Illusioni cadute. Il precipitato chimico dei nostri sogni infranti

Ciclo Illusioni - Precipitato Chimico - Foto di Gundula Vogel da Pixabay - guvo59-man-3581659_640
Potremo mai, noi, consolarci con gli spiccioli di un’allucinazione?
 
Ascoltavo Liberi, liberi di Vasco Rossi, in quella notte di primavera del 1989.
 
Guidavo, circondato dal buio della campagna veronese, la mia Fiat Uno a gasolio.
 
Gli alberi al lato della strada sembravano muti pupazzi, alti e allampanati come Don Chisciotte, a farmi compagnia nella mia giovane tristezza.
 
Ero ormai giunto da tempo al 54° secondo. Provavo a ingannarmi con le parole, ma la caduta delle illusioni era ormai un’amara verità.
 
Le illusioni durano 53 secondi esatti. In quella frazione del nostro tempo di persone, tutto ci è possibile: l’amore, il successo nel lavoro, l’amicizia che consola. Persino avvertire brividi di felicità.
 
Poi l’illusione viene meno, al secondo 54. E se l’illusione ha fatto rima con allucinazione – con una realtà distorta e inventata e fuori del globo terrestre – allora siamo costretti a misurarci con il precipitato chimico dei secondi dolci della felicità provata.
 

Gli esiti della trasformazione

Il precipitato chimico viene definito, in chimica analitica, come la fase solida che si separa da una soluzione per concentrazione oltre il limite di saturazione. 
 
È un po’ come gli spiccioli che ci restano in tasca, dopo una cena e il conto che ne deriva. Se non usiamo la carta di credito, delle banconote che estraiamo dalle nostre tasche non ci rimarra che il resto.
 
In sostanza, il resto in monetine è una specie di precipitato chimico del moto del dare e dell’avere.
 

Le illusioni ci lasciano, così, in eredità i loro spiccioli. Della donna amata non resta che un qualcosa del profumo, dello sguardo e della voce con cui ci ha ammaliati.

L’impresa, che sembrava entusiasta del nostro progetto, ci lascia in mano solo un’algida email che facciamo fatica a rileggere. Tanto il senso lo abbiamo compreso; e così l’amara verità dei suoi esiti.

Non ci resta che il testamento di noi stessi per noi stessi. E la solenne promessa: “Non accadrà più che mi faccia intortare da un’allucinazione”.
 
Piccolo Testamento, la poesia di Eugenio Montale scritta nel maggio del 1953, bene rappresenta questo nostro disorientante momento.
 
Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti

chierico rosso, o nero.

Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.

Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, dell’Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-

mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.

Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.

Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
 
Tutto è andato. E il resto che ci resta in tasca possiamo gettarlo via, con il disprezzo che merità un’eredità ingrata.
 
Oppure possiamo tenerlo nel caldo dei pantaloni, con l’assurda idea che possa germogliare, quasi fosse un simulacro di rosa selvatica.
 

L’orizzonte dell’inganno

Anche il resto, tuttavia, ha la consistenza di un sogno impalpabile che ci sfugge.

La consistenza delle cose, al 54° secondo, ha così l’ardire di smentire se stessa. E di lasciarci abbandonati al niente di una realtà che non esiste. E, soprattutto, non è mai esistita.

Perché la felicità dell’illusione – lunga 53 secondi – ha poco in comune con il precipitato chimico. E possiamo arrivare a odiare quello che ci è rimasto, perché ci ricorda le banconote perdute.

Ecco, allora, che come per magia il precipitato chimico si dissolve. Forse per la nostra rabbia, forse perché il Caso si diverte a giocare con i nostri sentimenti.
 
Ecco, allora, che un regista intrigante e malizioso ci mette in scena una rappresentazione che non riusciamo a scansare. Ci troviamo, così, a fare i conti con Il Grande Inganno.
 
Il 54° secondo, del resto, ha sempre una sorpresa in serbo per noi. In questo, non ci delude mai.
 

Maurizio F. Corte
(31 – continua)

Claudio Lolli – Quello che mi resta