Quando cominciai a fare il giornalista, nel febbraio del 1978, alla bella età di 21 anni, per scrivere i pezzi usavo una macchina da scrivere Underwood.
Si picchiava sui tasti. I tasti picchiavano sulla carta arrotolata attorno al carrello. A fine riga, si riportava il carrello all’inizio della carta per proseguire nella scrittura.
Cosa restava alla fine del lavoro? Un foglio di carta, su cui erano stampate le parole (con errori e correzioni a mano) del mio articolo. L’interlinea dove essere larga abbastanza perché il capocronaca – o chi comunque leggeva il pezzo e lo passava in tipografia – potesse farvi qualche cancellazione; o correggervi qualcosa.
Una volta che l’articolo finiva in pagina, la mia opera di scrittura finiva nel cestino della redazione. Ciò che restava, passato il giorno di pubblicazione sul giornale, era una pagina custodita – assieme alle altre pagine dell’edizione di quel giorno – in un archivio dell’editore. E negli archivi delle biblioteche comunali.
Tranne i lettori e le lettrici di quel giorno in cui usciva l’articolo – e qualche raro studioso dei vecchi giornali – nessuno avrebbe più saputo nulla delle informazioni contenute nel mio pezzo.
Tutto finiva nell’oblio. O nel libro di qualche storico, se andava ricca.
Oggi i destini degli articoli di giornale funzionano in modo diverso. I media non sono più soltanto canali di informazione. Sono infrastrutture che estraggono valore, trasformando la nostra vita in dati.
Il mondo nuovo in cui viviamo
È cambiato l’ambiente. È cambiato il paradigma. E la partita si è fatta assai più delicata, rispetto a un articolo su un giornale. C’è una partita mica da poco: una partita fatta di informazioni che hanno un valore perenne.
La posta in gioco è allora la nostra capacità di capire come funziona questo sistema, che cosa registra di noi e con quali effetti su tempo, relazioni e istituzioni.
Se non vediamo l’infrastruttura in azione e nella sua essenza, la scambiamo per “ambiente naturale” e perdiamo il nostro margine di scelta.
Per capire di cosa parliamo basta guardare cosa è cambiato nei nostri quartieri.
Dove prima c’era un negozio di noleggio video, ora svetta un’antenna di telefonia. Non è solo un cambio di paesaggio. Quelle torri sono nodi che collegano i nostri telefoni a banche dati e piattaforme.
Attraverso le piattaforme passano messaggi, immagini, istruzioni che ormai coordinano gran parte delle nostre giornate.
Quello che prima era un articolo – corredato di foto e zuppo di informazioni – che finiva in un archivio ignorato da tutti, oggi è una miniera di eterno presente.
Se oggi esce un pezzo su cui si scrive che Maurizio Corte ha vinto un premio alla lotteria della sagra di paese, tutto il mondo su Internet – quindi davvero tutto il mondo – può venirlo a sapere. E anche fra 50 anni qualcuno potrebbe leggerlo sul web; oppure su un social di ricordi.
Il sistema dei media, tra software e cavi fisici
È bene che ci ricordiamo che i media sono oggi raffinate tecnologie per raccogliere, archiviare, elaborare e distribuire informazione. Per sostenerli serve giocoforza una rete fisica e logica capillare, che penetra il tessuto urbano e domestico.
È tutta roba che cambia il paesaggio, condiziona le economie e influenza in modo determinante la nostra vita quotidiana. E i nostri gusti.
La presenza dei cosiddetti nuovi media – che tanto nuovi non sono – è del resto ovunque. Case, uffici, scuole, strade. La diffusione dei telefoni spinge verso una condizione in cui esperienze, lavoro, politica, cultura e identità passano attraverso schermi e piattaforme.
Pensiamoci bene: potremmo vivere senza confrontarci con uno schermo? Mi riferisco a quello dello smartphone, oltre a quello del computer per lavorare.
Le macchinette. Così noi giornalisti di una certa età abbiamo sempre chiamato i computer. Ebbene, le macchinette oggi non sono più uno strumento da usare. Sono una presenza ontologica: sono l’essere della nostra vita, il fondamento.
Uno studio recente stima in miliardi i telefoni mobile in uso, a dimostrare una centralità dei media che investe ogni ambito e lo modifica. Nulla resta intatto dal passaggio dei media digitali nelle nostre vite.
Questo cambio non riguarda solo i contenuti. Tocca il modo in cui il mondo viene scritto.
L’organizzazione delle notizie e dei dati
Con l’avvento di tecnologie di registrazione e trasmissione, la priorità non è più l’espressione autentica dell’interiorità, ma lo scrivere e l’organizzare l’informazione.
Modernità vuol dire razionalizzazione, standardizzazione, dataficazione: che sia un caso che queste tre parole fanno rima con azione?
La digitalizzazione porta tutto in un codice organizzato. Non è una semplice svolta tecnica: le tecnologie modellano la nostra attenzione, modellano la nostra percezione; e modellano anche la nostra identità.
È un lavoro che – va riconosciuto – i media hanno sempre fatto.
La differenza è che con i vecchi media, con le vecchie tecnologie (prendiamo la radio, il giornale, la televisione) c’era un momento per metterle in funzione. E c’era un momento in cui le si spegneva. E si faceva altro.
Adesso, anche quando fai altro – vai a camminare o guardi un paesaggio e assapori un piatto vegano – la tecnologia è lì presente. Calcoli allora i passi fatti, scatti una foto, giri un breve video, che sbatterai come reel sul tuo profilo social.
Ogni gesto diventa traccia: la sorveglianza
Se la funzione centrale dei media oggi è scrivere le informazioni che ci riguardano da qualche parte e organizzarle, allora ogni nostro gesto diventa una traccia.
È qui che si innesta il quadro che molti definiscono capitalismo di sorveglianza: è un ordine del mondo – economia ma anche relazioni – in cui la sorveglianza non è soltanto controllo. È anche un principio di funzionamento economico e sociale.
La sorveglianza non vuol dire per forza spiare, come si vede nei film o nelle serie televisive. Vuol dire trasformare le nostre azioni e le relazioni che intratteniamo in segni leggibili, confrontabili, modulabili.
Paolo Errico, Ceo di Maxfone, azienda veronese che si occupa di Big Data, interviene di solito alla consegna dei diplomi del Master in Mediazione Interculturale e Gestione dei Conflitti, che da molti anni organizziamo come Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona.
L’ultima volta, davanti a oltre 200 persone che aspettavano di vedere la consegna dei diplomi, ha stupito più di qualche astante con una frase a effetto che affermava una grande verità: “Vedete, voi siete seduti qui. E mentre siete qui seduti producete dati, con i vostri comportamenti. Questi dati possono essere immagazzinati e studiati”.
Quello che Paolo Errico, in altra occasione, ha sottolineato è che poi quei dati servono anche per prevedere ciò che le persone faranno. Si chiama analisi predittiva.
Del resto i processi digitali oggi registrano e modulano ogni passaggio della nostra attività online. E lo fanno per predire quanto faremo.
La raccolta e la gestione dei dati che ci riguardano
Ogni mattina, quando prendiamo in mano il telefono, la prima cosa che accade è una connessione a un’antenna.
Da lì partono e arrivano dati che danno forma al nostro tempo: messaggi, appuntamenti, pagamenti, percorsi di ricerca su social e web.
Quei nodi diffondono idee, raccolgono informazioni, filtrano flussi. Il canale coincide con l’infrastruttura che organizza le nostre scelte.
Nella pratica, ciò appare in modo silenzioso. Un’app ci chiede di attivare la nostra posizione per “migliorare il servizio”. Una piattaforma ci accoglie mostrando contenuti in sintonia con le ultime interazioni registrate. Un contapassi trasforma movimenti in serie numeriche.
Secondi, clic, soste, scorrimenti diventano iscrizioni in database. Il contenuto è ciò che vediamo; l’infrastruttura è ciò che misura.
Questo non avviene solo nello spazio pubblico. L’intimità stessa è attraversata da dispositivi e servizi connessi. Le ricerche su privacy e sorveglianza mostrano come i confini tra privato e pubblico si spostino in ambienti dove la mediazione digitale entra nelle stanze di casa, nei rapporti più stretti, nella cura di sé.
Si parla anche di sorveglianza sociale e intima. È il segno che non c’è solo la traccia lasciata dagli attori economici; c’è anche la traccia visibile a cerchie di contatti e di reti di relazioni.
Tutto questo corre a una velocità che ridisegna il nostro rapporto con il tempo e lo spazio.
L’accelerazione dei sistemi di comunicazione – come sappiamo – ha compresso distanze e tempi, cambiando il ritmo di lavoro e di svago. Questo fenomeno ha avuto inizio sin dai viaggi in mare alla scoperta dell’America, nella seconda metà del Quattrocento.
Tuttavia, oggi le comunicazioni – nelle interazioni vicine a. noi e in quelle a migliaia di km di distanza – passano attraverso tecnologie di rete e piattaforme sociali.
La connettività continua non è solo uno stato tecnico: entra nella vita quotidiana, e si fa pressione costante sul tempo disponibile. È come se le caravelle di Cristoforo Colombo fossero in perenne, totale e velocissimo movimento per ogni angolo del mondo. E persino nella nostra interiorità.
La mediatizzazione della nostra vita: cosa fare?
Come riconosciamo questa presenza strutturale dei media nella vita di ogni giorno? Il primo passo è spostare lo sguardo dal “cosa” al “come”.
Non fermiamoci al contenuto che scorre. Chiediamoci invece quale infrastruttura lo porta e cosa registra mentre lo porta.
Ogni volta che un’azione può essere cronometrata, conteggiata, localizzata, classificata, quella azione entra nel regime dell’archiviazione, dell’analisi e del controllo.
Qui opera la regola estrattiva: trasformare eventi in dati, poi organizzarli per orientare processi e decisioni.
Il secondo passo è distinguere tra tre livelli:
- C’è il livello del dispositivo, la nostra interfaccia individuale.
- C’è poi il nodo che lo connette alla rete, visibile o invisibile.
- C’è l’ambiente delle informazioni (i database) in cui i dati si depositano e vengono lavorati.
È un’unica catena. Vederla intera cambia le domande che ci facciamo.
Non domandiamoci “che cosa mi offre oggi questa app?”. Piuttosto poniamoci questa domanda: “Quale traccia produce di me e a che cosa serve quella traccia?”. Nella prospettiva del controllo dell’informazione, questa è la domanda fondamentale.
Un terzo elemento è il contesto sociale. Nei luoghi delle relazioni mediate dai computer (e il cellulare è un computer), la platea è spesso più ampia di quanto immaginiamo. Pubblico e privato si rispecchiano, si sovrappongono.
Un criterio pratico di discernimento, sulla concessione delle informazioni che ci riguardano da vicino, si può formulare così: quando l’informazione su di noi è necessaria al funzionamento di un servizio, la registrazione e l’archiviazione dei nostri dati tende a estendersi oltre lo stretto indispensabile.
Sapendolo, possiamo trattare ogni nostra azione come un qualcosa che lascia un segno. E possiamo decidere di conseguenza su frequenza d’uso, configurazioni dei nostri dati e contenuti condivisi con altri.
Un altro criterio riguarda il tempo. L’estrazione di dati prospera su attività ripetute e prolungate.
Se un servizio ci spinge a tornare spesso, è lecito immaginare che il suo valore cresca con la densità di tracce che produciamo.
Anche qui non serve allarmarsi. Basta riconoscere che la compressione dei tempi e la connettività continua non sono neutre, e chiedersi quale bilancio personale ne deriva.
Ci conviene ripetere le stesse esperienze online, sapendo che saranno tracciate e archiviate? E che saranno usate per prevedere cosa mai faremo in futuro?
Guardare alla tecnologia per non farci controllare
Il punto non è ritirarsi dalla vita digitale. La soluzione è imparare a vederla per ciò che è: un intreccio di tecniche che trasformano esperienze in iscrizioni a piattaforme, in raccolta di dati, in gestione di informazioni.
Tutto questo – iscrizioni, raccolta dati, informazioni gestite – si traducono poi in decisioni, in ambienti e in altre informazioni che puntano a condizionarci.
Se comprendiamo questa dinamica, allora i media tornano a essere strumenti nelle nostre mani, non sfondi invisibili.
È un po’ come l’uso del coltello. Se sappiamo che può anche ferire e uccidere, allora abbiamo consapevolezza del fatto che va usato, custodito e gestito con pratiche che ci danno sicurezza.
Non ci libera uno slogan di mera protesta contro il capitalismo della sorveglianza.
Ci libera semmai un’attenzione nuova: leggere l’infrastruttura digitale mentre scorrono i contenuti. In quell’atto di lettura c’è già una quota di autonomia, e da lì si può agire con misura, senza paura e senza rassegnazione.
Ci basta un qualche minuto di quiete e di consapevolezza. Quella che usavo alla fine del mio pezzo scritto sulla macchina da scrivere.
Tiravo la carta da un lato, per farla uscire dal cilindro. La posavo sulla scrivania. Leggevo – penna in mano – ogni mia parole, per intercettare errori e omissioni.
Lo stesso possiamo fare noi: collochiamo le informazioni che lasciamo in giro, oppure che ci chiedono e che raccolgono, sulla scrivania della nostra mente consapevole.
In questo modo, possiamo neutralizzare il meccanismo che ci vorrebbe insieme di dati, anziché esseri umani che provano emozioni. E vivono sentimenti.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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