La costruzione del mostro: come i media negano la complessità dei casi criminali

Crimine, costruzione del mostro, media - Foto di Gerhard Janson da Pixabay - janson_g-fantasy-2580616_640

Che sia il caso di Yara Gambirasio, che sia Garlasco piuttosto che la Strage di Erba o qualche altro delitto, ogni volta che un crimine efferato scuote l’opinione pubblica, i media si affrettano a fornirci una rassicurante spiegazione: il colpevole è un mostro.

Il colpevole è per i media un individuo deviato, un’eccezione assoluta, un’incarnazione del male.

Tuttavia questa etichetta, così frequente nei titoli dei giornali e nei talk show, è davvero innocua? O nasconde un meccanismo di semplificazione, che ci impedisce di comprendere le vere radici del crimine?

Cronaca nera e costruzione del “mostro”

La costruzione del “mostro” è una delle strategie narrative più antiche e potenti del giornalismo di cronaca nera.

Gli studiosi Ian Marsh e Gaynor Melville, analizzando la rappresentazione mediatica dei criminali nel libro Crime, Justice and the Media, ci mostrano come i media utilizzino categorie specifiche — classe sociale, età, etnia — per etichettare i colpevoli.

Il criminale viene descritto come l'”altro”, il diverso, l’individuo irrazionale e imprevedibile.

Questo processo di “mostrificazione” assolve a una funzione sociale ben precisa: ci rassicura.

Se il criminale è un mostro, un’anomalia genetica o psicologica, allora noi, la società “normale”, siamo al sicuro.

Non dobbiamo interrogarci sulle cause sociali, economiche o culturali che hanno generato quel crimine. Il problema è circoscritto all’individuo deviato.

L’esempio che porto sempre è quello di Lorenzo Bozano, figlio di una famiglia dell’alta borghesia genovese, che nel maggio del 1971 viene sospettato di essere il rapitore e poi l’omicida di Milena Sutter, 13 anni.

La ragazzina è sparita all’uscita della Scuola Svizzera, giovedì 6 maggio 1971, poco dopo le 17. 

Al caso ho dedicato un podcast: Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.

Il giorno in cui il Corriere Mercantile, quotidiano genovese del pomeriggio, dà la norizia del sequestro di Milena Sutter, ovvero il 7 maggio 1971, dopo dopo la sparizione della ragazzina, abbiamo un interessante fenomeno.

Genova, 1971: il “mostro” mai esistito

Grazie al frame del sequestro, un giornalista del Mercantile indirizza alcune vicine della famiglia della vittima, i Sutter, nell’elegante quartiere di Albaro, a identificare in un “biondiccio” un possibile basista per un rapimento.

Quel “biondiccio” viene cercato e trovato, abbandonando nel contempo ogni altra fondata indagine. Certo, polizia e carabinieri cercano la ragazzina sparita, ma tutto viene letto in funzione del “biondiccio”.

Lui è Lorenzo Bozano, 25 anni, figlio di una famiglia dell’alta borghesia genovese, pure lui residente ad Albaro, un perdigiorno con piccoli precedenti penali.

Da biondiccio, Bozano diventa il biondino della spider rossa. Eppure non è né biondo, né magrolino.

Grazie a un uso machiavellico e strumentale di alcune lettere e di pesanti giudizi del padre di Lorenzo, Paolo Bozano, il cosiddetto biondino diventa un “mostro” capace di ogni nefandezza.

Eppure la fonte di quei giudizi – Paolo Bozano – non è attendibile. I Servizi Sociali di Genova Pontedecimo, che hanno avuto in carico Lorenzo quando era adolescente, definiscono il padre Paolo Bozano “uno psicopatico”.

Nonostante questo, investigatori, magistrati inquirenti e giornalisti assumono uno psicopatico come fonte. E mostrificano Lorenzo.

Trovata Milena in mare, senza vita, il 20 maggio del 1971, Lorenzo Bozano diventa – e resterà sino a oggi – il “mostro” a cui attribuire il sequestro e l’omicidio volontario premeditato di Milena Sutter, per motivi di denaro.

Da parte mia, pur non sposando la tesi dell’innocenza di Lorenzo Bozano, che nel 1975 viene condannato in appello all’ergastolo, contesto sia la tesi del sequestro di persona di Milena; sia la tesi dell’omicidio volontario premeditato.

Con il caso di Lorenzo Bozano abbiamo in azione la costruzione del mostro, del nemico sociale e del capro espiatorio. È una costruzione prima mediatica, poi giudiziaria (a parte l’assoluzione in primo grado, nel 1973) e infine ancora mediatica.

Un articolo, uscito sul Corriere della Sera nell’agosto del 2026, a 55 anni esatti dal caso, è la dimostrazione che quella mostrificazione di Lorenzo Bozano è ancora in atto.

I mostri e la complessità dei crimini

La narrazione sul Caso Sutter-Bozano è ingannevole nel modo più profondo. Il meccanismo dell’inganno è lo stesso che troviamo in tutti i casi di costruzione del mostro.

Ridurre il criminale a un “mostro” significa negare la complessità sociale del reato. Significa ignorare il contesto di povertà, di disagio familiare, di esclusione sociale in cui molti crimini maturano.

Non si tratta, beninteso, di giustificare la violenza o di negare la responsabilità individuale. Si tratta di comprendere che il crimine non nasce nel vuoto.

Quando i media insistono sull’etichetta del mostro, compiono un’operazione di distrazione di massa. Distolgono l’attenzione dalle responsabilità collettive, dalle disuguaglianze sistemiche, dalle falle del nostro sistema educativo e di welfare.

Come ci ricorda la criminologia critica, l’enfasi sul “mostro” individuale serve spesso a giustificare politiche repressive e securitarie.

Il giochetto è sempre lo stesso, e lo si è visto con i decreti sicurezza del governo Meloni, nel 2025: si invocano pene esemplari anziché attuare interventi strutturali di prevenzione e recupero.

Pensiamo alla rappresentazione della devianza giovanile o dei reati commessi da persone immigrate.

La creazione del “panico morale”

I media tendono a generalizzare, a creare un “panico morale” — per usare la celebre espressione di Stanley Cohen nel libro del 1972, Folk Devils and Moral Panics — in cui un intero gruppo sociale viene etichettato come minaccia ai valori della società.

I giovani delle periferie diventano “baby gang”. I cittadini immigrati diventano sinonimo di insicurezza urbana. La complessità delle loro vite viene cancellata, sostituita da uno stereotipo funzionale alla logica dello spettacolo e della paura.

Gli studiosi Marsh e Melville ci ricordano che ogni generazione tende a rappresentare la propria epoca come assai violenta, rispetto a un passato idealizzato.

Lo storico Geoffrey Pearson, in Hooligan: a history of respectable fears (1983), ha dimostrato come questo schema si ripeta con straordinaria costanza nel tempo, dalla stampa vittoriana ai tabloid contemporanei.

La preoccupazione per la violenza e l’illegalità costituisce una lunga tradizione, non un fenomeno solo moderno.

La sfida, per chi cerca un orientamento critico, è smascherare questa costruzione ideologica. Dobbiamo imparare a diffidare delle etichette facili.

Dobbiamo pretendere un giornalismo investigativo che vada oltre la superficie del fatto di sangue. C’è bisogno di un giornalismo che indaghi i contesti e che restituisca spessore umano anche a chi sbaglia.

Solo abbandonando la retorica del mostro potremo affrontare il problema della criminalità. E potremo farlo con gli strumenti della ragione, della giustizia sociale e del diritto, rifiutando le scorciatoie del giustizialismo mediatico.

Proprio il caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano mostra la scorciatoia – nel 1971 come oggi – del giustizialismo mediatico. È un giustizialismo che può influenzare anche i giudici delle corti, chiamate a processare i possibili autori di reato.

Nel caso di Milena Sutter e con la mostrificazione di Lorenzo Bozano, quel giustizialismo è arrivato a coprire – ieri come oggi – la ricerca della verità sostanziale dei fatti.

Maurizio F. Corte

Il caso di Milena Sutter e la mostrificazione di Lorenzo Bozano

Ogni settimana smonto una narrazione. E racconto i media e l'IA.

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