Il Pozzo dell’Amore e la fatica assurda di ricevere un dono

Pozzo Amore - Ascolto - Dono - Leggenda - Verona

Ci sono giorni d’autunno, in questa campagna dell’Est Veronese dove vivo, in cui la pioggia cade dritta, senza fretta. Accarezza le foglie degli ulivi, pulisce i tetti di coccio e si infila nelle fessure della terra.

In quei momenti ripenso spesso al vicoletto cieco di San Marco ad Carceres, nel cuore della Verona antica. Ripenso a quel bordo di pietra consumata e al mistero racchiuso nel fondo del Pozzo dell’Amore.

Quel pozzo ci ricorda la tragica storia d’amore di Isabella Donati e di Corrado di San Bonifazio, a inizio Cinquecento. Ci dice, però, molto anche sulla comunicazione; e sulla fatica, a volte immane, del comunicare.

Negli scorsi articoli abbiamo camminato lungo il tempo del respiro. Abbiamo esplorato il valore dell’attesa; e abbiamo svelato l’inganno del contesto sociale che ha bloccato le parole dell’innamorato e focoso Corrado, rispetto al riserbo della silenziosa e innamorata Isabella.

Adesso è il tempo di compiere un passo ulteriore. Dobbiamo guardare l’acqua che c’è nel pozzo. Siamo chiamati a guardarla non soltanto come elemento statico, freddo, custodito nella pietra del pozzo.

Quell’acqua va guardata nel suo movimento. È un movimento doppio, che sale e che scende.

Come sosteneva Eraclito, filosofo greco del VI secolo avanti Cristo, “non si può discendere due volte nel medesimo fiume, e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato”. 

L’acqua che sale e che scende nel Pozzo dell’Amore è come il fiume di Eraclito: ci indica la linea del movimento, del rifiuto della staticità. Perché chi sta fermo rischia di sparire nell’irrilevanza.

Il doppio flusso della comunicazione

La comunicazione autentica non è mai una linea retta che va da un punto all’altro. È un flusso bidirezionale.

La comunicazione autentica somiglia al meccanismo antico del pozzo, dove la vita si gioca su due movimenti opposti e complementari.

Il primo movimento è quello del secchio che sale. È lo sforzo di attingere all’interiorità, di portare alla luce del sole la nostra verità, il nostro ego, i nostri bisogni.

È un movimento che richiede fatica, richiede l’uso della corda e della carrucola, richiede la volontà di esporsi.

C’è però un secondo movimento, silenzioso, che spesso dimentichiamo.

È l’acqua piovana che scende dall’alto e riempie il pozzo. È l’apporto esterno, l’alterità che entra nel nostro spazio profondo, senza che noi l’abbiamo forzata.

Il dramma di Corrado e Isabella si consuma proprio qui, in questa asimmetria del flusso relazionale.

Entrambi hanno saputo, a modo loro, calare il secchio per gridare o difendere la propria verità. Nessuno dei due, in quel gelido febbraio d’inizio Cinquecento, ha tuttavia avuto la capacità di farsi pozzo aperto, per ricevere l’autenticità dell’altro.

L’errore di Corrado: l’assalto che non sa accogliere

Corrado era un soldato dell’Impero. Un uomo d’arme, abituato all’azione, all’impeto, alla conquista dello spazio.

Quando si innamora di Isabella, il sentimento di Corrado brucia come un fuoco d’artificio.

Il suo modo di comunicare risente di questa postura esistenziale. Corrado cala il secchio nel pozzo con furia, tira su la sua verità e la sbatte in faccia alla donna che ama. “Io ti amo, tu sei di ghiaccio”, urla davanti a lei, nella piazzetta gremita di soldati amici suoi e di ancelle di Isabella.

La comunicazione di Corrado è una comunicazione bulimica, che occupa tutto il campo. Il giovane soldato imperiale sa dare, sa offrire il suo cuore con una generosità che commuove. Tuttavia compie un errore fatale: non sa ricevere.

Quando Isabella si chiude nel silenzio, o quando si difende dietro la maschera dell’ironia imposta dal contesto sociale, Corrado non accoglie quella fragilità.

Corrado non legge quanto comunica Isabella come un messaggio coperto. Interpreta il suo comportamento come un rifiuto netto, un insulto al suo orgoglio di maschio passionale e visionario.

Ricevere l’autenticità dell’altro significa saper sostare sul bordo della sua paura.

Ricevere l’autenticità vuol dire accettare una certa realtà: ovvero, che l’acqua dell’altro arrivi con un ritmo diverso dal nostro, forse più lento, forse più torbido.

Corrado ha preferito il salto nel buio, rispetto alla fatica dell’ascolto ospitale, sotto la luce del sole di un gelido febbraio medievale.

La difesa di Isabella: la paura fottuta di essere invasi

Dall’altro lato del muretto di pietra, dove si trova il Pozzo dell’Amore, c’è Isabella.

Di Isabella la leggenda ci racconta il distacco, la freddezza avvenente. Eppure dietro quella corazza di gelo sappiamo che batteva un cuore ricolmo di cura.

Perché allora Isabella lancia quella sfida crudele? “Buttati nel pozzo”, gli dice per gioco.

La risposta sta nella paura del ricevere che prova Isabella.

Accogliere la verità nuda e disarmata di un uomo innamorato richiede un atto di coraggio immenso.

Significa lasciarsi toccare, lasciarsi penetrare dall’alterità, accettare che l’acqua dell’altro entri nel nostro pozzo. E ne modifichi per sempre il sapore.

Isabella si spaventa. L’impeto di Corrado la minaccia, mette a rischio il controllo che ha sulla propria vita di nobildonna. Ricevere quell’amore significa spogliarsi delle difese davanti alle donzelle che la guardano.

Così, invece di aprire la bocca del pozzo per accogliere la pioggia, Isabella alza l’ombrello dell’ironia. Trasforma la comunicazione in una gara, in un test di resistenza. Alza il muretto di cinta per non farsi invadere.

Quante volte, nelle nostre relazioni quotidiane, ci comportiamo come Isabella?

Ricevere la verità dell’altro ci costringe a fare i conti con le nostre crepe interiori.

Spesso è più facile alzare un muro, lanciare una provocazione o rispondere con un sarcasmo tagliente. È molto più facile che stare fermi, in silenzio, e accogliere il dolore o il bisogno di chi ci sta di fronte.

La bulimia della trasmissione moderna

Questo scontro antico tra il dare e il ricevere – sul bordo del Pozzo dell’Amore – ci porta dritti nel cuore della nostra vita contemporanea.

Viviamo in una società malata di emissione e di informazione a getto continuo. Siamo tutti diventati emittenti radiotelevisivi in miniatura.

Costruiamo post, lanciamo tweet, registriamo storie in video, inviamo messaggi a nastro.

Siamo concentrati sul movimento del secchio che sale: dobbiamo far vedere quanto siamo bravi, quanto siamo autentici, quanto la nostra opinione sia importante.

Il Web è pieno di persone che gridano la propria verità nel buio, sperando che qualcuno risponda con un like. Ma chi riceve? Chi si fa pozzo?

Sappiamo bene cosa significa subire il sovraccarico informativo dei nostri schermi digitali. Sappiamo quanto pesa la pressione di una comunicazione che esige risposte immediate; e che non lascia spazio al respiro.

L’algoritmo dei social network premia la velocità, la reattività, la performance. Ci spinge a difenderci di continuo, a rispondere a un attacco con un altro attacco, a catalogare l’Altro dentro uno stereotipo rassicurante.

Abbiamo perso la capacità di ricevere senza difenderci.

Se l’altro esprime un dissenso, una critica o soltanto mostra la sua vulnerabilità, la nostra reazione immediata è quella di tirare su il ponte levatoio.

Ci difendiamo perché l’autenticità altrui disturba il nostro teatrino mediatico, mette in discussione la maschera che abbiamo con fatica costruito per la platea.

La postura dell’ascolto ospitale

Nel mio percorso di ricerca sul Giornalismo Interculturale, svolto al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, insisto da anni su un concetto chiave: la comunicazione al servizio della persona richiede un decentramento della nostra mente e del nostro cuore.

Non si può fare del buon giornalismo, e non si possono costruire relazioni umane stabili, se non impariamo a uscire dal nostro etnocentrismo personale.

È importante saper fare spazio all’Altro, sospendendo il giudizio preventivo, tollerando l’incertezza e l’ambiguità del suo silenzio.

Ricevere l’altro è un atto di ospitalità pura. Significa accettare il rischio che la sua storia modifichi la nostra cartografia mentale; e che metta in crisi le nostre certezze di comodo.

Come scriveva il mio maestro di giornalismo, Michelangelo Bellinetti, il mestiere di informare richiede cultura, rigore, efficienza, ma soprattutto una fede incrollabile nell’ascolto.

C’è bisogno di un ascolto attivo, che non cerca la conferma di una tesi già scritta, ma si lascia meravigliare e sconcertare dal reale.

Il soldato imperiale Corrado si sarebbe potutiofermare sul bordo di quella pietra del Pozzo dell’Amore. Avrebbe potuto posare il secchio della sua urgenza e aprire le mani per ricevere il silenzio pensoso di Isabella.

Se tutto questo fosse accaduto, la storia d’amore d’inizio Cinquecento avrebbe avuto un finale solare, luminoso.

La pioggia di febbraio avrebbe riempito il pozzo, goccia dopo goccia. Avrebbe creato l’acqua della vita condivisa, al posto di quella nera e gelida della morte tragica.

Spegnere i riflessi di difesa

La sfida che la leggenda del Pozzo dell’Amore ci consegna oggi è davanti a noi: impiegare in maniera appropriata gli strumenti della nostra comunicazione quotidiana. E spegnere i riflessi automatici di difesa.

Quando una persona cara, un collega di lavoro o una persona “diversa” – che incontriamo sul nostro cammino – ci offre un frammento della sua verità, proviamo a non rispondere subito. Proviamo a non calare il nostro secchio per contrapporre una verità più grande, più forte, più lucida.

Restiamo fermi sul bordo del pozzo. Facciamo silenzio. Lasciamo che la sua acqua scenda nel nostro fondo.

Facciamolo senza testimoni, senza bisogno di applausi da parte del pubblico della piazza. Bastano solo due persone, una corda tesa e la splendida possibilità di scoprirsi, alla fine, molto simili nella propria comune fragilità.

E di scoprirsi molto simili nel bisogno profondo di una comunicazione che arrivi alle corde dell’anima.

Maurizio F. Corte
(8 – continua)

*** Qui trovi gli articoli sul “Pozzo dell’Amore”


F. Guccini – Canzone quasi d’amore

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