito.
La seconda leva del framing è l’immagine. Nella produzione multimediale, inquadratura, angolazione e collocazione della telecamera orientano lo sguardo e, con esso, la valutazione.
Le guide operative sul giornalismo multimediale trattano proprio di inquadrature, sequenze, angoli, aperture e chiusure.
Anche la sola posizione della videocamera durante un’intervista, o la scelta di un primo piano invece di un campo lungo, incide sul tono della storia. E incide sulla percezione di potere, empatia o distanza tra soggetti in scena.
Questo non avviene in astratto. Le redazioni dei media fanno scelte dentro vincoli e strategie.
Nella storia recente del giornalismo, la spinta a intercettare pubblici mirati ha peraltro modificato l’indipendenza di sguardo.
La selezione dei contenuti – secondo i tipi di pubblico da raggiungere – può portare a privilegiare certe cornici rispetto ad altre. Si arriva, così, a ridefinire l’equilibrio tra distanza critica del giornalismo e seduzione dell’audience.
Se un settore punta a gruppi ben definiti, la cornice interpretativa tenderà a parlare il loro linguaggio, a rispecchiarne paure e aspettative. Il rischio è che la notizia si adatti al perimetro del target, più che al perimetro del fatto.
Il framing non riguarda solo i singoli articoli. Permea anche i discorsi sull’industria dei media.
Diversi modi di vedere il mondo
In un recente rapporto sull’editoria digitale, accordi tra editori e piattaforme sono presentati come strumento per allargare il pubblico e coinvolgere nuovi lettori.
Già la presentazione di un’intesa, come opportunità di “espansione” di un certo settore, ci dice che il modo in cui si racconta un processo economico indirizza la sua lettura pubblica.
La cornice decide se un negoziato appare come tutela dell’informazione, svolta tecnologica o semplice come un affare.
La teoria dei media invita a considerare l’insieme dell’industria culturale: chi organizza la produzione, i contenuti, i pubblici a cui i contenuti sono indirizzati.
C’è da dire che non è facile distinguere in modo netto questi elementi, perché la realtà della comunicazione di massa è fatta di intrecci e sfumature.
Leggere l’azione di framing significa, allora, muoversi dentro questa complessità, senza fermarsi al primo livello del testo. È così importante osservare come la forma del notiziario dei media costruisca il senso che percepiamo; e come il contesto professionale influisca sulle scelte narrative.
A questo proposito, è importante che torniamo un attimo alla selezione dei contenuti. A quella che viene definita la teoria dell’agenda setting: gli argomenti, e la loro gerarchia di importanza, influenzano dove noi, come pubblico, portiamo l’attenzione.
Il risultato? Molti italiani pensano che vi sia un’emergenza microcriminalità giovanile, che di sicuro rappresenta un problema. Tuttavia non hanno mai in mente tre altre emergenze che tutto condizionano della nostra vita personale e sociale:
- l’evasione fiscale, con decine di miliardi di euro sottratti a sanità, scuola, ricerca, sicurezza;
- la corruzione nella pubblica amministrazione, che causa sprechi e concorrenza sleale verso le imprese oneste;
- le mafie, che spacciano droga, si infiltrano nell’economia e nel commercio, condizionano i pubblici esercizi e determinano lo sviluppo (e i problemi) del sistema Italia
Il risultato? Il frame ci porta a pensare ai maranza e a ignorare mafia, corruzione e contribuenti ladri.
Come riconoscere l’effetto cornice delle notizie
Come si riconosce l’effetto framing (cornice) nella vita ordinaria, quando scorriamo le notizie sul telefono?
Partiamo dal titolo. Spesso la prima parola è una chiave. Se la norizia si apre su uno scontro, cerchiamo dove sta il contenuto di merito.
Se l’articolo o il servizio video esordisce con una cifra, domandiamoci quale confronto manca.
Nella cronaca giudiziaria, valutiamo se un soggetto è definito dal reato presunto o dal ruolo che ricopre o dal suo status sociale.
Nell’informazione politica, osserviamo se un atto amministrativo è presentato come mossa tattica, di interesse politico, prima che come decisione che incide su persone e servizi.
Dopo il titolo, passiamo alla struttura del pezzo, articolo, servizio radio o tv che sia.
Dove si colloca la prima citazione? Se arriva subito e ha un tono polemico, quella voce guiderà la cornice.
Se la ricostruzione dei fatti occupa poco spazio rispetto alle dichiarazioni, è probabile che il frame sia conflittuale. E in ogni caso ci orienta sulle opinioni, prima di farci conoscere l’accaduto.
Un incastro diverso – dati, poi testimonianze, poi commento – apre altre letture.
Anche l’ordine delle immagini in un servizio video costruisce un racconto: una sequenza di sirene e spintoni attiva un certo pathos; un’apertura con documenti e mappe imposta un altro registro di lettura.
Infine, ascoltiamo i silenzi. Che cosa resta sullo sfondo? Quali attori mancano? Quali conseguenze non sono esplorate? La Scuola di Palo Alto ci dice che non si può non comunicare, perché il comportamento è comunicazione e non possiamo avere un “non comportamento”.
Ebbene, anche l’assenza di informazioni e il silenzio ci parlano. E a volte ci dicono molto più di tante parole.
La cornice, il frame, per definizione, mette a fuoco e taglia ai bordi ciò che vediamo: come una finestra, insomma. Sapere che il taglio esiste, ci aiuta a cercare cosa è rimasto appena fuori dal campo.
C’è un criterio pratico che aiuta a esercitare discernimento sulle informazioni che ci vengono date, senza trasformarci in tecnici della comunicazione.
Chiamerò questo criterio “prova dell’alternativa plausibile”. Funziona così: proviamo nella mente a sostituire una parola del titolo con un sinonimo neutro. Oppure, immaginiamo lo stesso servizio con una macchina da presa più ferma nelle inquadrature e una ripresa più ampia, che ci mostra più elementi.
Se, dopo queste modifiche, il nostro giudizio sull’evento cambia con chiarezza, significa che il frame ha inciso molto.
Le cornici pilotate da dare al pubblico
Non è un male in sé. Ogni racconto ha bisogno di una cornice. La domanda da farsi è se quella cornice è dichiarata, proporzionata al fatto, aperta a elementi che la complicano. E se quella cornice ci impedisce di vedere qualcosa.
Nel caso, che citavo all’inizio, di Milena Sutter, il frame del sequestro ci impedisce di valutare la scomparsa della ragazzina, a Genova, nel maggio del 1971. Ci ostacola nel capire se qualcosa di diverso possa essere successo; e quindi se altre persone siano state coinvolte.
Di quanto accaduto a Milena Sutter e all’unico sospettato, imputato, prima assolto e poi nel 1975 condannato all’ergastolo, Lorenzo Bozano, parlo nel mio podcast Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.
Con questo podcast non ho fatto altro che demolire il frame dominante del sequestro di persona per motivi di denaro. E ho suggerito altri frame, nella narrazione sulla vicenda di Milena.
La riflessione critica sull’azione di framing si lega a una responsabilità del sistema dell’informazione; e anche dello stesso sistema della creatività (cinema, teatro, musica, arti).
Quando la logica del pubblico-target guida la produzione, la tentazione è di offrire cornici già pronte, coerenti con l’identità del lettore o dello spettatore. Si preparano, insomma, piatti pronti e già decisi, anziché offrire sperimentazione e nuove esperienze.
È qui che l’indipendenza torna in gioco. L’oscillazione storica tra distanza critica e adesione a pezzi di pubblico-target, descritta nelle analisi sul giornalismo, ricorda che la qualità del frame non dipende solo da chi scrive, ma anche dall’ambiente economico in cui lavora.
Bussola personale al pensiero critico
Il pensiero critico sul frame vale come bussola personale. Non serve diventare scettici verso ogni titolo o ogni immagine.
Basta rallentare un attimo e chiedersi:
cosa mi sta facendo vedere questa cornice?
- Cosa non sto vedendo?
- Chi parla per primo e chi commenta dopo?
- Che effetto avrebbe un’altra parola, o un’inquadratura più larga?
Sono domande semplici, ma bastano per riprendere le redini del nostro giudizio sull’informazione. E quindi sulla nostra realtà.
Il framing non scompare. È parte del mestiere e del consumo delle notizie. Possiamo però abitarlo con consapevolezza.
Possiamo cercare più versioni dello stesso fatto. Confrontare il tono, non solo il contenuto. Valutare se la cornice apre domande o chiude discussioni. È un esercizio che, col tempo, affina l’occhio e alleggerisce il rumore.
L’obiettivo non è coltivare diffidenza, ma guadagnare autonomia. La cornice ci accompagna: a noi tocca scegliere se seguirla passivi o usarla per vedere meglio.
Di qui gli interrogativi inquieti e inquietanti che mi pongo vedendo i telegiornali o leggendo le notizie sui social.
Come mai tanta insistenza sui maranza e i migranti che delinquono? E tutti i migranti stranieri sfruttati nei campi e nel terziario, per prodotti e servizi che paghiamo comunque a caro prezzo?
Perché le mafie e l’evasione fiscale non trovano spazio quotidiano sui giornali?
A cosa è dovuta la scarsa attenzione a un’emergenza – il gioco d’azzardo legalizzato – che manda sul lastrico persone e rovina famiglie?
Possiamo davvero dire che è tutta una questione di frame. Il frame tuttavia non è qualcosa di magico e invisibile. Possiamo identificarlo e, se del caso, modificarlo. E sostituirlo con una finestra più veritiera.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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