C’è un momento preciso in cui smettiamo di essere lettrici e lettori e diventiamo una materia prima. Come il carbone, oppure le terre rare.
Non lo senti. Non ricevi avvisi. Succede mentre scorri il feed, metti un like, guardi un video fino in fondo. Oppure mentre rimani in silenzio su una notizia che non ti piace.
In quel momento, stai lavorando. Stai producendo dati. Stai alimentando una macchina che non produce automobili, ma qualcosa di molto più prezioso: il tuo consenso.
È la macchina dei media e della comunicazione pubblica.
Questa macchina ha una storia lunga. Parte da lontano. E capirla è il primo passo per non esserne inghiottiti.
Un tempo, quando ero bambino, pensavo che dentro il televisore in bianco e nero ci fossero davvero i cantanti che si esibivano; piuttosto che lo speaker del telegiornale.
La stessa illusione dei fatti, dietro ai racconti dei media, la abbiamo anche oggi, che siamo diventati una mole impressionante di informazioni digitali. E siamo diventati i nuovi operai della fabbrica digitale.
Quando la fabbrica imparò a produrre senso
Nel XIX secolo le fabbriche producevano oggetti. Poi qualcuno capì che si poteva fare di meglio.
Con la Rivoluzione Industriale, milioni di persone lasciarono i villaggi per ammassarsi nelle città. Erano città enormi, caotiche, senza regole.
Servivano istituzioni per gestire quella densità umana senza precedenti: scuole, ospedali, sistemi postali, apparati di governo. E servivano i media.
Queste istituzioni – mi riferisco ai media – non nacquero per educare o informare nel senso nobile del termine.
I media nacquero per rendere le masse governabili. Erano scuole che producevano cittadini con le stesse idee in testa. Erano ospedali che iniettavano le stesse immagini del mondo a milioni di persone in simultanea.
Il modello di riferimento era la fabbrica industriale. E la fabbrica aveva un teorico di riferimento: Frederick Taylor.
Taylor era ossessionato dal controllo. Misurava tutto: la lunghezza del suo passo, le dimensioni dei campi da gioco, i movimenti dei suoi operai.
Il suo intuito geniale — e brutale — fu questo: il potere sta nella conoscenza.
L’artigiano sapeva come funzionava il processo produttivo dall’inizio alla fine, e per questo aveva potere contrattuale. Allora Taylor fece una cosa semplice e rivoluzionaria: spezzò quel sapere in mille pezzi.
Ogni operaio conobbe solo un frammento del processo. La conoscenza totale rimase nell’istituzione, in questo caso la fabbrica. E con la conoscenza, rimase il potere.
Taylor usò il cinema per farlo. Filmava i lavoratori e rallentava le immagini per sezionare ogni micro-movimento. Anche qui: i media erano uno strumento di sorveglianza, fin dall’inizio.
Henry Ford perfezionò il sistema con la catena di montaggio.
Alla catena di montaggio, il lavoratore non si muoveva più: era l’oggetto a scorrere davanti a lui. I movimenti del corpo furono ridotti al minimo. Chi non reggeva il ritmo veniva eliminato.
Questo modello non rimase in fabbrica. Diventò il progetto e punto di riferimento culturale dell’intera società industriale.
Le redazioni come catene di montaggio
Le grandi redazioni giornalistiche del Novecento erano fabbriche di notizie.
Giornalisti, redattori, caporedattori: ognuno faceva la sua parte nella catena.
I valori notizia stabilivano cosa meritava di esistere come notizia. Il manuale di stile imponeva come scriverla. La scadenza dettava i tempi.
Ricordo quando, nel giugno del 1980, l’allora capocronaca de L’Arena, quotidiano di Verona, mi ricevette in redazione e mi assegnò un articolo da scrivere.
Queste furono le sue parole: “Corte, se funzioni come collaboratore, scrivi per la redazione cronaca del giornale. Altrimenti, quella è la porta da cui sei entrato, e quella è la porta da cui esci”.
La sua chiarezza olimpica significava solo una cosa: io funzionavo se mi adeguavo alle routine giornalistiche. Non bastava il “bello scrivere”.
Sin dall’alba dei giornali, nessun giornalista era libero di scrivere quello che voleva.
L’istituzione dei media fissava le regole. L’istituzione monitorava. L’istituzione premiava chi si conformava.
Quello che arrivava al lettore non era il pensiero di un autore. Era il prodotto senza personalità di un’organizzazione. Il giornalista che leggevi ogni mattina era un ingranaggio ben oliato, non un intellettuale libero.
Questo aveva una conseguenza enorme: chi controllava l’istituzione mediale, controllava le immagini del mondo che finivano nella testa di milioni di persone.
Walter Lippmann, giornalista, lo capì meglio di chiunque altro.
Nel 1922, Lippmann scrisse che viviamo dentro un “pseudo-ambiente”: una rappresentazione semplificata della realtà che i media costruiscono per noi, perché la realtà vera è troppo vasta per essere esperita in via diretta.
Ci fidiamo delle immagini che abbiamo in testa. E quelle immagini le mettono altri, non le creiamo da soli.
Lippmann aveva osservato qualcosa di straordinario. Nel 1914, su un’isola sperduta senza cavi telegrafici, un gruppo di inglesi, francesi e tedeschi conviveva in armonia da mesi — ignaro che le loro nazioni si stessero facendo la guerra.
Il traghetto con la posta non era ancora arrivato, portando i giornali. Le immagini nelle loro teste appartenevano ancora a un mondo che non esisteva più: quello della pace tra popoli europei.
Quanto ci racconta questa storia non è pittoresco. È terrificante: la nostra percezione della realtà dipende da chi controlla la distribuzione delle notizie.
Fra noi e la realtà, insomma, ci sono i racconti dei media. Del resto – come insegno ad allieve e allievi del Master in Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale – le notizie non sono fatti. Le notizie sono il racconto sui fatti. E il racconto lo scriviamo noi giornalisti.
Gli ingegneri del consenso
Se Lippmann diagnosticava il problema, Edward Bernays proponeva la soluzione. E lo faceva dal punto di vista di chi il potere lo gestiva.
Bernays era il nipote di Sigmund Freud. Conosceva la psicologia delle masse. E sapeva che le masse, lasciate a se stesse, sono imprevedibili. Dunque, bisognava ingegnerizzare il loro consenso.
Bernays scrisse che gli Stati Uniti erano diventati “una piccola stanza dove un sussurro viene amplificato migliaia di volte”. Chi sapeva usare quell’apparato di amplificazione poteva modellare l’opinione pubblica, come un vasaio modella l’argilla.
Per Bernays le masse non erano in grado di decidere da sole. Le élite economiche e politiche avevano il compito — e il diritto — di guidarle nella “direzione giusta”.
Le relazioni pubbliche, il marketing, la propaganda erano tutti strumenti legittimi per orientare il gregge.
La democrazia, in questa visione, smetteva di essere un processo deliberativo. Diventava gestione professionale del flusso delle informazioni.
I cittadini erano riceventi, non partecipanti.
La cultura che ci addomestica
Theodor Adorno e Max Horkheimer — due intellettuali tedeschi ebrei che avevano visto il nazismo da vicino — arrivarono negli Stati Uniti e trovarono qualcosa di diverso dalla censura brutale.
Erano tra i sociologi fondatori della Scuola di Francoforte, che ha fatto della critica alla industria culturale la propria missione.
Adorno e Horkheimer trovarono negli Usa qualcosa di più sofisticato e, in un certo senso, più pericoloso della censura.
L’industria culturale americana non vietava le idee di rottura. Le comprava.
Quando i giovani degli Anni Sessanta si ribellarono al sistema, il sistema vendette la loro ribellione.
Ecco, allora, il business delle magliette dei Che Guevara. Ecco che i jeans Levi’s — un tempo abiti da lavoro – erano diventati simbolo di libertà giovanile. La musica folk e rock veniva trasformata in prodotto commerciale.
Il risultato di tutta questa operazione era la libertà di scegliere tra dieci marche di sapone. Oppure tra due partiti quasi identici. Oppure tra dieci reality show in pratica uguali. Era una libertà apparente, che nascondeva una profonda uniformità.
Questo è il meccanismo della “distrazione avanzata”: non toglierti la possibilità di pensare. Riempire il tuo spazio mentale di rumore — scandali, gossip, processi mediatici, morti di principeesse — finché non ti rimane energia per pensare alle cose che contano davvero.
Abbiamo quella che gli psicologi della comunicazione chiamano saturazione informativa. Ti riempio di informazioni fino al punto che non riesci a pensare ad altro.
I media che fanno questo non sono cattivi per definizione. Sono razionali secondo la propria logica. Il problema è che quella logica serve chi sta in cima, non chi sta in fondo.
A guadagnare da tutto il meccanismo dei media e dell’industria culturale – ieri come oggi – sono le élite economiche e politiche.
Chi pensa per te decide cosa esiste
Bernard Cohen, nel 1963, formulò quella che oggi chiamiamo teoria dell’agenda setting. I media, scrisse, non ti dicono cosa pensare. Ti dicono a cosa pensare.
La distinzione è sottile, ma al contempo fondamentale.
Se i telegiornali dedicano ogni sera dieci minuti all’immigrazione e trenta secondi alla povertà energetica, non è perché l’immigrazione sia dieci volte più importante. È perché qualcuno ha deciso che debba sembrarlo.
Posso confermarlo, avendo fatto per una decina d’anni – dal 2006 a fine 2015 – il gatekeeper al giornale L’Arena di Verona. Ovvero il giornalista che, negoziando le scelte con i propri superiori, decideva cosa andava pubblicato in pagina. E con quale rilievo.
McCombs e Shaw dimostrarono sul campo, nel 1972, la teoria dell’agenza setting. Lo fecero studiando le elezioni presidenziali americane: la scala di priorità dei cittadini coincideva quasi alla perfezione con la scala di priorità dei media che consumavano.
Il cancello del gatekeeper — il guardiano che decide quale notizia passa e quale no — non è una metafora. È una struttura di potere reale. Chi controlla quel cancello controlla l’orizzonte cognitivo di una comunità.
Oggi la fabbrica (del consenso) siamo tutti noi
Alla fine degli Anni Novanta del Novecento si è diffusa la comunicazione digitale. E tutto è cambiato. O così sembrava.
All’inizio degli Anni Duemila c’era euforia. Internet avrebbe rotto i cancelli. Chiunque poteva pubblicare, commentare, distribuire.
Si pensava che con il web la comunicazione sarebbe diventata orizzontale. Il potere del broadcasting unidirezionale — uno parla, tutti ascoltano — era finito.
Non era tuttavia finito. Si era trasformato.
Nel Novecento, l’industria culturale istituzionalizzava il Comunicatore (C) e il Mezzo (M). Li fondeva in un blocco istituzionale unico — la rete televisiva, il grande giornale, lo studio cinematografico — e li puntava verso il Ricevente (R).
Nell’era delle piattaforme, l’industria ha istituzionalizzato anche il Ricevente.
TikTok, Instagram, Facebook, YouTube: non sono mezzi di comunicazione liberi. Sono recinti strutturati.
Ogni like che metti, ogni video che guardi fino in fondo, ogni commento che scrivi o leggi genera dati.
Quei dati, che tutti noi mettiamo online, vengono raccolti, analizzati, trasformati in modelli algoritmici che decidono cosa vedrai domani.
L’algoritmo, di fatto, ha la stessa logica di una ricetta di cucina: un insieme di elementi per un preciso obiettivo. Come la ricetta, l’algoritmo sfrutta i gusti delle persone; e persegue l’obiettivo di chi lo utilizza.
Nel Novecento la televisione non ti guardava. Adesso il tuo smartphone ti osserva. Sempre.
La tua partecipazione alla comunicazione pubblica sulle piattaforme non è libertà: è lavoro non retribuito. Stai costruendo il profilo che l’algoritmo userà per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile.
Non sei il cliente. Sei la miniera.
Dati e media: chi paga il prezzo più alto
Qui arriva la parte più scomoda. I meccanismi che abbiamo descritto non colpiscono tutti allo stesso modo.
Chi ha strumenti di pensiero critico — una formazione solida, l’abitudine alla lettura lenta, accesso a fonti diverse — riesce a costruire una certa distanza dal flusso. Non è immune, ma ha anticorpi.
Chi non li ha, è esposto in modo molto più radicale. Lo possiamo dimostrare parlando con le persone che conosciamo, distribuite in modo diverso nella scala sociale.
Non si tratta solo di istruzione, si badi bene. Conosco laureati che portano il cervello alla servitù, mentre tra i miei maestri ho avuto i miei nonni Alessio (socialista) e Carlo (fascista) che avevano la terza elementare. Ed erano dotati di menti critiche e raffinate.
La fascia di popolazione con meno istruzione formale, meno reddito, meno tempo per fermarsi a ragionare ha una caratteristica: consuma i media in modo più passivo, rapido e meno critico.
I miei nonni, invece, mi hanno insegnato a diffidare – subito e senza tentennamenti – delle verità ufficiali. E ad applicare l’arte della lentezza, nel pensare.
La popolazione più passiva rispetto ai media è invece quella che vede più televisione lineare, senza farsi domande. È quella che usa i social media come fonte principale di informazione. È quella che ha meno accesso a letture alternative.
È anche quella popolazione su cui l’agenda setting, la distrazione avanzata, l’ingegneria del consenso lavorano con maggiore efficacia.
Non è un caso. È strutturale. L’industria culturale, del resto, ha sempre mirato al pubblico più ampio e più ricettivo.
Taylor spezzava la conoscenza per rendere gli operai dipendenti. Le piattaforme fanno lo stesso con l’informazione: frammentano, semplificano, polarizzano.
Le piattaforme tengono le persone in uno stato di reazione emotiva continua, che impedisce la riflessione.
Paura, rabbia, indignazione: sono emozioni che generano click, condivisioni, tempo sullo schermo. Sono emozioni che paralizzano il pensiero critico.
Chi ha meno anticorpi assorbe queste narrazioni come se fossero realtà. E poi vota. E poi consuma. E poi si adegua a un mondo che qualcun altro ha costruito per lui.
Una cosa concreta che puoi fare subito
Alla fine di ogni ragionamento difficile, viene il momento pratico. Eccolo.
La prossima volta che apri un social media, fermati un secondo prima di scorrere. Fatti una domanda sola: chi ha deciso che questa cosa arrivasse ai miei occhi in questo momento?
Non è una domanda retorica. È un esercizio reale.
Ogni contenuto che ti appare nel feed è lì perché un algoritmo ha calcolato che ti terrà incollato allo schermo. Non perché sia vero. Non perché sia importante. Non perché ti serva.
Questo non significa smettere di usare le piattaforme. Significa usarle con consapevolezza.
È allora fondamentale coltivare l’abitudine alla “lettura lenta”: scegliere qualche fonte in modo deliberato, anziché delegare la scelta all’algoritmo.
Tutto questo significa concedersi il diritto alla noia: quella pausa di silenzio in cui il tuo cervello inizia a elaborare invece di consumare.
La Scuola di Francoforte chiamava questa operazione come un atto per “recuperare la dialettica”: è la capacità di tenere in testa idee in conflitto, di non accontentarsi della prima risposta, di cercare la contraddizione invece di evitarla.
Non è una competenza elitaria. È una pratica quotidiana. Accessibile a chiunque abbia il coraggio di rallentare.
La fabbrica del senso non si ferma. Ma puoi smettere di regalare il tuo tempo — e la tua attenzione — ai suoi ingegneri.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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