“Non so cosa sia l’ansia. Non l’ho mai provata. L’ansia proprio non mi tocca”, amava dire ogni tanto mia madre, Maria, classe 1963.
Lei non sapeva cosa fosse l’ansia e ne dava un giudizio negativo. Peccato che però ci sapesse fare nel creare le condizioni dell’ansia.
Un esempio? La scuola. Mi era vietato prendere insufficienze a scuola.
Il massimo dei voti era desiderabile, come traguardo. Un gran bel voto era auspicabile. Un voto sufficiente, ma basso, era una delusione, per lei.
A mia madre devo comunque l’essersi fatta il mazzo per farci studiare, a me e mia sorella.
Ricordo come fosse oggi quando convinse il bidello della scuola media Cesare Battisti di Verona – nel quartiere Ponte Crencano dove si viveva – a inserirmi nella Prima A, quella di lingua inglese.
La classe A era la classe dei figli della piccola e media borghesia di quella parte di Verona. Io ero figlio di un meccanico d’auto, quindi non ci sarei dovuto stare.
Ebbi, così, il privilegio di frequentare la migliore delle classi. Era “classe pilota”, come la definì un giorno la preside.
È grazie a quella classe e ai suoi insegnanti, peraltro, che imparai molto bene la lingua italiana, io che venivo dal dialetto veneto.
La “classe pilota” era tuttavia anche la mia fonte di ansia. Specie con la lingua inglese, che poco amavo e che studiavo ancora meno. Mi prendeva l’ansia nell’aprire il libro. Figurarsi nei compiti in classe e nelle interrogazioni.
Insomma, sono cresciuto – dalla scuola media in poi – con bene impresso il concetto e la pratica dell’ansia. Dall’ansia mi sono liberato, alla fine, liberato. E così posso parlarne.
Perché al 54° secondo – dopo che la città dell’inganno è franata su se stessa – la caduta delle illusioni ci offre anche questa inquietante via d’uscita: l’autostrada dell’ansia.
La reazione al crollo delle illusioni
Nella fase delle illusioni, che durano 53 secondi, siamo sulla rampa di lancio. I sogni d’amore e di carriera vanno alla grande. “Vado al massimo, vado a gonfie vele”, come canta Vasco Rossi.
Poi arriva il secondo numero 54, con la verità sostanziale dei fatti. E con la realtà bruta e volgare che ci presenta il conto.
Possiamo reagire con rabbia, amarezza, con nuove illusioni, con la fuga, con la ristrutturazione del pensiero, con il vittimismo, con il cambiare cavallo, con un nuovo incontro.
Non solo: possiamo reagire al crollo delle illusioni anche in altre maniere. Eccone alcune: ricorrere alla squalificazione della vittoria (sminuendola), aggrappandoci alla vittoria a tavolino, tuffandoci in una partita rinviata per nebbia oppure assistendo a una partita a reti inviolate.
Possiamo reagire con lo sbigottimento, con la disperazione, con la corsa nel deserto, con l’autocritica, la paura, le allucinazioni. Possiamo consolarci con una canzone. Oppure, possiamo fare terra bruciata attorno a noi.
Sono tutte le reazioni che ho raccontato e racconto negli Appunti sulle Illusioni.
Comunque vada, quelli a cui ricorriamo per reagire al dolore della sconfitta delle illusioni hanno tutti un unico esito: torniamo al punto di partenza. Ritorniamo al Giacomo Leopardi di A Silvia:
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
All’apparir del vero tu, misera, cadesti, ci dice Leopardi.
Ecco, allora, che resta la solita domanda: come reagiamo quando tutte le altre soluzioni le abbiamo provate? Come reagiamo quando ci ritroviamo – dopo il giro in tondo – ancora al 54° secondo?
Di ansia si può anche vivere, non solo agitarsi
Fu d’estate che mi capitò un attimo di ansia intensissima. Fu un’ansia terrorizzante, destabilizzante, che mi paralizzò per una frazione di secondo.
Il terrore che mi prese alla fronte – lo capii dopo – nascondeva il temibile pensiero che la donna che amavo non sarebbe venuta. Che ci saremmo persi per strada. E non più ritrovati.
Mi resi conto, in quel momento, che l’ansia poteva essere distruttiva, come un campo di sterminio. Niente più vita, niente più speranza, niente più amore.
Quel tempo infinitesimale di terrore ansioso mi portò, tuttavia, a riflettere. Mi rilassai. mi distesi nella stanza in penombra e riflettei.
Cominciai ad analizzare la mia comunicazione, ovvero come io avevo agito e quali reazioni avevo provocato nelle altre persone.
Fu un’analisi del sentimento, più che della ragione. Tutti noi viviamo di storie, del resto, specie di quelle che ci raccontiamo. E io mi misi ad ascoltare la mia storia.
Nei giorni successivi scoprii che quell’ansia che avevo provato era la spinta che mi portava a cambiare. Cadute le illusioni, dopo 53 secondi in cui ero nel regno dei felici, al 54° secondo avevo trovato l’ansia rigeneratrice a coccolarmi.
Non era più l’ansia dell’esame, l’ansia dell’inglese, l’ansia di un amore distruttivo. Era un’ansia che mi apriva alla vita nuova.
Quando troviamo la nostra strada – nelle relazioni con gli altri e nel dialogo con noi stessi – siamo del resto tranquilli, sereni, pacificati.
Ecco, l’ansia mi aveva condotto a nuova creazione: mi aveva portato a vivere di nuovo. E a vivere una vita nuova.
La nuova frontiera
La vita rinnovata, grazie a un’ansia creatrice, tuttavia non dura per sempre. Alla fine, del film, dopo il finale consolante, dopo i titoli di coda, il proiettore del nostro cinema esistenziale dà inizio a un nuovo film.
Noi umani siamo insomma cinematografi in perenne proiezione. È per questo che esistiamo ancora come umanità.
Quando anche l’ansia si arrende al 54° secondo, quando anche l’ansia si gela di fronte alla nuda e cruda realtà delle cose, qualcosa accade: un ritmo di danza, un arpeggio di chitarra latina e un colore ocra di danzatrici e musicanti si palesano dinanzi a noi.
Donne e uomini, giovinetti e ragazzine ci girano in tondo. È a noi che fanno festa, quasi fossimo semidei da salutare.
Dietro di loro, un suono acuto ci fa alzare lo sguardo, verso l’orizzonte.
Non sappiamo ancora cosa ci attenda, ma c’è un profumo, un colore, una frescura nell’aria che ci porta ad alzarci.
Al 54° secondo, la nostra mente – alleata del sentimento – ci mette in scena un altro emozionante racconto.
Ed è là – nell’avvio di una nuova storia – che intravediamo lo squarcio della Nuova Frontiera. Al secondo numero 54.
Maurizio F. Corte
(33 – continua)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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