Illusioni cadute. La città inventata dell’inganno

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Cosa c’è di più inquietante di una ragazzina – capelli biondi al vento e sorriso dei 13 anni – che esce da scuola e si incammina sulla strada che la porta alla stazione. Poi scende le scale e scompare nel nulla.
 
Il giorno dopo, nella casa dei genitori in ansia per la sua sparizione, arriva la telefonata: “Se volete Milena viva, 50 milioni prima aiuola Corso Italia”.
 
Assistiamo, qui, alla caduta delle illusioni: tutte le speranze – in chi ama quella ragazzina – si infrangono contro un’amara verità. Sarà, però, davvero una verità, quella raccontata nella telefonata?
 
Il giornale del pomeriggio, il Corriere Mercantile di Genova, titola a caratteri cubitali, in prima pagina: “Rapina Milena Sutter. Chiesti 50 milioni”.
 
È venerdì 7 maggio 1971. Ed è il giorno in cui viene raccontata una storia che non ha alcun riscontro con la realtà: Milena non è mai stata rapita, è semmai scomparsa. E i 50 milioni di vecchie lire sono soltanto un pretesto che nasconde un’amara storia, assai diversa da quella ufficiale.
 

L’imbroglio delle cose ingannevoli

Se voglio pensare all’inganno, non mi resta che andare alla storia triste e drammatica di Milena Sutter. E alla storia drammatica di Lorenzo Bozano, 25 anni nel 1971, condannato all’ergastolo con l’accusa di avere rapito e ucciso per denaro, in modo volontario e premeditato, la ragazzina.
 
Lei è figlia di un ricco imprenditore svizzero della cera. Ci viene ritratta “senza turbamenti di carattere sentimentale”. Se sparisce, quindi, non può che essere stata sequestrata.
 
La mia tesi – dopo oltre tre lustri di studi e ricerche – è che ci troviamo di fronte a una delle più grandi narrazioni bugiarde della Storia sociale e criminale italiana.
 
Come nelle vicende storiche, anche nella nostra vita l’inganno si presenta all’improvviso. È uno strumento avvelenato e affascinante per non indagare (oppure per non accettare) l’amara realtà della vita.
 
L’inganno si inventa una città, destini, persone, riti e volti che non esistono. E che non dovrebbero esistere.
 
L’inganno, è bene ricordarcelo. è un insieme di cose. È un imbroglio, un viluppo di fili, di disegni, di azioni che ci porta in una direzione molto lontana dalla realtà.
 

Il giorno dopo delle illusioni cadute

Le illusioni, abbiamo visto, durano 53 secondi. Abbiamo soltanto 53 secondi per illuderci.
 
È un tempo molto breve, ma è anche un tempo infinito. Ha qualcosa di incommensurabile quello che proviamo nei 53 secondi.
 
In quel tempo delle illusioni, nei 53 secondi, noi stiamo vincendo. La donna (oppure l’uomo) che amiamo ci ha cantato l’amore che prova per noi; e il nostro cuore ha risposto riconoscente, con un altro canto.
 
Le canzoni sono del resto uno strumento efficace per dichiarare il nostro amore. Dovessimo essere delusi dalla persona amata, possiamo sempre dire che è la canzone a cantare le cose d’amore; non siamo stati noi.
 
Nel tempo dell’illusione – nei 53 secondi – l’impresa a cui abbiamo mandato la nostra proposta professionale ci ha già scelti.
 
Vediamo con la mente la firma del contratto, il ciak della macchina da presa, il film proiettato nella sala buia di un cinema; e poi riproposto su una piattaforma di streaming.
 
Tuttavia, alla fine arriva il secondo 54, quando le illusioni cadono. Tutto si rabbuia, tutto si scioglie, tutto si sbriciola sotto il peso della verità sostanziale dei fatti.
 
Possiamo reggere la dura realtà dei fatti? Possiamo accettare che l’illusione sia stata soltanto un impalpabile momento, senza vita e sangue e passione fondate?
 
Ecco, allora, che dopo la rabbia, la disperazione, l’amarezza e l’incanto – e le tante reazioni che abbiamo visto accadere al 54° secondo – ci avvolge il fresco profumo dell’inganno.
 
L’inganno ci convince, ci coccola, ci fa compagnia. E come sempre accade con chi ci coccola, ci fa compagnia e ci convince… noi cadiamo innamorati e ci lasciamo ingannare.
 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

La poesia Forse un mattino andando in un’aria di vetro, di Eugenio Montale (da Ossi di seppia, 1923) rende la metafisica e la fisica dell’inganno.

Non abbiamo più voglia di voltarci e scoprire il nulla della nostra disillusione. Il nulla di un amore che non c’è più; e forse non c’è mai stato. Il nulla di un contratto di lavoro che abbiamo soltanto sognato; e che mai accadrà.

L’istinto di sopravvivenza, al 54° secondo quando sono crollate le illusioni, ci mette in scena la città dell’inganno. E noi, disperati senza saperlo, ci lasciamo ingannare.

Il volto machiavellico dell’inganno

Un tempo pensavo che fosse solo mia la responsabilità, se mi lasciavo ingannare.

Davo la colpa alla mia presunzione di saper capire le cose e la vita. Davo la colpa del mio farmi ingannare alla miopia della mia ment; e alla limitata visuale della mia riflessione.

Poi è stato proprio la vicenda di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano (Genova, maggio 1971) ad aprirmi gli occhi.

Certo ci mettiamo del nostro, nel farci ingannare. Tuttavia, vi è sempre un ideatore (oppure un’ideatrice), vi è un narratore, vi sono esecutori che creano, mettono in scena e reggono l’inganno.

È un lavoro di squadra, come in ogni opera titanica messa in piedi dall’essere umano.

Mi viene in mente, come regista dell’opera ingannevole – lo Iago di Otello – nel dramma di William Shakespeare. Iago è il genio ingegneristico dell’inganno psicologico e distruttivo. Iago è il regista teatrale del dramma altrui.

Non gli è necessaria l’arte della convinzione per ingannare. Gli bastano i cenni, le mosse lievi e il saper cogliere – rapido e al momento adatto – le debolezze altrui.

Del resto, tutti siamo portati a credere a qualcosa. E tutti abbiamo la mente in attività perenne, specie nel tempo dei media avvolgenti e dell’Intelligenza Artificiale.

L’inganno che ci prende, al 54° secondo delle illusioni crollate, viene messo in scena da un regista raffinato.

Noi abbiamo bisogno di credere. E ci lasciamo ingannare.

La donna (o l’uomo) che amiamo è così presa, nel cuore, dall’amore per noi, da comunicare il suo sentimento per noi nel modo più evidente e limpido. Ogni suo gesto è un segno d’amore e noi vi ci aggrappiamo, felici.

La società di produzione sta di certo pensando a candidare la nostra opera al Premio Oscar. Loro, si sa, lavorano in anticipo. Oggi sanno già cosa accadrà dopodomani.

Il nostro deserto – come il nulla delle cose nella poesia di Montale – diventa città. E si popola di genti, di case, di piazze, di musica e di voci intonate che cantano la nostra vittoria.

L’ansia che copre l’arida verità

Per quanto sia bravo il regista, tuttavia neppure la messinscena dell’inganno più raffinato può durare per sempre.

Anche la storia ingannevole costruita sul tragico destino di Milena Sutter rivela le sue crepe. Basta volerle guardare. Sono evidenti, come segni netti e scuri su una parete imbiancata.

Allo stesso modo, pure l’inganno che ci ha sollevato dalla sconfitta del secondo numero 54 – il crollo delle illusioni – si rivela per quello che è: il nulla assoluto.

Come possiamo allora ripopolare di case, di strade, di colline, il panorama del nostro deserto? Come possiamo riuscire a respirare, a vivere, ad andare avanti, di fronte alla verità del 54° secondo?

Non abbiamo sempre la soluzione a portata di mano. Come nelle primissime puntate di questo nostro viaggio nelle illusioni, a volte non ci resta che un’emozione.

Dopo la rabbia, dopo l’amarezza, dopo il brivido di felicità della sconfitta, ecco allora la più temuta delle reazioni: l’ansia. Tuttavia, chi ha detto che l’ansia sia sempre disfunzionale?

Maurizio F. Corte
(32 – continua)

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