Film “Io sono ancora qui”. La verità e la dignità contro la dittatura militare fascista

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La dittatura è come la nebbia nella notte padana degli Anni Settanta. Una nebbia fitta, densa come garza e che non ti fa capire dove stai andando.

Poi accade che ti ritrovi in un viottolo di campagna, in mezzo al nulla. Hai perso il sole del tuo giorno. La nebbia sembra essersi diradata. Ma è buio pesto, per capirlo. E tutto attorno odora di smarrimento.

Senti urla di uccelli in lontananza, che sembrano torturati da qualcuno. Poi un silenzio che ti fa rabbrividire. E solo dopo molte ore cogli l’indizio dell’alba oltre la collina silenziosa. Ma non sai se sarà mai giorno.

Questo – e altro – è una dittatura fascista. È importante sottolineare l’aggettivo fascista perché in Italia abbiamo avuto la dittatura fascista. E una serie di stragi di terroristi neofascisti, alcuni a piede libero.

Quella fascista non è l’unica dittatura. C’è comunismo, c’è il nazismo, c’è la teocrazia islamista. E c’è un capitalismo d’élite, che sa usare il peggio delle altre dittature, per farsi regime asfissiante.

Per questo è importante ricordare cosa sia davvero una dittatura. Come colpisca la dittatura. E contro chi si abbatta con la sua violenza e le sue torture.

Sono le menti libere, le prime vittime. Non il popolo che si inchina. 

Sono le fasce più dinamiche, istruite, libere di pensiero a essere colpite dalla dittatura. Come racconta il film brasiliano Io sono ancora qui.

Ecco che la memoria, quando ricorda la dittatura, diventa un atto di resistenza civile. Il cinema, quando abbraccia il rigore della verità, si fa strumento di giustizia.

Il film Io sono ancora qui

Walter Salles, con il film brasiliano Io sono ancora qui (Ainda Estou Aqui, 2024), ci consegna un’opera che indaga il dolore di una famiglia e, di riflesso, la ferita di una nazione intera: il Brasile degli Anni Settanta.

Da giornalista investigativo, abituato a smontare le narrazioni di comodo prodotte dal Potere, vedo in questo film una lezione di comunicazione autentica.

Io sono ancora qui non urla la tragedia. Non cede in alcun modo al ricatto emotivo. Sceglie la via più complessa da percorrere: il rispetto sacro per la dignità umana.

Mette al centro la persona. Ci invita a guardare oltre la superficie degli eventi, offrendoci una bussola per orientarci barbarie della violenza di regime.

Il tema centrale di Io sono ancora qui è la memoria collettiva intrecciata al dramma privato.

Il Brasile del 1971 è un Paese stritolato dalla morsa feroce della dittatura militare fascista. La censura e la polizia segreta coprono ogni dissenso. Gli oppositori politici scompaiono nel nulla, inghiottiti da apparati statali fuori controllo.

Sono i desaparecidos, un buco nero nella coscienza dell’intera America Latina, un abisso di negazione del diritto.

Il film – disponibile in streaming – porta sullo schermo il libro di memorie scritto da Marcelo Rubens Paiva, figlio del Rubens rapito e ucciso dagli sgherri di regime. L’autore racconta la storia della propria famiglia, colpita con violenza fisica e psicologica dal regime.

Il focus scelto dal regista non è la politica vista dall’alto dei palazzi istituzionali. L’obiettivo si concentra, invece, sulla prospettiva di una casa borghese e intellettuale di Rio de Janeiro.

Qui c’è un aspetto che merita di essere sottolineato: la famiglia sotto attacco è una famiglia borghese, con lui – papà Rubens – ingegnere. Ed ex deputato. Ovvero il rappresentante di quella parte dinamica della società che non accetta i soprusi; e che crede nei diritti.

La casa di Rubens Paiva è una dimora colma di luce, di dischi suonati ad alto volume, di discussioni, di amici. È un nido di pace che viene violato, profanato in un pomeriggio qualunque dall’irruzione della polizia segreta del regime militare.

L’argomento supera di gran lunga la mera cronaca di un sequestro di persona. Il film diventa un’esplorazione sul ruolo della figura femminile nella resistenza al totalitarismo.

Eunice Paiva, moglie di Rubens e madre di cinque figli, si ritrova sola da un giorno all’altro. Il marito Rubens, ex deputato laburista inviso ai generali, viene prelevato da agenti in borghese e scompare.

Da quel momento, l’esistenza di Eunice cambia forma. La ricerca ostinata della verità diventa la sua ragione primaria di vita.

1. Film Io sono ancora qui

La forza di una donna e la brutalità fascista

Il film ci mostra il contrasto abissale tra la brutalità di un regime fascista sanguinario e la forza silenziosa di una donna.

Il regista di Io sono ancora qui mette così in scena la pesante violazione dei diritti umani. E ci restituisce, per contrasto, un ritratto di straordinaria qualità etica e narrativa.

La narrazione si apre in un clima di normalità e di luce abbagliante.

La famiglia Paiva vive in una casa calda e accogliente, spaziosa, di fronte al mare.

Rubens (interpretato con sensibilità e calore da Selton Mello) è un ingegnere, un padre affettuoso, un uomo curioso e aperto al mondo.

Eunice (affidata al talento di Fernanda Torres) è il cuore pulsante e razionale della famiglia.

Le giornate trascorrono serene tra risate, bagni nell’oceano, cene affollate e scambi di vedute intellettuali. Emergono le personalità dei cinque figli, con le loro passioni e le inquietudini giovanili.

Poi, il sole si eclissa. Un manipolo di uomini in borghese, con il volto coperto dall’anonimato del potere impunito, irrompe nel salotto.

Non presentano mandati di cattura. Non offrono giustificazioni valide ai famigliari.

Rubens viene costretto a salire sull’auto e dirigersi in qualche luogo, dove deve deporre qualche cosa: dove si trovi il posto della deposizione, e su cosa debba deporre, nulla si sa.

Gli agenti affermano di dover fare solo un normale colloquio di garanzia. Nella realtà dei fatti, è l’inizio di una discesa di Rubens nei gironi dell’inferno.

Anche Eunice subisce l’arresto. Viene trattenuta per dodici lunghi giorni insieme a una figlia, sottoposta a torture psicologiche in un clima di terrore.

Quando le autorità la rilasciano, di Rubens non c’è più alcuna traccia. Lo Stato nega di averlo in custodia.

È in questi frangenti che la regia di Salles dimostra una maestria assoluta. Anziché scivolare nel facile melodramma, sceglie la compostezza dello sguardo.

Eunice non si abbandona alla disperazione in pubblico. Al contrario, sorride ai figli per proteggere le loro giovani coscienze. Si reinventa di sana pianta.

Decide di trasferire la famiglia da Rio de Janeiro a San Paolo del Brasilie. Torna a sedersi sui banchi dell’università, si laurea in giurisprudenza a quasi cinquant’anni. E veste la toga da avvocata.

Inizia così una battaglia decennale per costringere lo Stato brasiliano ad ammettere il delitto, chiedendo un atto di verità formale e dovuto: il certificato di morte del marito.

Il vuoto lasciato da Rubens pesa su ogni singola inquadratura della casa.

Il regista Salles adopera la macchina da presa in modo da mettere a fuoco la casa dei Paiva. È una casa che perde i suoi suoni abituali e muta aspetto con l’avanzare delle stagioni, fino al trasloco.

Le inquadrature sottolineano i silenzi carichi di attesa; e i gesti minimi di una famiglia trincerata nel proprio lutto privato, ma fiera.

Nella parte conclusiva del film, il racconto compie un ampio salto temporale. Incontriamo una Eunice anziana, segnata dallo scorrere inesorabile del tempo e dalla malattia degenerativa.

A prestarle corpo e sguardo è Fernanda Montenegro, attrice iconica brasiliana e madre reale di Fernanda Torres.

L’anziana Eunice ha sconfitto le menzogne di Stato e ha salvato il nome del marito dall’oblio. Tuttavia ora affronta con grazia la perdita della propria identità e dei propri ricordi.

2. Film Io sono ancora qui

I riconoscimenti al film

La stampa internazionale e i critici cinematografici hanno accolto Io sono ancora qui in modo positivo.

Il film Io sono ancora qui ha conquistato il Premio Oscar come miglior film internazionale, nell’edizione del 2025.

Presentato in anteprima all’81^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 2024, il film ha ottenuto il premio per la migliore sceneggiatura.

Ai Golden Globe del 2025, la protagonista Fernanda Torres ha sbaragliato ogni pronostico della vigilia. Ha conquistato la statuetta d’oro come miglior attrice in un film drammatico, imponendosi su icone di fama globale quali Nicole Kidman e Angelina Jolie.

La prova d’attrice di Fernanda Torres ha convinto i giurati proprio per il lavoro magistrale di sottrazione espressiva. Ha convinto per il silenzio eloquente, per la totale e voluta assenza di retorica vittimistica.

Da parte sua, il regista Walter Salles agisce da cronista illuminato: vaglia le fonti intime e discerne i frammenti della memoria. Lo fa per dare un senso compiuto e un significato al trauma di un Paese, schiacciato dalla dittatura.

La verità come strumento di libertà

Guardare un film come Io sono ancora qui significa interrogarsi a viso aperto sui grandi nodi della società. Nei temi di fondo dell’opera sta il monito a tenere gli occhi vigili e la mente critica sul mondo in cui viviamo.

In prima battuta, domina il tema della verità sostanziale dei fatti contro la menzogna e il silenzio di Stato.

Il governo militare desidera cancellare i fatti con un tratto di penna. Crea un’impalcatura di omertà. Fa sparire i cadaveri dei dissidenti per impedire le indagini.

Eunice oppone a questa narrazione tossica e governativa l’ostinazione sacra del diritto. Pretende i documenti, esige i carteggi medici, obbliga le divise a riconoscere l’uccisione del consorte.

Questa battaglia indefessa in nome della verità costituisce il faro per chi, tra tutti noi, sceglie di non fare un’informazione asservita.

Eunice agisce mossa dall’intenzione di chiarezza e luce: educa la comunità e i suoi stessi oppressori. Il rifiuto delle versioni di comodo si fa, dunque, prassi di sopravvivenza.

Il secondo tema cruciale è il netto rigetto della posizione passiva della vittima. Eunice subisce un torto non quantificabile a parole. Eppure, non accetta di finire chiusa nel recinto della vedova debole, arresa al fato avverso.

Un certo giornalismo dei servi ama dipingere le vittime con toni paternalistici o sfruttarle a livello commerciale.

Il regista Salles smonta, invece, in mille pezzi questo stereotipo insidioso. Attraverso lo studio e l’impegno per i diritti civili dei popoli indigeni, Eunice trasforma la tragedia in spinta vitale per sé e per i ragazzi.

Il suo cammino ci istruisce su come lo studio rappresenti uno scudo solido contro l’arbitrio della divisa militare dei dittatori.

C’è poi una riflessione acuta sulla rete della solidarietà sociale. Il focolare dei Paiva resta un porto e un rifugio. Nessun uscio viene sprangato per paura dei delatori.

Persone del quartiere e amici continuano a varcare quella soglia in segno di sfida sotterranea. Il sostegno umano della cerchia amicale e civile prende il posto delle istituzioni che si sono dileguate.

Di fronte a uno Stato carnefice e fuorilegge, la piccola comunità diviene argine estremo e roccaforte di umanità.

Infine, giungiamo al volto tenace e materno della memoria.

3. Film Io sono ancora qui

La resistenza contro la menzogna

Il titolo Io sono ancora qui suona in prima istanza come un atto d’accusa, ma si rivela in fondo una carezza per l’animo.

È la testimonianza di una tenacia inarrestabile e vitale. La scena di chiusura, dove il volto anziano di Eunice osserva la luce sul mondo, chiude il cerchio di una parabola esistenziale esemplare.

Il corpo dell’anziana cede alle stagioni. Le memorie affievoliscono per il morbo crudele della mente. I persecutori della dittatura fascista, invece, sono caduti, scomparsi e travolti dalla vergogna della Storia.

La giustizia ha trionfato sul sopruso barbaro. E lei, Eunice, è ancora seduta lì, monumento silente in difesa dei propri cari e della nazione.

È lei la dimostrazione in carne e ossa che la libertà, per quanto offesa, possiede un respiro più lungo dei suoi oppressori.

La libertà, poi, si accompagna a menti aperte, critiche. A fasce sociali che ogni giorno costruiscono nella libertà la propria vita, con il lavoro onesto e competente. A persone che hanno a cuore i diritti e che non rinunciano alla loro umanità.

Qui sta la spinta più potente del film Io sono ancora qui: la resistenza della verità, della dignità e dell’umanità autorevole contro il silenzio, la vigliaccheria e le mani sporche di sangue degli sgherri di regime.

Sporche di sangue sono le stesse istituzioni piegate al regime fascista – e ai suoi servi post-fascisti.

È un regime militare che non ha neppure avuto il coraggio di ammettere le proprie azioni. E a cui Eunice contrappone la dignità borghese di chi sta dalla parte dei diritti e dei più deboli.

Maurizio F. Corte

La ricerca e l’editing di questo articolo è stata supportata da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per i lavori di inchiesta e di revisione dei testi. Ecco i modelli di IA utilizzati: Gemini Notebook, Claude, Gemini, Manus.

Trailer del film Io sono ancora qui

Recensione del film Io sono ancora qui

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