“L’uomo dei sussurri”. Film thriller banale che parla di violenza sui minori

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Che senso ha guardare un film thriller? A mio parere ha senso se, alla fine della visione, mi lascia qualcosa.

Guardare un film tanto per passare il tempo è, a mio parere, una perdita di tempo. Al limite, se il film thriller ha almeno un buon intreccio ed è coinvolgente e credibile, possiamo dire di aver passato il tempo senza perdere troppo tempo.

Nel caso del film L’uomo dei sussurri, con l’attore Robert De Niro, abbiamo una banale perdita di tempo. E, alla fine, un senso di vuoto attorno a noi: vederlo o non vederlo è uguate. Anzi, è diverso: se lo vedi, capisci che poteva essere un grande film e invece è pellicola di scarto.

Ma vediamo di cosa tratta questo film su Netflix, che ha subito raccolto l’interesse potente del pubblico. Al che, spero che il pubblico ne sia rimasto deluso quanto me, altrimenti mi tocca far crollare la mia stima verso il pubblico.

La trama del film L’uomo dei sussurri

Un bambino di otto anni sparisce. Suo nonno (Robert De Niro, classe 1943) è l’ex poliziotto che trent’anni prima ha arrestato il serial killer di bambini. Un serial killer che in città chiamavano “l’uomo dei sussurri”.

Il padre del bambino sparito è uno scrittore: scrive romanzi di cronaca nera e con quel nonno (suo padre) non parla da anni.

Da questa premessa L’uomo dei sussurri ricava 114 minuti di scarso mestiere narrativo e nessuna domanda.

Il film di James Ashcroft è su Netflix dal 28 agosto 2026.

Lo firmano gli sceneggiatori Ben Jacoby e Chase Palmer, adattando il romanzo di Alex North del 2019.

Robert De Niro è Pete Willis, il detective in pensione; Adam Scott è suo figlio Tom; Michael Keaton è Frank Carter, il killer in carcere; Michelle Monaghan è la detective Amanda Beck. Owen Teague è Frank Carter Jr.; Hamish Linklater è Norman Collins.

La valutazione di Rotten Tomatoes al film L’uomo dei sussurri si ferma al 47 per cento di giudizi positivi. Un punteggio che trovo esagerato, a dirla tutta.

Eppure il film ha almeno quattro temi gravi e potenti tra le mani.

Il primo è la violenza sui bambini. Il secondo è il rapporto tra genitori e figli minori. Il terzo tema è il rapporto tra padre e figlio maschio. E l’ultimo tema è l’operato della polizia e della giustizia.

CIl film tocca tutte e quattro le tematiche; ma non ne apre nessuna. Non c’è un filo di scavo e di riflessione su alcuno dei temi. Passano come acqua piovana su un marciapiede di marmo levigato. Non si assorbe, né sviluppa nulla.

Ci sarebbe anche un quinto tema: la presunta ereditarietà del male – via educazione o Dna o entrambi. Tuttavia, anche su questo il film con Robert De Niro sorvola in modo pilatesco.

 

Spoiler: il mostro del film ha un nome

Il nuovo rapitore di bambini è Frank Carter Jr. Uccide bambini per ottenere l’approvazione del padre, che uccideva bambini prima di lui. Usa la stessa tecnica e le stesse modalità per far allontanare i minori da casa.

Questa è la spiegazione più comoda che il cinema di genere tiene in magazzino: il male viaggia nel sangue. Passa di padre in figlio come il colore degli occhi.

E infatti il film non guarda altrove. Nella storia di Garretton non ci sono servizi sociali, scuole, vicini che avevano notato qualcosa, famiglie che non hanno denunciato.

Ci sono soltanto una soffitta, una filastrocca da sussurrare alla porta socchiusa e un cognome maledetto.

La violenza sui minori, fuori dagli schermi, ha un’altra faccia. Accade nelle case. La commettono adulti conosciuti, spesso parenti. Non ha soprannomi né rituali. Dura anni e nessuno chiama la stampa.

Ecco che chi esce da questo film, esce rassicurato: il mostro è altro da noi, ha un cognome, ha avuto un padre sbagliato. La nostra vita non c’entra.

La sparizione del picccolo Jake

il piccolo Jake viene rapito quasi subito, appena la famiglia si è trasferita. Il padre è appunto lo scrittore. La mamma è morta tempo prima di malattia. Con il nonno (Robert De Niro) non vi sono rapporti: non ha proprio mai conosciuto il nipote.

Da quel momento della scomparsa, il racconto è tutta una destinazione. Parla poco, decide niente, aspetta.

C’è un filo che prometteva di più. Jake ha un’amica immaginaria, una bambina con il maglione blu, e ha perso la madre. Un bambino in lutto che si costruisce una compagnia: qui c’era un film.

Il finale rivela che la bambina è sua madre da piccola, e lascia in sospeso se sia un fantasma o la difesa psichica di un figlio.

Quell’ambiguità è il gesto di rispetto più bello verso il personaggio. Arriva negli ultimi minuti; e non cambia nulla di quanto è accaduto prima.

Restano i padri, che il film mette in fila su tre generazioni: Pete e Tom, Frank e Frank Jr. Li circonda di solennità e poi ne liquida le ragioni in una battuta.

Eppure Tom Kennedy – lo scrittore figlio dell’ex poliziotto Pete – è un personaggio vero: uno che campa raccontando delitti; e non riesce a dire una frase intera al padre poliziotto.

Tom fa il mestiere di chi vive di cronaca nera contro il mestiere di chi la cronaca nera la subisce. Il film lo lascia in corridoio, senza scavare nel personaggio, come del resto fa con le altre figure.

La polizia in castigo, la giustizia delegata

Uno dei recensori del film osserva che gli agenti sembrano appena reduci da un trauma cranico collettivo: a loro mancano gli indizi che allo spettatore sono stati serviti dieci minuti prima. La detective Amanda Beck, unica donna in una storia popolata di maschi, esiste per restare indietro.

Anche nel momento dello scontro diretto con il serial killer, Amanda commette ingenuità che neppure un agente al primo giorno di servizio commetterebbe.

È la convenzione più vecchia del genere. Le istituzioni sono cieche, l’uomo solo con l’intuizione – il vecchio ex poliziotto Pete – riesce a vedere.

Non è una scelta neutra. Questo approccio del film L’uomo dei sussurri manda al pubblico un messaggio che lascia sconcertati: la giustizia non nasce dalle procedure, dai verbali, dal lavoro di squadra, ma da un anziano con una pistola e una buona memoria.

Poi arriva il finale e chiude il cerchio nel modo peggiore. Il nonno ex poliziotto, Pete, salva il nipote e muore con un cacciavite nel ventre.

Il serial killer Frank Jr. viene arrestato e finisce nello stesso carcere del padre, che ottiene l’incontro e lo strangola ripetendo su di lui il proprio rituale.

La giustizia di questo film è un omicidio in cella. Nessun processo, nessuna pena, nessuna domanda su cosa faccia lo Stato con un uomo così.

Il problema viene rimosso, non affrontato. E la rimozione ha il tono del lieto fine.

Per chi ha passato anni sui verbali di un processo vero, questa è la parte che pesa più delle altre.

Il film che c’era e non è stato girato

Nel film, Norman Collins – collezionista di cimeli delle scene del crimine – è il personaggio più contemporaneo dei sei. È un appassionato di true crime, che fa da postino tra il killer in carcere e il mondo fuori.

Quando lo scoprono, il collezionista Norman si uccide davanti ai suoi macabri cimeli, senza dire chi sia il colpevole.

Venti minuti di presenza, e via. Lì dentro c’era il film sul nostro tempo: il culto del mostro, le lettere ai detenuti, i podcast, i forum, l’economia che campa sul dolore dei genitori delle vittime.

Niente di tutto questo entra nel film in modo da essere tematizzato.

Tre domande da portare al prossimo thriller

Non serve smettere di guardare film thriller, solo perché L’uomo dei sussurri è un’opera mancata, che pure aveva grandi temi da trattare. Serve guardarli, quei thriller (film o serie tv) con tre domande in tasca: 

  • Chi spiega il male, e come? Sangue, infanzia, contesto sociale, o nessuna spiegazione? Chi risponde “sangue” ha scelto la strada corta.
  • A cosa servono le istituzioni? A sbagliare, così che l’eroe possa avere ragione? O a lavorare, con i tempi e gli errori del lavoro vero?
  • Il bambino ha parole sue? O è soltanto il luogo verso cui gli adulti corrono?

Queste domande funzionano per le news sui giornali e funzionano su Netflix, perché i frame sono gli stessi: il mostro, il poliziotto solo, la famiglia che si ricompone.

Robert De Niro ha 83 anni e il film gli chiede di fare a pugni. Michael Keaton ha quattro scene e le regge tutte, con la voce più che con il corpo. La fotografia di Peter Deming raffredda i colori fino a farti sentire l’umidità delle stanze.

Il resto è un thriller che confonde la cupezza con la profondità.

Un film di genere thriller – sia chiaro – ha tutto il diritto di intrattenere e basta. Il conto si apre quando mettono al centro della storia bambini rapiti, tre generazioni di padri e un sistema giudiziario. E li usa come arredamento.

Se vogliamo, accade la stessa cosa quando ci raccontano scene di guerra – dall’Ucraina a Gaza, dalla Cisgiordania all’Iran – senza mostrarci il contesto. Senza raccontare il pregresso. E senza tematizzare gli interessi in campo.

Ecco, allora, che il film (o la serie) thriller e la cronaca diventano intrattenimeno. E ci fanno perdere tempo, senza darci nulla. Nemmeno una storia che sia, almeno, raccontata bene.

Maurizio F. Corte

  • Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona. 
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