Alessia Rosati, il caso è riaperto. Luci su un mistero italiano lungo oltre 30 anni

Alessia Rosati - cold case - sparizione - Roma 1994
Ci sono storie che scivolano via come polvere nel vento, consumate dalla fretta di una cronaca che divora tutto. E ci sono storie che restano incagliate nella memoria, come ferite che rifiutano di chiudersi.

La sparizione di Alessia Rosati appartiene a questa seconda schiera. È una vicenda che ci interroga non solo come cittadini, ma come fruitori di un ecosistema mediatico spesso distratto.
 
I misteri irrisolti, i cosiddetti “cold case” che affascinano la narrativa televisiva, nella realtà dei fatti non esistono. Esistono, piuttosto, indagini interrotte, filoni inesplorati, silenzi coltivati con cura. Esistono vicende in cui non si è voluto cercare a sufficienza.

La sparizione di Alessia

Ripercorrere i passi di Alessia significa calarsi in una Roma d’altri tempi, eppure drammaticamente vicina.
 
È il 23 luglio del 1994 quando questa studentessa di ventuno anni, iscritta alla Facoltà di Lettere, svanisce nel nulla. Il quartiere è Montesacro, un lembo di città che assiste muto all’inizio di un dramma.
 
Alessia è una ragazza immersa nel suo tempo. Frequenta gli ambienti della sinistra extraparlamentare, collabora con la redazione di un periodico di matrice anticapitalista.
 
È una giovane donna che cerca il suo posto nel mondo, in un’Italia attraversata da scosse sismiche di natura politica e sociale.

Il Paese è da poco uscito dal ciclone di Tangentopoli. Silvio Berlusconi ha appena annunciato la sua discesa in campo.
 
Soprattutto, la cronaca è dominata dallo scandalo dei fondi neri del Sisde, i servizi segreti civili. Un clima turbolento, torbido, in cui le vicende individuali rischiano di essere stritolate da ingranaggi più grandi.
 
In questo scenario, l’ipotesi che Alessia Rosati sia caduta in una trappola ben congegnata prende corpo con inquietante concretezza.

La forza dell’inchiesta: riaprire i faldoni

Per decenni, il caso Rosati è parso destinato all’oblio, archiviato nell’elenco delle centinaia di giovani che ogni anno scompaiono a Roma senza lasciare traccia.
 
L’assuefazione al mistero è un tratto patologico del nostro Paese. Ci siamo quasi abituati a stragi, sparizioni e attentati orfani di mandanti e colpevoli, relegati a episodici servizi sui media.

Eppure, a ventisei anni esatti dalla sua scomparsa, il fascicolo si è riaperto. La Procura di Roma ha intensificato le indagini, affidando il caso alla pubblico ministero Alessia Miele.

Dietro questa svolta c’è un elemento che merita un’analisi profonda: il giornalismo investigativo.
 
In un’epoca dominata dagli algoritmi che premiano la velocità e il clamore, l’impegno di cronisti tenaci dimostra che l’informazione può ancora essere uno strumento di giustizia.
 
Il giornalista del Corriere della Sera, Fabrizio Peronaci, fondatore del gruppo Facebook “Giornalismo investigativo”, ha avuto un ruolo determinante nel riaccendere i riflettori sulla vicenda.
 
Peronaci, già autore di inchieste e libri sul caso di Emanuela Orlandi, ha dedicato ad Alessia Rosati un capitolo del suo libro Morte di un detective a Ostiense e altri delitti (Typimedia editore), analizzando in profondità tredici casi romani irrisolti.

Il giornalista è stato ascoltato a lungo dalla magistratura. La sua attività dimostra come i social network, se sottratti alla logica dello scontro sterile, possano trasformarsi in piazze di mobilitazione civile e di ricerca documentale.
 
Pagine come il gruppo Facebook “Crimini Italiani”, amministrato da Davide Mascitelli, mantengono viva l’attenzione su vicende che il circuito mainstream tende a dimenticare.

Le ombre dei servizi deviati e la lettera anomala

Scavare nella sparizione di Alessia significa confrontarsi con dettagli che stridono, con anomalie che sfidano la logica.
 
L’inchiesta giudiziaria, coperta dal segreto istruttorio, si muove attraverso interrogatori a tamburo battente; e la ricerca di testimoni rimasti in silenzio per decenni.

Spunta un nome che getta un’ombra sinistra sull’intera vicenda: Marco Fassoni Accetti.
 
Il fotografo romano, figura controversa balzata agli onori delle cronache per essersi autoaccusato del rapimento di Emanuela Orlandi, entra in scena anche qui. Fu lui, nel 2013, a far ritrovare il flauto attribuito alla Orlandi, reperto poi distrutto in Procura.
 
Nel caso di Alessia Rosati, Accetti ha indicato una pista precisa: la sparizione sarebbe il frutto di una guerra interna tra fazioni del Sisde.
 
Secondo questa prospettiva, la ragazza sarebbe finita in un circuito di ricatti legati agli scandali dei fondi neri. Interpellato, il fotografo ha dichiarato di aver già riferito agli inquirenti tutto ciò che sapeva.

I vertici dei servizi segreti dell’epoca, come Domenico Salazar (direttore del Sisde tra il 1993 e il 1994), rappresentano lo sfondo istituzionale di un quadro che la magistratura sta cercando di decifrare. Tuttavia gli elementi al vaglio degli inquirenti vanno oltre.

L’ultima lettera di Alessia e il libro della grafologa Monica Manzini

 
C’è un documento che rappresenta la chiave di volta, o forse il più grande dei depistaggi: l’ultima lettera scritta da Alessia.
 
Nel testo, la studentessa fa riferimento alla data della sua partenza per le vacanze. Stranamente, indica la domenica, anziché il sabato. Un errore reiterato.
 
A questo si aggiungono anomalie nell’uso dei verbi e nella scelta delle parole. Un testo che grida attenzione. Non a caso, il caso è stato analizzato anche dalla grafologa forense Monica Manzini, autrice del libro Le Ali della Verità, un’opera narrativa ispirata proprio alla tragedia di Alessia.
 
Alessia Rosati - Le ali della verità - Monica Manzini grafologa

 

Il ruolo dei media: tra narrazione e responsabilità

Vicende come questa ci costringono a una riflessione sul ruolo dei media nel crimine e nella giustizia.
 
La complessità del caso di Alessia Rosati viene oggi affrontata in trasmissioni e dirette web. La psicologa e criminologa Roberta Bruzzone, insieme a Monica Manzini e Davide Mascitelli, ne ha discusso in approfondimenti su YouTube.
 
Lucia Pippi ha dedicato spazio al mistero nel suo programma su Radio Moon, diffondendo i contenuti anche sul canale YouTube dell’emittente.

 

L’attenzione mediatica è vitale per impedire che l’oblio divori le inchieste. Tuttavia, la cronaca nera impone una disciplina rigorosa.
 
Il rischio, sempre in agguato nel giornalismo di oggi, è quello di trasformare la tragedia in puro intrattenimento. E di ridurre le persone a personaggi di un copione a uso e consumo dell’audience.
 
Qui hanno un ruolo e una responsabilità sia i giornalisti e chi fa comunicazione, sia il pubblico di lettrici e lettori che hanno senso critico. E sensibilità umana.

 

Per chi crede in una comunicazione autentica, in un “giornalismo interculturale” capace di leggere la complessità senza appiattirla, il caso di Alessia Rosati richiede un approccio etico severo.
 
Non dobbiamo assecondare la morbosità del pubblico, ma coltivare il pensiero critico.
 
Quando narriamo di una ragazza sparita nel gorgo della Roma degli Anni Novanta, non stiamo solo assemblando una trama per appassionati di gialli. Stiamo maneggiando il dolore di una famiglia.
 
Stiamo raccontando i limiti delle nostre istituzioni. Stiamo misurando la febbre democratica del nostro Paese.

 

L’illusione del silenzio e la ricerca della verità

 

“I misteri irrisolti non esistono”, si legge nelle riflessioni di chi ha riaperto il caso. È un’affermazione che suona come una promessa. Una bella notizia per coloro che attendono giustizia da quasi trent’anni.

 

Per infrangere il muro di gomma servono coraggio e determinazione.
 
Serve che i testimoni, custodi di segreti inconfessabili per decenni, trovino la spinta per farsi avanti. Serve sperare in un sussulto di coscienza di chi sa e ha taciuto.

 

Tuttavia serve anche un giornalismo e una comunicazione mediale che non si accontentino della superficie. E che non siano subalterni alle verità ufficiali o alle veline investigative.
 
È necessario un giornalismo capace di “scendere nel pozzo” delle verità occultate, per usare una metafora a me cara. Dobbiamo abbandonare le narrazioni di comodo; e le ambiguità verbali che coprono le mancanze delle indagini.

 

La giovane donna Alessia Rosati merita una verità storica e giudiziaria. La merita la sua famiglia, sospesa in un limbo crudele dal luglio del 1994.
E la meritiamo noi, come società.
 
Ogni volta che una persona sparisce nel nulla, e lo Stato non sa fornire una risposta, è l’intero patto di cittadinanza a uscirne incrinato.
 
Continuare a indagare, a scrivere, a fare domande scomode non è solo un esercizio di professione. È l’unico modo che abbiamo per restare umani, rifiutando la rassegnazione davanti al buio.
 
È quello che ho fatto dal 2010 a oggi – e che continuo fare – a proposito di un altro caso, all’apparenza risolto da oltre mezzo secolo: quello di Milena Sutter, 13 anni, sparita a Genova il 6 maggio 1971. Ufficialmente rapita e uccisa per motivi di denaro.
 
Del caso di Milena Sutter – che non è meno inquietante della scomparsa senza soluzione di Alessia Rosati – parlo anche nel podcast Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.
 

Maurizio F. Corte

Caso Alessia Rosati. Con la criminologa Roberta Bruzzone

La grafologa Monica Manzini parla del caso di Alessia Rosati

Ogni settimana smonto una narrazione. E racconto i media e l'IA.

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