Nel 1914, su un’isola remota dell’oceano, un gruppo di inglesi, francesi e tedeschi viveva in pace. La nave postale britannica passava una volta ogni sessanta giorni. A metà settembre di quell’anno, gli isolani si radunarono al molo per avere notizie dall’Europa.
Non sapevano che la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) era già scoppiata. Per sei settimane avevano continuato a trattarsi da amici, a commerciare e a convivere, mentre i loro Paesi si massacravano nelle trincee.
L’aneddoto è di Walter Lippmann, giornalista e commentatore politico americano, che lo usa in apertura del suo libro Public Opinion (1922) per illustrare un punto decisivo.
Ecco il punto: noi non agiamo sulla base della realtà, ma sulla base delle “immagini nella nostra testa”.
Senza il medium – in quel caso, la nave con i giornali – l’evento politico più dirompente del secolo come la Prima Guerra Mondiale resta, per chi non ne è informato, inesistente.
È una riflessione, se vogliamo, filosofica. Ha le sue radici sin nella prima filosofia greca: fra noi e la verità sostanziale dei fatti c’è un filtro – le nostre idee – che condiziona il modo in cui vediamo le cose.
Questo è il cuore del problema. Chi controlla le immagini, controlla i comportamenti. Chi fabbrica il consenso, governa senza bisogno di usare la forza.
Per capire il mondo servono i media
Lippmann scrive in un’epoca in cui la stampa di massa sta diventando la principale infrastruttura della vita pubblica. La sua tesi è netta: il mondo è troppo vasto e troppo complesso per essere compreso attraverso l’esperienza diretta.
Per orientarci, dipendiamo da schemi semplificati – stereotipi, narrazioni preconfezionate – che i media producono e distribuiscono su scala industriale.
“Ciò che ogni uomo fa si basa non su una conoscenza diretta e certa, ma su immagini create da lui stesso o fornitegli da altri”, scrive Lippmann. Se il tuo atlante dice che la terra è piatta, non navigherai verso quello che credi essere il bordo del pianeta.
La conclusione di Lippmann – che era un giornalista – è scomoda per chi crede nella democrazia come governo del popolo: i cittadini comuni non hanno né il tempo né gli strumenti per comprendere la complessità dei problemi pubblici.
Serve un “bureau di esperti”, un’élite intellettuale che raccolga i fatti, li analizzi e guidi l’opinione pubblica nella direzione giusta.
Lippmann non era un teorico astratto. Aveva lavorato nel Committee on Public Information, l’apparato di propaganda del governo americano durante la Prima Guerra Mondiale.
Aveva visto in prima persona quanto fosse facile organizzare il consenso di milioni di persone. Come? Attraverso un sistema mediatico centralizzato e controllato.
Va certo considerato che negli Anni Dieci e Venti del Novecento la propaganda ha gioco facile per una buona ragione: le persone non sono ancora smaliziate abbastanza da saper leggere in controluce il messaggio dei media.
I media di allora sono i giornali e la radio, che inizia a essere un medium di massa dal 1920. Per la diffusione su larga scala della televisione occorrerà attendete gli Anni Cinquanta.
L’ingenuità delle folle di allora di fronte a radio e giornali – assai usate dalle dittature comunista, fascista e mazista – la ritroviamo oggi con alcuni social: TikTok, Instagram e Facebook in testa.
Qualche giorno fa, su TikTok, mi sono apparti due video brevi: uno riportava la brevissima dichiarazione – di certo falsa – di una donna africana che, in perfetto italiano, diceva di prendere 2.500 euro al mese dallo Stato italiano in suddidi. E di non voler lavorare.
Questa donna parlava addirittura del reddito di inclusione, che è legato alla cittadinanza e che è una forma di “attivazione sociale e lavorativa”. Non di premio a chi non vuole fare nulla.
Un altro tiktoker blaterava contro Karl Marx – uno dei più grandi filosofi della Storia della Filosofia, comunque la si pensi – cercando di squalificarlo come persona che “aveva scritto Il Capitale senza produrre alcun capitale e alcuna impresa”. Come se fare il tiktoker propagandista fosse un’attività imprenditoriale, e non una forma di servile propaganda da perdigiorno senza mestiere.
Il pensiero marxiano – con l’italiano Antonio Gramsci – teorizza il concetto di egemonia culturale della classe ricca e dominante sulle classi più povere e sottomesse. Come? Attraverso i media, la cultura popolare, la circolazione delle idee.
I due tiktoker che ho citato, insomma, sono la dimostrazione di come sia in atto – grazie a un uso ingenuo e non educato dei media – una forma di manipolazione di alcuni propagandisti. L’obiettivo è preciso: mantenerli in condizione di soggezione, distraendoli dai problemi del carovita e dei salari da fame in Italia; e portandoli a odiare le persone bisognose come loro.
È un modo sottile, come con la propaganda via giornali e radio degli Anni Venti del Novecento, per cercare di controllare le folle. E di perpetuare i privilegi.
La persuasione come sistema democratico
Se il giornalista Lippmann teorizza il problema, Edward Bernays lo trasforma in metodo. Nipote di Sigmund Freud, anche lui membro del Committee on Public Information durante la guerra, Bernays è il fondatore delle moderne Relazioni Pubbliche.
Nel 1947 pubblica The Engineering of Consent (L’ingegneria del consenso). L’apertura del libro è un manifesto:
- “Gli Stati Uniti sono diventati una piccola stanza in cui un singolo sussurro viene amplificato migliaia di volte. La conoscenza di come usare questo enorme sistema di amplificazione diventa una questione di primaria importanza per chiunque sia interessato a un’azione socialmente costruttiva.”
L’ingegneria del consenso è l’applicazione di principi scientifici – psicologia, sociologia, sondaggi – per persuadere il pubblico a sostenere un’idea, un programma o un prodotto.
I professionisti della comunicazione monitorano il pubblico per capire da dove prende le proprie idee. E analizzano in che misura “autorità, evidenza fattuale, ragione, tradizione ed emozione” influenzano l’opinione pubblica. Poi intervengono in questi processi.
Bernays non nasconde la natura del meccanismo. La considera democratica: “libertà di persuadere e suggerire”.
Le persone comuni, dal suo punto di vista, sono in gran parte incapaci di formarsi opinioni autonome. È compito delle élite guidarle, conquistando il loro consenso senza ricorrere alla coercizione.
Come osservano Nicholas Carah, Sun Kyong Ahn e Amy Dobson nel libro Media & Society (pubblicato nel 2024), l’intuizione di Bernays è che “l’ingegneria del consenso rende inutili le forme di potere coercitivo”.
Se le persone credono di scegliere in modo libero, non servono né prigioni né polizia. Basta utilizzare i media nel modo più raffinato.
La tensione, però, è evidente: come si concilia il principio democratico – il Potere appartiene al popolo – con l’idea che una classe di esperti debba modellare la volontà di quel popolo?
L’industria culturale: produrre idee come si producono auto
L’ingegneria del consenso non è un’operazione artigianale. Richiede un’industria.
Nel Novecento, la produzione di significato – costruzione e diffusione delle idee – ha subìto lo stesso processo di industrializzazione della manifattura.
Come le fabbriche della Ford, a Ditroit, producevano automobili in serie, i grandi media – giornali, radio, cinema, televisione – hanno prodotto idee e visioni del mondo in serie.
I filosofi della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse), fuggiti dalla Germania nazista, coniarono l’espressione “industria culturale” per descrivere questo fenomeno. A differenza del controllo brutale dei regimi totalitari, l’industria culturale americana non reprimeva il dissenso: lo inglobava. Lo trasformava in merce.
I giovani degli Anni Sessanta contestavano il sistema? L’industria culturale rispondeva vendendo musica rock, jeans e magliette con il volto di Che Guevara. La ribellione veniva disinnescata e trasformata in stile di consumo.
È la “società unidimensionale” di Herbert Marcuse (1964): l’illusione della scelta maschera un conformismo profondo. Possiamo scegliere tra decine di marche, centinaia di canali, migliaia di video. Tuttavia, questa libertà non mette mai in discussione i rapporti di potere reali.
L’agenda setting: non cosa pensare, ma a cosa pensare
Come opera l’ingegneria del consenso nella vita di ogni giorno? Attraverso la gestione dell’agenda pubblica degli argomenti su cui, grazie ai media, portare la nostra attenzione, le nostre emozioni, e quindi le nostre scelte di vita.
Bernard Cohen, nel 1963, formulò una legge che ha retto alla prova del tempo: “I media possono non essere efficaci nel dire alle persone cosa pensare, ma sono assai efficaci nel dire loro a cosa pensare”.
Gli studiosi dei media McCombs e Shaw lo dimostrarono nel 1972, con lo studio “Chapel Hill” sulle elezioni presidenziali americane del 1968, quelle in cui vinse il repubblicano Richard Nixon: le questioni che i cittadini ritenevano importanti corrispondevano a quelle che i media avevano messo in agenda. Non le altre.
Chi decide i temi del dibattito pubblico controlla già metà delle risposte. L’ingegneria del consenso parte da qui: dal perimetro delle domande ammesse.
I media possono portare l’attenzione sulla sicurezza o anzichè sulla disuguaglianza sociale. Possono inventare l’emergenza immigrazione, e così distogliere l’attenzione dall’evasione fiscale. Attirano l’interesse sulle baby invece di concentrarsi sulle mafie e sulle connessioni con la criminalità dei colletti bianchi.
Sabato 8 agosto 2026, a Marcinelle (Belgio), in occasione dei 70 anni della strage di minatori – tra cui molti italiani – un eurodeputato della Destra italiana ha accusato il sindacato italiano della Cgil di essersi girato di spalle, per protesta, mentre parlava il rappresentante dello Stato italiano.
Notizia falsa: a voltarsi erano invece stati sindacalisti belgi. Obiettivo? Protestare contro la Destra postfascista che in Italia ha rappresentanti nelle istituzioni ammiratori del dittatore fascista Benito Mussolini.
Altra manipolazione: la Destra postfascista fa spesso appello alla “nazione” italiana e agli interessi dell’Italia. Non accetta tuttavia di esprimersi come forza politica antifascista, anzi considera Mussolini uno statista, mentre lo studio di documenti britannici dimostra che il Duce era un traditore della Patria.
Benito Mussolini – nome in codice The Count – era sul libro paga, negli Anni Dieci e Venti, della intelligence britannica. Dopo aver ricevuto soldi da quella francese. C’è tutto documentato nel libro Nero di Londra, del giornalista Giovanni Fasanella e nel ricercatore Mario José Cereghino.
L’era delle piattaforme: come ci influenzano
L’era digitale ha cambiato le regole delle comunicazioni di massa, ma non ha eliminato il meccanismo. Lo ha reso più intimo.
Oggi l’ingegneria del consenso non si basa solo sulla diffusione di messaggi di massa, ma sull’estrazione capillare dei nostri dati.
Gli algoritmi studiano comportamenti, paure, desideri e restituiscono un mondo su misura che conferma i pregiudizi di ciascuno. La “libertà” di cliccare, commentare e condividere dà l’illusione della partecipazione, mentre fornisce carburante gratuito a piattaforme il cui scopo è trattenere l’attenzione per venderla.
Il rumore, la frammentazione e la polarizzazione che vediamo online non sono un fallimento del sistema. Sono il suo modello di business.
Come si mantiene l’autonomia di giudizio quando il consenso è ingegnerizzato con strumenti così raffinati? Come resistere alle seduzioni, alle manipolazioni e ai condizionamenti delle piattaforme digitali, dove girano i social media?
Il primo strumento è la consapevolezza: sapere che il meccanismo di manipolazione e profilazione esiste. Quando un’idea ci sembra “naturale” o “ovvia”, è il momento di chiedersi chi l’ha costruita e con quali interessi.
Il secondo strumento è il dissenso metodologico: non il complottismo da tastiera, ma la scelta strutturata di non accontentarsi della versione ufficiale.
Queste sono le domande da porci: chi finanzia questa narrazione che ci viene proposta? A chi giova? Quale contesto viene omesso?
Il terzo strumento è la lentezza: l’ingegneria del consenso funziona quando siamo di fretta, quando reagiamo a un titolo senza approfondire, quando scrolliamo le news senza pensare.
Rallentare significa sottrarsi all’algoritmo. Significa recuperare il tempo per confrontare fonti, tollerare la complessità, resistere alla tentazione delle risposte facili. E per riflettere su quanto ci viene raccontato.
La democrazia non è solo il diritto di votare. È il diritto di formarsi un’opinione libera. Il fatto è che questa libertà non è un dato acquisito: è una conquista quotidiana. È la fatica di pensare con la propria testa, anche quando il sistema è progettato per pensare al posto nostro.
Grazie ai tre strumenti che ho indicato – consapevolezza dell’informazione, dissenso di metodo, lentezza – è possibile non cadere nel tranello su TikTok sul filosofo Karl Marx “fankazzista”. E sulla donna africana che si porta a casa 2.500 euro al mese dallo Stato italiano, fregando tutti gli altri che hanno stipendi da fame.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito alcune delle fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.
Il lavoro di studio e analisi è supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Notebook LM, Claude, Gemini, Manus.
- Lippmann, W. (1922). Public Opinion. Harcourt, Brace and Company.
- Bernays, E. L. (1947). The Engineering of Consent. The Annals of the American Academy of Political and Social Science, 250(1), 113-120.
- Carah, N., Ahn, S. K., & Dobson, A. (2024). Media & Society. SAGE Publications.
- Cohen, B. (1963). The Press and Foreign Policy. Princeton University Press.
- McCombs, M., & Shaw, D. (1972). The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36(2), 176-187.
- Marcuse, H. (1964). One-Dimensional Man. Beacon Press.
