Come si guarda un thriller. La tecnica del Criminal Profiling

Ci intrigano i film, i romanzi e le serie televisive dove un qualche investigatore – un tipo (o una tipa) diversi dagli altri – arrivano a scoprire l’autore di un delitto attraverso la riflessione.

La mente critica ha sempre un suo fascino. Si basa, certo, su dati di fatto, su riscontri empirici: insomma, su quanto è accaduto. Poi spicca il volo grazie a un salto in alto che non ci aspettiamo.

La domanda, allora, è questa: quel volo che coglie la verità sostanziale dei fatti è frutto di intuizione, di un sapere attinto a chissà quale spirito? Oppure è frutto di un procedimento razionale, logico?

La risposta non è semplice. Un aiuto a guardare film e serie televisive thriller oppure a leggere libri gialli nel modo migliore possibile ci viene dal Criminal Profiling.

Il Criminal Profiling – il profilo dell’autore o del possibile autore di un delitto – non è una scienza esatta. È però assai utile per orientare le indagini, la ricerca, la comprensione di quanto è successo sulla scena del crimine.

Ce lo spiega la criminologa e psicologa giuridica Laura Baccaro in un articolo sulla Psicologia Investigativa, che puoi trovare su questo magazine.

Criminal Profiling, lo strumento per studiare un caso giudiziario

La Psicologia Investigativa aiuta a comprendere la scena del crimine. E a tracciare il profilo del possibile offender.

È quindi importante vedere come  le scuole di Psicologia Investigativa si siano occupate di Criminal Profiling.

Quelle scuole di Psicologia Investigativa possono darci una mano a leggere meglio i film, le serie televisive e i libri che raccontano di delitti, omicidi, violenze di vario genere.

Nell’ambito dell’Università di Verona, con la criminologa e psicologa giuridica, Laura Baccaro, ho svolto una ricerca che ha portato al libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media sul caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano.

Psicologia Investigativa: il Criminal Profiling dalle origini a oggi

Uno dei primi antichi testi che ha fornito una chiara guida circa il campo e la tecnica del Criminal Profiling è il Malleus Maleficarum – altrimenti conosciuto come The Witches’ Hammer – pubblicato nel 1486 dai monaci e professori di Teologia, Henry Kramer e James Sprenger.

Il testo medievale si propone come guida istruttoria per identificare, accusare e poi punire le streghe. Secondo il Malleus, streghe e altri tipi di criminali possono essere identificati in base a specifiche circostanze, abilità e caratteristiche.

Le streghe, per esempio, vengono descritte come donne talvolta invisibili agli occhi dell’Inquisitore, che vivono da sole, senza figli, e così via.

Una decina di anni prima della pubblicazione del Malleus, c’è un altro elemento importante da considerare: l’Inquisizione spagnola (1478-1834), che prende origine con la Chiesa Cattolica decisa nel sostenere e assistere il Regno di Spagna sull’identificazione dei conversos – in particolare musulmani ed ebrei – e sulla forzata conversione al cristianesimo.

Da Lombroso al profilo dell’offender

Se passiamo poi all’età moderna e alle più significative personalità in ambito criminologico, vi sono due tipi di criminologi esperti. Sono i più capaci nel formulare la teoria del Criminal Profiling.

Vi sono coloro che studiano le caratteristiche fisiche dell’offender fino ad arrivare all’aspetto caratteriale; e vi sono quelli che si occupano di applicare la tecnica investigativa criminale.

Un criminologo di riferimento è lo psichiatra italiano Cesare Lombroso, uno dei primi esperti del campo a dare vita a una precisa classificazione dei criminali. Lo fa sulla base di statistiche e comparazioni.

Cesare Lombroso, dopo aver studiato 383 prigionieri italiani – e nel dettaglio il loro comportamento – finisce per ammettere tre tipi di criminali:

  • i criminali nati – offender che presentano la ricomparsa di caratteri propri dei primitivi, in termini di caratteristiche fisiche;
  • i criminali insani – offender che soffrono di malattie e deficienze mentali o fisiche;
  • i criminaloidi, quegli offender che non possiedono specifici caratteri violenti: non hanno carenze mentali, tuttavia l’insieme dei loro caratteri mentali ed emozionali li predispone, in determinate circostanze, al comportamento criminale

A fianco di Lombroso troviamo, poi, altre spiccate personalità criminologhe, quali quella di Sir Arthur Conan Doyle con la sua scienza della deduzione; o del Dr. Johann (Hans) Baptist Gustav Gross, figura determinante nel campo della Criminal Investigation. E la figura di O’ Connell e Soderman.

L’origine e lo sviluppo del Criminal Profiling corrono, quindi, su un lungo cordone storico.

Negli ultimi due secoli, studi specialistici attivi nella pratica di questa tecnica di profilazione criminale hanno coinvolto una serie di investigatori professionisti, esperti del comportamento e della società. Vi sono poi professionisti forensi, sino ad arrivare al Criminal Profiling contemporaneo.

LO SCOPO DEL CRIMINAL PROFILING

Il Criminal Profiling dell’età contemporanea si apre in un ampio e profondo ventaglio di forme. Situazioni e contesti in cui è sempre implicata l’inferenza delle caratteristiche criminali, per scopi investigativi e giudiziari.

Le ragioni che si celano dietro tali inferenze, tuttavia, non sono sempre coerenti.

Si parte da un’argomentazione statistica per poi esaminare i comportamenti criminali specifici. Fino ad arrivare alle soggettive e intuitive opinioni basate su personali credenze ed esperienze.

Fin qui la ricostruzione della storia del Criminal Profiling fatta da Graziana Solano.

Già questo percorso – per noi appassionati del mondo crime, sia esso frutto di fiction o riferito a fatti accaduti – ci indica alcuni percorsi.

Il Criminal Profiling può essere inteso come una “scienza esatta” – che utilizza comunque le scienze esatte – basata su studi scientifici e su procedimenti logici, frutto di un ragionamento argomentato e corretto.

Da altri, invece, il Criminal Profiling è più frutto di intuizione, di “fiuto da investigatore”, potremmo dire.

In entrambi i casi, l\’esperienza gioca un ruolo importante. Non è però sufficiente – anche se di lungo corso e ad alti livelli – per giustificare conclusioni che non siano espressione di un procedimento logico.

La scena del crimine e il Criminal Profiling

Criminal Profiling, Criminal personality profiling, Forensic profiling, Behavioral profiling, Criminal investigative analysis, Psychological profiling sono espressioni che indicano il lavoro di identificazione di un modus operandi utile alla costruzione di un identikit psicologico dell’offender

L’analisi della scena del crimine e il Criminal Profiling presentano analogie dal punto di vista metodologico e hanno obiettivi similari. Tuttavia sono tecniche investigative differenti:

  • l’analisi della scena del crimine studia le tracce e le prove fisiche con lo scopo di individuare “cosa è accaduto” e “in che modo”;
  • il Criminal Profiling – sebbene abbia lo stesso punto di partenza dell\’analisi della scena del crimine – finisce per assumere un altro tipo di finalità: “perché ciò è accaduto” e “cosa questo ci racconta del soggetto che lo ha compiuto”.

Primo passo da compiere è l’analisi della scena del crimine. Perché? Per un buon motivo: chiedersi “perché un dato offender abbia commesso un determinato reato” e chi “chi l’ha commesso” non avranno risposta se, prima, non si sono compresi due altri elementi.

Gli altri due elementi sono la comprensione del fatto delittuoso in sé (“cosa è accaduto”) e le modalità dell’accaduto (“in che modo”).

I diversi approcci al Criminal Profiling

Non esiste un solo approccio al Criminal Profiling e all’analisi della scena del crimine. Vi sono due filoni principali:

  • la scuola americana, che vede tra gli studiosi Turvey, Holmes e Holmes, Douglas (quest’ultimo nell’ambito dell’Fbi).
  • la scuola inglese, con David Canter e il suo modello scientifico

piuttosto sul comprendere il tipo di offender che si cela dietro la scena del delitto, nonché il tipo di vittima e la relazione tra i due.

La scuola americana di Criminal Profiling di Turvey, Holmes e Holmes, e Douglas (Fbi) ha come principio fondante il crimine inteso come specchio della personalità dell’offender.

Ciò significa che dagli elementi rivenuti sulla scena del crimine si risale alle caratteristiche personologiche dell’offender. E si risale quindi al suo identikit psicologico.

Tramite tali informazioni ci si avvia verso una ricostruzione del reato. Il metodo utilizzato è, dunque, quello intuitivo e deduttivo.

È l’approccio che vediamo rappresentato, a livello di fiction televisiva, in serie thriller sul genere di Criminal Minds.

La scuola inglese di Criminal Profiling, che ha come maestro e fondatore David Canter, è su posizioni diverse.

Il professor David Canter – che ho avuto l\’onore di intervistare nel dicembre 2011 all\’Università di Huddersfield (Regno Unito) – a livello di Criminal Profiling ha questa idea.

Reputa più produttivi studiare l’evidenza della scena del crimine – e dunque i dati, gli elementi e le prove che ne emergono – per arrivare a un’analisi scientifica della scena del delitto.

La scuola di Canter si focalizza non tanto sulla personalità che si cela dietro l’aggressore. Punta piuttosto a comprendere il tipo di offender che si cela dietro la scena del delitto, nonché il tipo di vittima del reato. E la relazione che vi è tra vittima e offender.

Criminal Profiling: David Canter e il Caso Sutter

Confesso che la mia preferenza va alla scuola di Criminal Profiling di David Canter, con cui ho discusso anche il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano di cui mi occupo dal 2010.

Non sono uno psicologo investigativo – professione che lascio alla nostra esperta Laura Baccaro, criminologa – ma sono interessato alla Psicologia Investigativa e al Criminal Profiling di David Canter perché sono strumenti utili anche per il Giornalismo Investigativo e d’Inchiesta.

La posizione sorprendente della scuola di Criminal Profiling e Psicologia Investigativa di Canter è che non prende in considerazione il \”movente\” di un delitto, reato o azione criminale.

Ad Huddersfield, davanti a un boccale di birra dopo cena, nella sala in cui fu fondata la Lega del Rugby britannico, posi al professor Canter la domanda: “Perché lei, David, considera di nessun interesse il movente?”.

La sua risposta è stata chiara e diretta: “Quanto mi è utile chiedermi qual è movente che l’ha spinta a venire fin qui a Huddersfield per parlarmi del caso di Milena Sutter?”.

La frase di David Canter esprime il suo approccio al Criminal Profiling: procedere in modo scientifico, partendo dai fatti e dai dati; senza voli pindarici o fantasie su ciò che sta dentro la mente di qualcuno. Criminale o meno che sia.

A te che hai interesse a una visione critica del mondo crime, consiglio la lettura di questi articoli:

Gli studi di Psicologia Investigativa, come ci dimostra il lavoro di ricerca e intervento sul campo della criminologa Laura Baccaro, sono fondamentali per capire i delitti e la comunicazione che li sottende.

In questi come in altri miei articoli l’obiettivo – è importante specificarlo – non è quello di formare psicologi investigativi. La formazione la lascio agli specialisti nei percorsi scientifici e disciplinari di quell’ambito.

L’obiettivo di questa sezione del magazine Il Biondino della Spider Rossa è di fornire strumenti critici a te che ami leggere libri e guardare film e serie televisive thriller e comunque del mondo crime.

La media education, di cui si occupa l’associazione culturale ProsMedia, ha proprio l’obiettivo di arrivare a fruire in modo informato e consapevole sia le notizie dei giornali che i contenuti della fiction là dove trattano di crimine e giustizia.

Come si legge e interpreta un thriller, a mio parere, è cosa troppo seria e coinvolgente per lasciarla solo agli specialisti. Gli studiosi sono i nostri giganti sulle cui spalle saliamo, anche se di statura normale quali siamo noi, per osservare lontano. E vedere da un\’angolazione originale la scena del crimine.

Maurizio F. Corte

  • Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
  • Restiamo in contatto su LinkedIn

Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.

Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.

Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.

Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo

A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.

Avevamo una fame da lupi.

Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.

Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.

Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.

“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.

Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.

Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.

“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.

La sorpresa non era finita, a quanto pareva.

“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.

E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.

La reazione irosa del deserto

Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.

Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.

Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.

Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.

Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.

La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.

Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.

Gli effetti della guerra

Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.

Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.

Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.

Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.

Il crollo della speranza

Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.

È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.

È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.

Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.

E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.

Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.

Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.

La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.

Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.

Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.

Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.

È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.

Maurizio F. Corte
(30 – continua)

Marco Masini- Bella stronza

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