La nostra vita è inconcepibile senza i media. È una vita inconcepibile senza i personal media, che indossiamo tutti i giorni per tante ore al giorno.
Ed è una vita inconcepibile anche senza i media di massa, che ci forniscono le informazioni utili, le conoscenze e le rappresentazioni con cui muoverci in una società che è maledettamente complessa.
Il ruolo dei media nella società
Gli studiosi delle comunicazioni di massa già da molti anni ci dicono che dipendiamo dai media secondo una certa proporzione.
La nostra dipendenza dai mezzi di comunicazione è legata a quanta conoscenza diretta abbiamo degli eventi.
Se avviene un omicidio nella scala del nostro condominio – oppure nella via accanto alla nostra – e possiamo attingere a fonti vicine all’accaduto, la nostra dipendenza dai media è minima.
Diversa la situazione, al contrario, quando quello stesso omicidio avviene in un’altra città. O addirittura in un altro Paese. In questo caso, la dipendenza dai media è assai alta.
La teoria della dipendenza cognitiva dai media ci fa così capire quanto i media, sia personali che sociali che di massa, influiscano sulla nostra vita.
Una società complessa come la nostra richiede, giocoforza, di avere informazioni per via indiretta.
Dipendenza cognitiva dai media
Che si tratti di televisione, di radio, di giornali. Che si tratti di social network, di canali YouTube o di podcast. In ogni caso, il ruolo che i media svolgono nella società in cui viviamo è fondamentale.
Possiamo affermare che non vi è conoscenza sufficiente a vivere da protagonisti nella comunità in cui siamo inseriti senza una qualche dipendenza dai media. Siano essi utili per informarci; siano essi utilizzati per scambiarci opinioni tra pari.
Mass media, social media e personal media
La distinzione tra mass media, social media e personal media un tempo – diciamo prima della prima metà degli Anni Dieci del XX secolo – era assai netta.
Mass media erano la radio, la televisione, i giornali: strumenti in mano a professionisti che emettevano messaggi – sotto forma di informazioni o di intrattenimento – in un certo tempo, in un certo luogo e a persone, il pubblico, isolate tra loro.
Social media erano i media condivisi. Un esempio di social media ante litteram poteva essere una certa radio privata che interagiva con il pubblico via telefono, in diretta, costituendo una comunità.
Poi sono arrivati i blog, le community online e i social network con le loro piattaforme.
Un esempio di “personal media” è di certo il telefono. Da quello usato in modo geloso ed esclusivo quando dovevamo fare, da casa, le telefonate alla persona amata – mi riferisco ovviamente ai giovani del Novecento – ai primi telefonini che servivano solo per chiamare e mandare sms.
Oggi lo smartphone, ovvero un computer in miniatura, e Internet messi assieme hanno ibridato i media.
I personal media, come il telefono cellulare, ci consentono di fare anche comunicazione di massa. E di costituire comunità social, ad esempio attraverso Telegram e altri software di chatting di gruppo e di canali di comunicazione.
Questo nuovo panorama mediale ha sparigliato le vecchie organizzazioni. Ha indebolito le organizzazioni professionali della comunicazione (giornalisti, comunicatori, autori di programmi multimediali).
Questo nuovo assetto mediale ha aperto la strada alla produzione di comunicazione dal basso.
Giustizia e mezzi di comunicazione
Quello che ci interessa considerare, in questo blog, è come i media rappresentano il crimine e la giustizia.
In linea generale, voglio qui far notare – avendo le teorie dei media come supporto teorico – che l’influenza dei media sulla visione del crimine e della giustizia si esercita, comunque, in cinque ambiti:
- gli argomenti trattati;
- il linguaggio impiegato;
- il frame (cornice interpretativa) utilizzato;
- il riferimento, o meno, al contesto;
- la relazione con il Potere
Quello che – nel ruolo di fruitori e fruitrici dei media – dobbiamo sempre tenere presente è proprio il modo in cui questi cinque ambiti sono coinvolti nella narrazione di un certo evento.
Di fronte a un omicidio, a un attentato terroristico, a una violenza di genere (e via dicendo) chiediamoci, trasformando i cinque ambiti in cinque strumenti critici e di conoscenza:
- come viene presentato il fatto delittuoso? Ovvero: quali argomenti sono trattati e quali trascurati; qual è il linguaggio utilizzato nelle situazioni e nella rappresentazione dei protagonisti del fatto?
- qual è la cornice interpretativa entro cui viene collocato il fatto delittuoso? La scelta dell’una o dell’altra angolazione, cambia la nostra lettura di ciò che accade
- vi è un contesto entro il quale il fatto delittuoso è collocato? Il riferimento al contesto consente di notare elementi, dati, aspetti che altrimenti sfuggono. E agevola la comprensione del singolo evento
- quali sono le relazioni di Potere in campo? In ogni azione, in ogni situazione e in ogni fatto vi è una relazione di Potere, piccolo o grande che sia. Ogni Potere ha una propria ideologia e cerca di imporre la propria lettura del reale
Il Caso Sutter e il ruolo dei media
Proviamo a utilizzare i cinque strumenti critici (argomenti, linguaggio, frame, contesto e Potere) nel caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, a cui è dedicata un’ampia sezione di questo blog.
Fornisco qui solo un semplice e rapido esempio di come si possa lavorare sul Caso Sutter-Bozano impiegando gli strumenti critici.
- Argomento: possiamo presentare il caso, attraverso i media, come “rapimento” a scopo di estorcere denaro al ricco padre di Milena. Possiamo presentare il caso come frutto di una situazione opaca e pericolosa in cui si è trovata la vittima. Oppure possiamo presentare il caso come un mistero che avvolge una certa Genova e certe situazioni dell’élite borghese.
- Linguaggio: possiamo presentare Milena come una “bambina”, come una “ragazza del suo tempo” con le relative frequentazioni; oppure come la figlia di un ricco industriale genovese.
- Contesto: possiamo collocare Milena nel quadro della Scuola Svizzera e delle relative relazioni; possiamo isolarla e presentarla come l’esca per il “mostro” che la aspetta in agguato; possiamo rappresentarla come pedina di un gioco molto più grande di lei.
- Frame (cornice interpretativa): possiamo interpretare la vicenda di Milena come la sfortunata discesa nel dramma di una ragazzina innocente; possiamo collocarla entro i rischi e le ambiguità di un tempo inquieto qual è l’adolescenza; possiamo inserirla nel quadro degli Anni Settanta, con proiezioni politiche agghiaccianti.
- Potere: possiamo considerare il Potere in azione per imporre una storia a senso unico, senza deviazioni; possiamo considerare il Potere in azione per distogliere l’attenzione da altro rispetto alla storia imposta; possiamo considerare il contro-Potere di chi indica un’altra direzione e apre lo squarcio su un’altra verità.
Con questo esempio voglio evidenziare e dimostrare come possiamo dare diverse letture di un certo fatto – sia esso criminoso o di altro genere.
E come, grazie ai media, possiamo orientare la narrazione in un certo senso anziché in un altro.
In questo modo, proprio la logica dei media costruisce la conoscenza. E ci permette di tutto sapere fino alla verità. Oppure, come nel Caso Sutter-Bozano, di cadere nella trappola della storia di comodo senza fondamento scientifico.
Maurizio F. Corte
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.
Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.
Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.
Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo…
A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…
A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.
Avevamo una fame da lupi.
Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.
Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.
Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.
“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.
Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.
Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.
“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.
La sorpresa non era finita, a quanto pareva.
“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.
E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.
La reazione irosa del deserto
Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.
Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.
Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.
Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.
Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.
La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.
Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.
Gli effetti della guerra
Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.
Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.
Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.
Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.
Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.
Il crollo della speranza
Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.
È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.
È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.
Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.
E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.
Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.
Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.
La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.
Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.
Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.
Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.
È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.
Maurizio F. Corte
(30 – continua)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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