Il caso di Milena Sutter e il caso di Lorenzo Bozano sono due casi distinti. Li unisce solo una narrazione alquanto interessata: una storia criminale e giudiziaria che fu inventata il tardo pomeriggio del 6 maggio 1971, per coprire la verità sostanziale dei fatti.
Milena Sutter, 13 anni, figlia di un ricco industriale della cera, scompare a Genova giovedì 6 maggio 1971, all’uscita della Scuola Svizzera, dove studiano i figli dell’élite genovese. Il suo corpo viene ritrovato in mare giovedì 20 maggio 1971, due settimane esatte dopo.
Sin da subito vengono proclamate tre verità che tali non sono, oltre ogni ragionevole dubbio:
- il rapimento di Milena,
- l’uccisione volontaria e premeditata di Milena,
- la colpevolezza di Lorenzo Bozano, 25 anni, figlio di una famiglia dell’alta borghesia genovese, come rapitore e killer da premeditazione
Lorenzo Bozano, per l’occasione, fu soprannominato il biondino della spider rossa. Non era biondo, né magrolino.
In questa “invenzione” di un biondino che non c’era sta il segnale più interessante di una narrazione bugiarda. Una narrazione inventata che ascoltammo ieri, nel 1971, e che riascoltiamo oggi, negli Anni Venti del XXI secolo.
Siamo di fronte a un’operazione geniale – visti i tempi (il 1971) – di storytelling, che io preferisco chiamare con un neologismo più adatto: storyballing. Tante balle messe insieme per confondere e formare una storia utile a coprire l’incopribile.
Tutto questo, si badi bene, non vuol dire che Lorenzo Bozano sia innocente. La questione non è questa e non è – anche lui, morto nel 2021, lo sapeva – mia intenzione diventare innocentista.
A me interessa la verità sostanziale dei fatti. Mi interessa il rispetto delle persone, a iniziare da Milena, che ha il diritto alla verità. Mi interessano la logica e la scienza.
Ecco alcuni testi rigorosi, in parte giornalistici, in parte di livello accademico sulla vicenda di Milena e Lorenzo che ho messo assieme nel tempo:
- Alla vicenda ho dedicato una sezione del sito: IL DOSSIER SUL CASO SUTTER-BOZANO
- Sulla vicenda ho registrato anche un podcast: IL COLPEVOLE PERFETTO. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter
- Con Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica, ho scritto il libro, pubblicato nel 2018 da Cacucci editore, intitolato IL BIONDINO DELLA SPIDER ROSSA. Crimine, giustizia e media
Il ruolo dei media nel caso di Milena Sutter
Fondamentale – nella costruzione della narrazione sui casi Sutter e Bozano – è il ruolo dei media, a cominciare dai giornali quotidiani e dai rotocalchi del 1971.
I media, tuttavia, proseguono la loro identica narrazione – che io considero mendace, inventata – fino a oggi.
Dopo i media, nel 1971, intervengono i documenti giudiziari, che ricalcano per una gran parte il racconto dei media:
- report di Polizia e Carabinieri di Genova dell’agosto 1971
- sentenza del giudice istruttore del 1971 che rinvia Lorenzo Bozano a processo con l’accusa di aver rapito, per motivi di denaro, Milena Sutter, di averla uccisa in modo volontario e premeditato e di averne occultato il cadavere in mare
- sentenza della Corte d’Assise di Genova che assolve Bozano per insufficienza di prove, nel 1973
- sentenza della Corte d’Assise di Genova che condanna Bozano all’ergastolo, nel 1975
- sentenza della Corte di Cassazione che conferma in via definitiva la condanna di Lorenzo Bozano, nel 1976
Abbiamo così un andamento circolare della comunicazione: media / giustizia / media.
I media orientano la pubblica opinione sin dall’inizio, quando Milena Sutter scompare nel nulla all’uscita della Scuola Svizzera, giovedì 6 maggio 1971, poco dopo le ore 17: il frame, senza averne prova alcuna, è quello del sequestro per motivi di denaro.
C’è una telefonata dove si chiedono 50 milioni di lire (circa 480-500 mila euro di oggi). Una cifra ridicola, se pensiamo che quattro anni dopo, nel gennaio del 1975, a Verona, per il rapimento di Saverio Garonzi, industriale, presidente dell’Hellas Verona, fu chiesto un miliardo di lire.
La tesi del sequestro per motivi di denaro è uno strumento formidabile per distogliere l’attenzione dalle circostanze in cui è morta Milena; e dalle persone presenti quando perde la vita.
È uno strumento credibile, la storia del sequestro, dato che otto mesi prima a Genova era stato rapito Sergio Gadolla, per un riscatto di 200 milioni di lire.
I media orientano la pubblica opinione anche quando viene trovato in mare, senza vita, il corpo di Milena Sutter, giovedì 20 maggio 1971, poco dopo le ore 17.
I media orientano inoltre la pubblica opinione sulla colpevolezza di Bozano, appena viene arrestato, giovedì 20 maggio 1971.
I media invalidano poi – agli occhi della pubblica opinione – la notizia della sentenza di assoluzione di Bozano, nel maggio del 1973, mettendo in giro la voce che “qualcuno” conosce la verità sulla morte di Milena Sutter.
Quel qualcuno, si fa capire in modo palese sui giornali genovesi, è il primo avvocato di Lorenzo Bozano, Francesco Marcellini, un principe del Foro di Genova. Marcellini era stato sostituito nel 1972 da Bozano con il giovane avvocato Silvio Romanelli e con un filosofo del diritto e avvocato, il professor Giuseppe Sotgiu.
I media amplificano inoltre la notizia della sentenza di condanna di Lorenzo Bozano, nel giugno del 1975, dopo un processo dove la sentenza era già decisa prima che si iniziasse il dibattimento.

Il processo “pilotato” contro Lorenzo Bozano
Il processo in cui fu condannato Bozano, infatti, fu viziato da due fatti: le dichiarazioni del Presidente della Corte d’Assise d’Appello, prima di essere nominato a presiedere la giuria; e l’intervento di un giornalista genovese nell’orientare e organizzare il processo.
Da parte sua, Lorenzo Bozano fece il grave errore di non presentarsi in aula, con la scusa – senza fondamento alcuno – di essere malato.
Anziché denunciare un processo pilotato e una sentenza già decisa, Bozano – consigliato da figure dell’ambiente giudiziario genovese – si sottrae al dibattimento. E prepara la fuga.
Il suo è il classico comportamento di chi non sa pensare in modo strategico; e non ha il coraggio di azioni decise e mirate all’obiettivo.
La stessa Corte d’Assise d’Appello di Genova – con Lorenzo Bozano contumace – rigetta nel 1975 la richiesta del difensore di Bozano, l’avvocato Giovan Battista Gramatica, di ascoltare una teste fondamentale: l’amica del cuore di Milena Sutter, Isabelle.
L’amica del cuore, Isabelle, è quella che nel 2018 fa una serie di dichiarazioni contenute nell’ultima parte del libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media.
Quelle dichiarazioni, al processo, sarebbero state macigni contro la tesi accusatoria verso Lorenzo Bozano.
Agli inizi degli Anni Ottanta, in carcere dopo la fuga all’estero, Lorenzo Bozano ha iniziato a lavorare per trovare gli elementi utili a una richiesta di revisione della sua condanna all’ergastolo.
Bozano non farà mai quella richiesta di revisione. Per un motivo semplice: era un temporeggiatore, da un lato, e dall’altro non voleva arrecare danno ai suoi famigliari, già sotto i riflettori per anni dei giornali.
In compenso, Bozano ha messo insieme un dossier che non ha alcuna valenza giuridica. Ha pensato bene di darlo – oltre che al sottoscritto – a un “amico” di Genova. Questi, a sua volta, l’ha passato a un giornalista genovese.
Questo era Lorenzo Bozano: un ingenuo, incapace di curare i propri interessi e di inchiodare magistrati, avvocati e giornalisti alle loro responsabilità.
La solita storia: il Corriere della Sera
L’11 agosto il Corriere della Sera esce con due pagine dedicate al caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano.
È l’ultima uscita di una serie di iniziative editoriali che rientrano nella tradizione della narrazione costruita del caso, messa in piedi da una precisa entità nel 1971.
Quella che ha inizio già tra il pomeriggio e la sera del 6 maggio 1971 è un’operazione geniale di storytelling giudiziario. Uno storytelling – che preferisco rinominare con storyballing – che ha abbagliato decine di milioni di italiani (me incluso) e milioni di francesi, svizzeri e belgi.
Non è mai esistito un sequestro di persona di Milena Sutter per motivi di denaro. Non c’è mai stato un omicidio volontario premeditato di Milena Sutter.
Sia chiaro, non mi sogno di credere e affermare che Lorenzo Bozano sia per questo estraneo al caso.
Un dato è certo, scientifico, ribadisco: non c’è mai stato alcun rapimento per motivi di denaro; né vi è stato un omicidio volontario premeditato. Il libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media lo argomenta e dimostra.
Mi vengono in soccorso autorevoli colpevolisti, in questo. Tutto ciò che ho detto sin qui e dirò è documentato, voglio chiarirlo.
Senza farne i nomi – di avvocati piuttosto che di medici legali colpevolisti – posso esprimere in modo preciso la loro idea. Un’idea che non fu praticata per una serie di motivi, che qui non cito. La articolo così:
- Milena e Lorenzo si conoscevano e si frequentavano;
- Nel corso di un incontro tra i due, Lorenzo a un certo punto perde il controllo e afferra Milena al collo;
- Milena ha un arresto cardiaco e muore
Come mi dissero due medici legali colpevolisti che parteciparono all’autopsia – in interviste separate e approvate da loro – “Milena Sutter è morta in conseguenza di altro reato”. Quei due medici legali, genovesi e docenti universitari, ritenevano che Milena fosse morta a seguito di un’aggressione sessuale.
Insomma, Lorenzo Bozano avrebbe compiuto un omicidio preterintenzionale: ovvero un reato che NON comporta l’ergastolo.
A sostenerlo è anche un altro medico legale, che partecipò al team di medici legali sul caso nel 1971. E che ha rilasciato un’intervista all’emittente genovese Primocanale, nel giugno del 2025.
È il professor Marcello Canale, che si occupò – in maniera peraltro discutibile – alle analisi tossicologiche relative alla morte di Milena Sutter.
Le dichiarazioni del professor Canale sul caso di Milena Sutter si possono ascoltare al minuto 10 del video su YouTube intitolato INTERVISTA A MARCELLO CANALE – MEDICO LEGALE.
Com’è morta, allora, Milena Sutter? Dare risposta a questa domanda non mi interessa. Non me ne curo proprio.
Don Andrea Gallo – lo disse anche a Lorenzo Bozano, nel 2012 – riteneva il caso Sutter… un “caso tra borghesi”.
Don Gallo – con il sostantivo “borghesi” – intendeva di sicuro le origini sociali della vittima e del condannato. Tuttavia, vi comprendeva anche un nome proprio: Junio Valerio Borghese e il Golpe Borghese, che a Genova ha raccolto finanziamenti e potenti appoggi.
Per quanto mi riguarda, ritengo quella di don Gallo una mera suggestione. Non ritengo vi siano, a oggi, gli elementi per collegare la morte di Milena al Golpe Borghese. Mi sa troppo da affascinante trama per un film di spionaggio.
Il mio interesse di ricerca, peraltro, va in una direzione ben diversa dal fare l’investigatore con le ipotesi suggestive: mi interessa capire, invece, come fu costruita la narrazione mendace sul caso.
La storia di Milena Sutter – e la presenza di Lorenzo Bozano – le considero un caso di scuola sulla manipolazione, l’invenzione e la gestione della verità pubblica di un evento: qualcosa di paragonabile alle coperture per tanti eventi della strategia della tensione in Italia.
L’INIZIO DELL’ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA
Leggiamo insieme l’articolo del Corriere della Sera dell’11 agosto 2026. Da notare l’inizio suggestivo, in pieno storytelling, finalizzato a coinvolgere chi legge; e a farlo empatizzare con la famiglia Sutter.
È la stessa operazione di storytelling ed empatia che troviamo nei giornali genovesi del maggio 1971 e degli anni seguenti.
È naturale che si empatizzi con i famigliari di una ragazzina che è morta. Pure io ho pianto, nel 1971 come oggi, su questa vicenda.
Il problema dell’uso dei media, in questo caso, è che – con la scusa del partecipare al dolore di qualcuno – il giornalismo paraletterario si sostituisce al giornalismo della verità sostanziale dei fatti.
Il giornalismo narrativo (narrative journalism) si sovrappone con le sue atmosfere al giornalismo d’inchiesta, che invece mira ad accertare, verificare e portare alla luce i fatti. E che mira a controllare se vi è o meno logica nel racconto.
Anticipo subito che la logica e l’argomentazione sono le grandi assenti in questo caso giudiziario:
- mancano nella perizia medico-legale dei professori Franchini e Chiozza, che non è scientifica e che fissa in modo arbitrario e infondato giorno, ora e causa della morte di Milena;
- mancano nella perizia psichiatrica su Lorenzo Bozano, dove all’inizio – citando i Servizi Sociali, si scrive che Paolo Bozano (padre di Lorenzo) è uno “psicopatico”. E poi si cita Paolo Bozano come fonte per profilare Lorenzo Bozano;
- mancano nella sentenza del giudice istruttore, che è un interessante romanzo noir, ma non ha nulla del documento rigoroso che ci si merita dopo un’istruttoria;
- mancano nella sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Genova, che condanna Bozano all’ergastolo
C’è un motivo per cui mancano logica e argomentazione nella storia farlocca sul Caso Sutter-Bozano: quando si deve coprire la verità – in buonafede, credendo alle suggestioni e a indizi inutili, oppure in malafede – è impossibile gestire quanto è davvero accaduto senza farsi scoprire.
Poi, diciamo la verità, la logica, l’argomentazione e la passione per la verità sostanziale dei fatti non è appartenuta a nessuno dei protagonisti giudiziari di questo caso.
Non è appartenuta neppure a Lorenzo Bozano, che pensava di sfangarla raccontando anche un bel numero di bugie. Anziché scoprire gli altarini altrui, il cosiddetto “biondino” si è impegnato bene per alzare altarini propri. E mi fermo qui.
Torniamo all’articolo del Corriere della Sera sul Caso Sutter, datato 11 agosto 2026. Lo puoi trovare qui:
Il pezzo si inizia in pieno e solito storytelling, ho detto, come nel 1971:
“In casa è Mimì, la bella, gioiosa, sportiva Mimì. Nata con il favore delle stelle che le avevano regalato una famiglia unita e agiata e un’energia inesauribile, Mimì studia e pattina, studia e gioca a tennis, studia e nuota e quando arriva l’inverno mette gli sci e scende così veloce dalle piste di St. Moritz che l’allenatore della nazionale svizzera l’ha convocata con la squadra giovanile, avendo lei la doppia cittadinanza. Milena Sutter, Mimì, ha 13 anni e mille sogni: diventare un’atleta, fare l’interprete, poi c’è Claudio, «Claudio my love», e l’Inghilterra, «vorrei vivere lì… in una casetta piccola ma carina fuori città… e vorrei anche avere un collie». Ma un giorno di primavera tutto finisce in un vortice nero”.
Prima di andare avanti, fermiamoci un attimo a osservare – nella foto qui sotto – la Alfa Romeo spider rossa di Lorenzo Bozano.
A parte il fatto di non aver trovato impronte digitali di Milena Sutter nell’auto, che non è stata ripulita, c’è un punto su cui credo concorderemo.
È troppo il rispetto per una ragazzina generosa, sportiva, leale e nel fiore degli anni come Milena – ma non per questo stupida – per pensare che sia stata convinta a salire su questo rottame.
Come può aver poi ceduto a presunte lusinghe e inganni di un giovane, Lorenzo Bozano, sovrappeso e old style come uomo, che era tutto tranne che avvenente agli occhi di una ragazzina di quel tempo?
La vicenda secondo il Corriere della Sera
Dopo aver ricordato con obiettività i fatti della sparizione di Milena Sutter – giorno, ora, ricerche dei famigliari – abbiamo un altro classico di tutte le narrazioni sulla vicenda. Si punta dritti sul “biondino” Lorenzo Bozano.
Fin qui, sappiamo che è cronaca. Lorenzo Bozano viene infatti notato, con la sua spider rossa sgangherata, vicino alla casa di Milena Sutter, nell’elegante quartiere altoborghese di Albaro, a Genova. E poi vicino alla Scuola Svizzera frequentata dalla ragazzina.
Quello che accomuna le narrazioni che – già dai primi giorni dopo la sparizione di Milena – si impongono nei media e poi a livello giudiziario è la criminalizzazione e la distruzione della personalità di Lorenzo Bozano.
Lo strumento migliore è il padre di Lorenzo, Paolo Bozano, che i Servizi Sociali di Genova Pontedecimo – già negli Anni Cinquanta del Novecento – avevano definito uno “psicopatico”.
I Servizi Sociali – ovvero figure specializzate di psicologi e assistenti sociali – hanno smentito in modo deciso il profilo e il giudizio che di Lorenzo Bozano dà il padre Paolo, imparentato con l’armatore Angelo Costa.
I giornalisti dal maggio 1971 a oggi seguono invece la storia raccontata dal Grande Narratore.
Chi è il Grande Narratore? È il geniale storyteller giudiziario che si è inventato il rapimento e la morte di Milena quale “omicidio volontario premeditato con strozzamento e probabile soffocamento”.
Ecco cosa scrive il Corriere della Sera su Lorenzo Bozano:
Nonno imprenditore, nonna nobile della dinastia De Ferrari, il padre imparentato con gli armatori Costa, Lorenzo detto Lencio, primo di sei fratelli, è un perdigiorno ripudiato dal padre che qualche anno prima l’aveva pure denunciato in Procura con parole durissime: «Lorenzo è cinico, brutale, simulatore, incline al furto… È inammissibile che continui a essere a piede libero, che possa rientrare in casa per svaligiare, rubare e compiere atti irreparabili, come incendi o omicidi».
Ecco la prima spia del Grande Narratore in azione: l’uso del soprannome Lencio che fa rima con Cencio, ovvero qualcosa di sporco, di ripugnante, di schifoso.
Voglio ricordare che vi è una sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato un giornalista in via definitiva per le pesanti offese verso un mafioso. Lo aveva paragonato a un escremento.
Se mai è stato usato, in genovese, un diminutivo per il nome Lorenzo – nel caso di Bozano – possiamo pensare a Lenso (con la variante scritta tradizionale Loénso):
Lenso: si legge “Léng-su”
Loénso: si legge “Lu-éng-su”
Il soprannome Lencio è un’invenzione. in linea con le balle che si continuano a raccontare su questo caso.
Prosegue l’articolo del Corriere della Sera:
E così da tempo il Lencio non abita più nella grande villa di famiglia a Quarto. Non studia, non lavora, ama gironzolare con la spider che è il suo inconfondibile biglietto da visita. Diventerà «il biondino della spider rossa», anche se biondino non è. Distinto, simpatico, la disinvoltura del playboy, vive da diseredato in una stanza in affitto ed è sempre a corto di soldi. Gli investigatori decidono di trattenerlo per qualche ora e procedono a una perquisizione. Trovano un appunto: «Affondare… seppellire… murare…». C’è anche una scaletta oraria: ore 9 telefonata n. 1 con fornitura di prove; ore 9.30 telefonata n. 2 con conferma pagamento…
C’è un primo errore, dopo l’uso reiterato del soprannome Lencio, che non ho peraltro mai sentito fare in tanti anni di conoscenza con Bozano.
L’errore è questo: non è con le ore 9 che ha inizio il piano di rapimento scritto da Lorenzo Bozano.
È un piano fantasioso, scritto nel marzo del 1971, mentre era ubriaco, come ci dice l’analisi grafologica della sua calligrafia. L’orario con cui si inizia il piano è quello delle ore 8.
Bozano ha fantasticato su un rapimento-lampo. Come al solito, da grafomane quale era, peraltro con un’eccellente proprietà di linguaggio, scrive in modo esteso le sue fantasie.
Sospettato, indagato, fermato, Lorenzo Bozano è un rapitore e killer così idiota da lasciare il piano di rapimento tra le carte che la polizia gli trova nella stanza dove vive, in un’affittacamere.
Poi, altro errore, finiamola con la storia del “diseredato”. Non è vera. Come non sono veri i dubbi – seminati dal Grande Narratore – sulla paternità di Paolo Bozano rispetto al figlio Lorenzo.
Lorenzo era figlio biologico di Paolo Bozano, e della moglie Noris Agata Aulino, donna avvenente e di umili origini. E ne abbiamo la prova provata.


IL CORPO DI MILENA SUTTER
Ecco cosa scrive il Corriere della Sera sul ritrovamento del corpo di Milena, il 20 maggio 1971, in mare, al largo di Priaruggia, poco dopo le 17:
Quattordici giorni dopo la scomparsa, lo choc. Nella baia di Priaruggia, sette chilometri dal centro di Genova verso levante, due pescatori notano un corpo affiorare dalle acque. È un cadavere, scarnificato dai pesci, irriconoscibile. Attorno alla vita ha una cintura da sub e al collo una catenina con un nome: «Milena». Gelo. I medici legali non hanno dubbi: è lei ed è stata strangolata. Nessun segno di violenza sessuale. Epoca della morte: il giorno della scomparsa. Gli inquirenti ricordano quell’appunto, «Affondare…» e l’attrezzatura da sub trovata in un box a disposizione di Bozano a cui mancava la cintura con i piombi. Decidono di arrestarlo quella sera. «Non conosco quella ragazza, ero davanti alla scuola per caso».
Invenzioni:
- il corpo non è scarnificato dai pesci. Solo il volto è ridotto a scheletro. Sul corpo – si legga la perizia sull’autopsia – è evidente l’assenza di segni sia da offesa che da difesa. Sono i segni che lascia il corpo-a-corpo con chi ti vuole uccidere;
- Milena non è stata “strangolata” (uccisione con stretta al collo con una cintura, ad esempio). La convinzione dei medici legali Franchini e Chiozza è che la ragazzina sia stata “strozzata” (uccisione con stretta al collo con le mani). È una convinzione e non è però in alcun modo dimostrata né: sul corpo di Milena non vi sono i segni dello strozzamento, ma solo due macchioline bluastre che possono essere dovute alla decomposizione. Sono macchioline e quindi segni che i medici legali si guardano bene dall’analizzare per capire se vi è sangue
Vediamo un altro punto dell’articolo, stavolta su Lorenzo Bozano:
Tutto porta a lui. Ma c’è un buco: nessuno ha visto Milena salire nella spider. «Insufficienza di prove», conclude la Corte d’assise al termine di un processo molto seguito dal pubblico. La sentenza suscita l’indignazione dei Sutter. «Dopo l’assoluzione incontrai per strada il giudice e non seppi trattenermi. “Si vergogni!”, gli urlai», ricorda la madre di Milena, Flora Van Glabbeek, oggi 98enne, in un’intervista concessa a Graziano Cetara del Secolo XIX e inserita in un bel libro sul caso («Milena Sutter, verità e misteri sul delitto del biondino della spider rossa»).
Prendiamo atto di quanto racconta la madre della vittima, che è in linea con tutti gli attacchi a chi non ha accettato (e non accetta) le risultanze delle indagini.
Una cosa è certa e me l’ha sottolineata il giudice a latere del processo di primo grado, che assolve Lorenzo Bozano. Il giudice è Guido Zavanone, morto nel novembre del 2019.
Ecco la sua dichiarazione ufficiale resa nel corso di una intervista scritta che mi concesse nel dicembre del 2010: “I magistrati togati sono dei professionisti e tengono conto soltanto delle carte processuali e delle risultanze dibattimentali. Ma, almeno nel caso del processo contro Lorenzo Bozano, deve dirsi che anche i componenti laici non nutrivano pregiudizi o prevenzioni; e vedevano nello svolgimento del processo il solo cammino verso l’arduo accertamento della verità”.
Sulla figura di Bozano, è interessante quanto il giudice Zavanone mi rispose di fronte a una precisa domanda: “Fu ben chiarito dal Presidente della Corte d’Assise in primo grado, sin dai primi contatti con gli altri componenti della Corte, che i precedenti penali dell’imputato (i quali, oltre tutto, non erano né specifici, né gravi) potevano avere rilevanza solo quoad poenam in caso di condanna”.
Un giudice indipendente come il dottor Zavanone è scomodo. Ed è stato criticato perché ha fatto soltanto il suo mestiere, con rigore e imparzialità.
Ebbene, il giudice Zavanone demolisce in poche righe tutte le costruzioni criminalizzanti che molti giornalisti – “eletta schiera”, per dirla con Francesco Guccini – hanno fatto.
Insieme ai giornalisti, intensa ed estesa è stata l’opera del Grande Narratore, quello che si è inventato il sequestro e l’omicidio volontario premeditato.
C’è un modus operandi, come accade per gli attacchi seriali, che alcuni giornalisti hanno ereditato: demolire, delegittimare, criminalizzare – a seconda dei casi – chi dissente.
Il libero pensiero non è gradito, né accettato, nel caso di Milena Sutter. O la pensi come vogliono loro, e accetti il silenzio, oppure sei eliminato dal panorama delle fonti con cui dialogare.
Un paio di colleghi giornalisti sono arrivati a dirmi che loro si attengono alle risultanze giudiziarie. L’ha affermato persino un direttore del Secolo XIX, nel giugno del 2023: “L’unica verità è quella giudiziaria”.
Per me, la strada è solo quella di Tommaso Besozzi – il più grande cronista italiano di nera – che nel luglio 1950 smentì i carabinieri, sull’uccisione del bandito Giuliano.
Per me, la strada è quella dell’articolo 2 della legge numero 69 del 1963, che obbliga noi giornalisti al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”.
Ecco il testo esatto: È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.
Un altro collega giornalista se ne è uscito con quella che voglio pensare fosse una battuta: “Come puoi contestare gli esiti dell’autopsia con esperti medici legali che non hanno assistito all’autopsia sul corpo di Milena Sutter?”.
È come dire allo storico francese Jean Tulard (classe 1933), massimo esperto di Napoleone Bonaparte, professore emerito alla Sorbona di Parigi: “Cosa scrive di Napoleone a fare, lei che manco l’ha conosciuto di persona?”.
LA CONDANNA DI BOZANO
Scrive ancora il Corriere della Sera, l’11 agosto 2026, su Lorenzo Bozano:
Bozano esce pimpante dal carcere, apre un negozio e convola a nozze con Eleonora Guerrini, conosciuta da detenuto. Ma al processo d’appello, messi in fila tutti gli indizi, ne contano 44, il ribaltone. «Bozano da oltre un mese faceva posta a Milena riuscendo a stabilire con lei un rapporto di amichevole conoscenza o simpatia…», scrive la Corte ricordando che sulla collina da lui frequentata c’era una fossa scavata di recente con dentro un piccone e un badile della villa del padre. Il che spiegherebbe quel «seppellire» come alternativa all’«affondare».
Invenzioni e fatti:
- gli indizi non erano 44. In questo numero fantasioso, inventato dal solito Grande Narratore, ci sono anche suggestioni e dettagli usciti sui giornali, a bella posta, e smentiti dai fatti;
- possono esservi anche 440 indizi, ma se nessuno ha fondamento fattuale e/o scientifico, sono fumo negli occhi di chi non vuol vedere cosa davvero accadde alla vittima. Perché se scopri cosa accade a qualcuno, poi c’è qualcuno presente quando le cose accadono (con o senza Bozano);
- non fu mai provato che piccone e badile fossero della Villa Bozano, di proprietà del padre di Lorenzo. La stessa fossa del Monte Fasce è una geniale invenzione del Grande Narratore di questa vicenda che è arrivata sino ai contemporanei narratori;
- Bozano non si è mai fatto notare da Milena. È un’invenzione del giudice istruttore (sentenza del 1972) che i giudici dell’appello, con copia e incolla, ricalcano nel 1975. A smentire i giudici è la testimone mai ascoltata: Isabelle;
- sul “seppellire” un corpo in montagna, scavando nel pietrisco, quando si è subacquei e c’è il mare, è un’operazione che solo un deficiente potrebbe tentare. Bozano aveva un quoziente intellettivo pari a 118. Era di sicuro bugiardo, in alcune affermazioni, ma non scemo
L’ERGASTOLO E LA FUGA
Prosegue l’articolo del Corriere della Sera:
Gli elementi d’accusa sono troppi: ergastolo. Bozano fugge con Eleonora in Africa, poi in Francia dove viene arrestato, espulso in Svizzera ed estradato in Italia. «Si è potuto permettere il miglior avvocato di Francia, Robert Badinter, ministro della Giustizia con Mitterand. Chi lo finanziava?», si chiede Sutter. Comunque sia, nel 1979 il Lencio comincia a scontare l’ergastolo nel carcere di Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, e continua a protestarsi innocente.
Invenzioni e fatti:
- Lorenzo Bozano, nel 1979, non viene “espulso” in Svizzera. Viene sequestrato, con atto criminale, dalla gendarmeria francese, a Limoges, tanto che la Francia sarà poi condannata dalla Corte di Giustizia europea
- La domanda su chi finanziasse la fuga di Bozano è un’altra favola inventata dal Grande Narratore (come quella che Lorenzo non fosse figlio di Paolo Bozano). Si pagò la fuga in parte lavorando e in parte dilapidando l’eredità della moglie, Eleonora. Lorenzo era abilissimo nel vivere sulle spalle degli altri, ma da qui a essere un killer lucido e implacabile la strada è assai lunga
- Nella domanda su “chi” finanziasse la latitanza di Bozano assieme alla moglie Eleonora, c’è una sottile e vecchia polemica tra la parte massonica e quella cattolica di Genova. Il “chi” finanziò la fuga del “biondino” inventato fa chiaro riferimento a un certo industriale che il solito Grande Narratore faceva credere fosse il padre biologico (cosa non vera) di Lorenzo Bozano
Prosegue il Corriere della Sera, parlando di Bozano:
Elabora un dossier nel quale contesta l’autopsia, confuta la dinamica dell’aggressione e lancia sospetti su quel Claudio per il quale Milena sembrava palpitare. «Lui sì era biondo, non io. E aveva una spider rossa». Bozano vuole la revisione del processo e crea scompiglio tirando in ballo anche la massoneria che avrebbe condizionato i giudici. «Non ho mai avuto dubbi su di lui e neppure gli inquirenti — taglia corto Sutter — Il punto interrogativo per me è Isabelle Delsaux, compagna di classe e miglior amica di Mimì. È stata sentita una sola volta e poi se n’è andata all’estero con la famiglia senza dire più nulla. La cosa è un po’ strana perché erano cari amici di famiglia».
- Il dossier di Lorenzo Bozano è un insieme di carte la cui unica parte interessante (e fondata) è quella del parere del medico legale Francesco Introna, nel 1983, che i giornalisti si guardano dal leggere. Il professor Introna invalida la perizia di Franchini e Chiozza con rigore scientifico, tanto che tutti i medici legali da me intervistati (e che non ho pagato) la ritengono l’unica tesi valida, in linea con quella della difesa, attraverso il professor Giacomo Canepa. Il resto – strozzamento e soffocamento – è vano scrivere: nulla di vero, ancor meno l’indicare giorno, ora e cause della morte. Milena Sutter è morta a seguito di un arresto cardiaco: in questo vi è almeno la consolazione che non ha sofferto;
- Lorenzo Bozano, con cui ho avuto una fittissima corrispondenza e che ho intervistato per ore e incontrato decine di volte, non ha mai fatto riferimento alla massoneria. Non era così furbo da giocare le carte che meritavano di essere giocate: il vicecapo della Squadra Mobile, Arrigo Molinari, iscritto alla loggia massonica criminale P2 (tessera 767); e la presenza decisiva della massoneria a Palazzo Ducale (sede del tribunale) e in studi legali genovesi. Ha questo pesato sulle indagini e sulla condanna di Bozano? A mio parere sì, ma è solo un parere. Di sicuro, come cittadino, non vorrei essere indagato da un piduista e giudicato da massoni (o da integralisti islamici o cattolici);
- Isabelle è stata stressata in modo pesante, a 14 anni, con gli interrogatori in Questura di Genova, dal 7 al 20 maggio 1971. Volevano a tutti i costi che riconoscesse Lorenzo Bozano come presente alla Scuola Svizzera. Lei non ha riconosciuto Bozano perché non l’ha mai visto. Isabelle non è stata poi chiamata al processo di primo grado e la Corte d’Assise d’Appello ha rigettato la richiesta, della difesa di Bozano, di farla testimoniare nel 1975;
- Quanto a “Claudio My Love”, compare sulla borsa di scuola di Milena, accanto a una sigla che fa pensare. E compare in modo significativo nel diario di Milena, che lessi nel 2015 e di cui non ho mai voluto scrivere per rispetto verso la vittima e verso la famiglia. Non so se la pista di Claudio abbia senso, io non l’ho mai considerata interessante, dato che non vi sono riscontri. Il fatto che Claudio non sia stato individuato e interrogato – al pari di coetanei e ragazze/i ben più grandi di Milena – dimostra però che le indagini non sono state approfondite come si è sempre sostenuto
- Anche con me il pubblico ministero del caso, Nicola Marvulli, ha sostenuto che sono state battute ben 16 piste di indagine. Non è vero: non è una pista accertare che una certa telefonata è opera di uno sciacallo. L’unica pista – alternativa a Bozano – da battere è stata ignorata in modo scientifico. Lo storyballing ha soffocato la ricerca della verità sostanziale dei fatti
Prosegue l’articolo del Corriere della Sera:
Milena aveva 13 anni e stava sbocciando come un fiore, il Lencio ne aveva 25 e tanti grilli per la testa. Figli della Genova bene, lei non ha vissuto, lui sì, in carcere. Il 30 giugno del 2021, dopo la libertà condizionale, si è tuffato nel mare di quell’isola d’Elba dove ha trascorso la maggior parte dell’esistenza. Qualche bracciata, poi un lungo silenzio e infine un urlo: «C’è un uomo nella risacca!». È lui e non dà segni di vita. Cinquant’anni dopo Milena, ancora il mare. «Mio fratello era anche timido, educato e garbato», si commuove Jolanda che gli era rimasta vicina. A casa Sutter hanno riaperto il cassetto delle foto di Milena. «È la fine di un tormento», sospira Aldo. Ma mamma Flora non dimentica, non può: «Resterà per sempre il bandito che ha ucciso la mia Mimì»
Invenzioni e fatti:
- Purtroppo, l’unica cosa certa è che Milena Sutter è morta. La consolazione è che non ha sofferto;
- Lorenzo Bozano si è fatto – anche per errori suoi, va rimarcato – 42 anni di galera per reati che non ha mai commesso: ovvero, sequestrare Milena Sutter e ucciderla in modo volontario e premeditato. Questo non vuol dire che sia innocente. Io sostengo, dati e scienza alla mano, che Bozano ha pagato in modo spropositato per fatti mai accaduti e inventati di sana pianta;
- Il Lorenzo che ho conosciuto io era una persona a modo, colta, garbata. Un filino tirchio. Di sicuro Bozano era incapace di progettazione strategica e di esecuzione efficace. Era un temporeggiatore in modo esasperante. Non l’ho mai sentito pronunciare una parola contro i suoi accusatori, compresi il piduista e il massone. Era un cretino, sotto questo unico aspetto;
- Può essere che Lorenzo Bozano fosse un “bandito”. Su questo posso concordare e comprendo la signora Sutter. L’unica cosa certa è che Bozano non era un sequestratore e neppure un killer con azione volontaria e premeditata;
- Nota doverosa: Jolanda, sorella di Lorenzo Bozano, muore a febbraio del 2019, quando Lorenzo ottiene la semilibertà. Bozano otterrà la libertà condizionale a ottobre 2020, per poi morire il 30 giugno 2021. È quindi impossibile che Jolanda possa commentare la vicenda di suo fratello con un verbo al presente successivo alla morte.
Abbiamo, con la citazione di Jolanda, la prova provata che si scrive di Lorenzo Bozano sotto dettatura. E anche sotto la dittatura di una narrazione mendace.
Pensando a certo scrivere, possiamo ben dire, citando William Shakespeare, in Amleto… “C’è qualcosa di marcio in Danimarca”.
Credo che – in questa narrazione mendace – più di qualcuno si dovrebbe fare un esame di coscienza. Avrei voglia di dire qualcosa in più, ma so che tanto non servirebbe a nulla.
Possiamo, infine, notare la chiusura dell’articolo del Corriere della Sera in stile storytelling. E va sottolineato ancora il soprannome Lencio – che fa rima con Cencio – che torna. Il Grande Narratore prosegue nella sua mefitica influenza, a quanto pare.
Funziona così, nel caso genovese: tanta retorica e commozione sulla vittima Milena, ma nessun impegno per renderle giustizia. C’entri (o meno) il “Lencio”, soprannome che piace tanto a chi vuole offendere anche da morto Lorenzo Bozano.
Come ho scritto nel mio articolo – senza sconti – su Lorenzo Bozano, “chi spara su un uomo morto, vuol coprire con il rumore degli spari il rumore del dubbio”.
Peccato che le storie inventate, per coprire i fatti reali e la logica stringente, mostrino la corda se soltanto le si analizza con rigore.
La storia mediatica e giudiziaria su Milena Sutter – ed è un grande dispiacere che provo per la vittima nei suoi 13 generosi anni – è come l’oro di Guascogna: diventa latta per la vergogna.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
Restiamo in contatto su LinkedIn
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER OFFICINA DEL VERO™ – IL BIONDINO DELLA SPIDER ROSSA
