Il Pozzo dell’Amore e il luogo dove sentirsi compresi

Tempo dell'Attesa - Pazienza - Pozzo dell'Amore - Leggenda - Pratico di Nessuno™

La brioche alla marmellata di ciliegia mangiata di fretta, mentre mi infilavo la camicia azzurra.

Un sorso di caffè, giusto il tempo di sentire il calore in gola. Poi le scale che scendevo di corsa.

Poi il rapido saluto alla vicina di casa, attraente nella gonna corta come si portava negli Anni Settanta.

Infine, la macchina che sembrava andare in moto da sola. E via nel traffico della città, a cercare una nuova storia.

Era, questo, uno degli inizi delle mie giornate, quando ero molto giovane. E iniziavo il mestiere di giornalista.

Credo che Corrado avesse la stessa fretta, nella Verona di inizio Cinquecento, quando aspettava una rapida risposta di Isabella, al suo giovanil bisogno d’amore.

Lei, invece, tergiversava, pensosa e assente.

Non era strategia, quella di Isabella, la giovane e splendida nobildonna del Casato dei Donati.

Non era un modo per far melina, quello di Isabella, come si usa invece fare nel gioco del calcio, quando non hai voglia di giocare.

Isabella aveva soltanto bisogno del suo tempo. 

Era un tempo lento, quello di Isabella, come l’acqua placida che sgorgava dal pozzo, nel gelido febbraio scaligero.

Mi piace pensare a Isabella – che pure io amo nel mentre ne parlo – mentre si guarda intorno smarrita.

La nobildonna – circondata dalla damigelle che le fanno sempre compagnia – non riesce a vincere la battaglia tra la sua voglia di esprimere l’amore per il giovane soldato dell’Impero, e il silenzioso riserbo che la sua educazione le impone.

La discesa nel pozzo delle parole non dette

Corrado è sceso da solo nel pozzo, buio e gelido, dell’inverno, in quel febbraio di inizio Cinquecento.

È questo il punto che non riusciamo a smettere di guardare, anche dopo mille pensieri dedicati alla leggenda veronese del Pozzo dell’Amore.

Non ci sono tuttavia soltanto la morte, la sfida di Isabella, il freddo di febbraio, nella leggenda.

C’è anche la solitudine di quel gesto, a colpirci al cuore della nostra sensibilità.

Scendere da soli nel buio è l’opposto di ciò che la comunicazione autentica chiede.

Quando ci penso, mi prende una profonda amarezza. E mi domando come sarebbe potuta andare la storia, se solo la comunicazione fosse stata differente.

Ho pensato spesso al tempo del silenzio, al tempo dell’attesa, al tempo del respiro, che circondano la leggenda medievale di Isabella e Corrado.

Tuttavia c’è un elemento che il tempo da solo non basta a creare. Quell’elemento si chiama spazio. Lo spazio dell’Altro.

È uno spazio fisico, certo. Tuttavia è soprattutto uno spazio interiore.

Fare spazio all’altro significa sospendere il proprio bisogno di essere ascoltati, per diventare, prima di tutto, capaci di ascoltare.

Significa rinunciare — almeno per un momento — alla propria certezza, per accogliere la complessità di chi ci sta di fronte.

Mi rendo conto che Corrado non ha voluto capire Isabell: forse per paura di ascoltare la propria solitudine; o forse per il terrore del rifiuto da parte della donna che amava.

Il giovane soldato ha allora riempito lo spazio con la propria urgenza. Ha trasformato un invito all’amore in una sorta di sentenza.

Il risultato è che Isabella non ha avuto un luogo privato dove stare. Si è così trovata sbattuta in un palcoscenico senza sbocchi.

Questo accade – me ne sto accorgendo – non soltando quando l’altra persona pretende da noi una risposta che non sappiamo dare, in quel momento. Oppure che ci imbarazza di fronte.

Lo spazio sottratto è anche quello di chi squalifica la comunicazione. 

Lo spazio sottratto è anche quello di chi non ci prende sul serio. Di chi pretende di imporci un linguaggio che non è il nostro.

Il pozzo come specchio della comunicazione

C’è qualcosa di profondo nella scelta della leggenda di Verona, quando parla del pozzo come del luogo della tragedia.

Il pozzo non è uno spazio aperto. Il pozzo è stretto, verticale, buio.

Chi scende nel pozzo non può guardare l’altro negli occhi.

Non c’è dialogo possibile nel fondo di un pozzo: c’è solo la propria voce, che rimbalza contro la pietra, nera e gelida e scivolosa.

Il pozzo è allora una metafora precisa dell’incomunicabilità e dell’assenza di spazio.

Quell’acqua che ci disseta, nel chiuso del pozzo diventa un modo per impedirci di respirare.

Quando non lasciamo spazio all’Altro — quando occupiamo ogni suo centimetro con il nostro egoismo — la relazione diventa un pozzo. Stretta. Verticale. Senza luce che entri dall’esterno.

E chi ci scende, dentro al pozzo, scende da solo.

Lo spazio sottratto è quello che viene scippato dal troppo dire, ma anche dal tacere che ignora.

Il tacere che ignora manipola, non incontra, scansa lo scambio di sguardi: è uno sbarrare le finestre davanti al dialogo solare e curativo.

Se penso al mio amico Michelangelo Bellinetti, maestro di giornalismo, non posso che ricordare la sua fede nell’ascolto. E la sua fede nella parola.

Michelangelo, con cui passeggiavo in centro a Verona nell’andare alle sessioni di laurea in università, sapeva incantare con le parole. Perché egli amava le parole, come strumenti per potersi capire, per potersi incontrare e anche per potersi amare.

Fare spazio è un atto di coraggio

C’è tuttavia un paradosso: più siamo bravi a parlare, più rischiamo di non lasciare spazio.

I comunicatori esperti, i giornalisti, gli insegnanti, i professionisti della parola — tutti noi che viviamo di linguaggio — portiamo con noi un rischio specifico.

Riempiamo il vuoto prima che l’altro possa abitarlo.

Lo facciamo con le migliori intenzioni. Per chiarire, per aiutare, per non lasciare ambiguità.

Fare spazio, tuttavia, non è tacere per paura. Non è tacere per condizionare. È tacere per scelta. 

Fare spazio è costruire, con consapevolezza, una zona franca in cui l’altro può esistere con i propri tempi, il proprio linguaggio e la propria verità.

Tacere, a sua volta, non è strumento di controllo, non è un gioco del gatto con il topo, non è una messa alla prova. È rispetto, è amore che lievita, è attesa feconda.

Cosa ci racconta la leggenda tragica

A pensarci bene, leggenda del Pozzo dell’Amore – con quel finale drammatico di un amore che finisce nella morte – non ci ha mai parlato solo di Corrado e Isabella.

La leggenda ci parla di ogni conversazione in cui abbiamo fretta di arrivare alla risposta.

Ci parla di ogni relazione in cui occupiamo tutto il campo.

La leggenda ci parla di ogni momento in cui chiediamo all’altro di rivelarsi prima di essere pronto.

Oppure ci parla di ogni momento in cui noi chiudiamo l’altro in uno spazio angusto, con la parola bulimica piuttosto che con il silenzio asfissiante.

Fare spazio all’Altro cambia il tono di una riunione. Cambia il modo in cui si conduce un’intervista.

Fare spazio all’Altro cambia la qualità di un discorso in pubblico, di un articolo di giornale, di una newsletter.

Non è una tecnica. È una postura.

È una postura che dice: “Tu non sei qui adesso, ma io sono disposto ad aspettare che tu arrivi. L’importante è che sappiamo entrambi di volerci incontrare”.

La soglia da attraversare (e da aspettare)

Il Pozzo dell’Amore, in fondo, è una soglia.

Da un lato c’è il bisogno di certezza di Corrado, giovane e impetuoso soldato imperiale. È un Corrado veloce, rumoroso, ingombrante.

Corrado assomiglia alle mie giornate da giovanissimo cronista alle prime armi, negli Anni Settanta.

Dall’altro lato, c’è invece la pazienza di chi sa che la verità dell’altra persona non si strappa: si attende. Non la si manipola, la si rispetta. Non la si silenzia, la si ascolta.

Si attende la verità dell’altro, certi che il dialogo sgorgherà, come acqua che esce dal pozzo in una primavera di comunicazione autentica.

Corrado ha pestato male. Anziché attraversare con rispetto la soglia della comunicazione autentica, si è gettato oltre, dentro il pozzo, senza aspettare.

Il suo gesto non è peraltro dissimile da quello di chi, invece, non avendo le risposte che vuole, scappa a gambe levate.

Chi scappa toglie spazio all’altra persona, riducendola a oggetto trascurato e messo da parte. Possiamo chiamarla oggettivazione.

Tuttavia noi possiamo imparare ad aspettare. Possiamo fare in modo (o lasciare) che l’altra persona abiti un luogo confortevole.

Pensiamo a ogni volta che resistiamo all’impulso di riempire il silenzio; o di usare il silenzio.

Pensiamo a ogni volta che lasciamo all’altro il tempo di trovare le sue parole.

Pensiamo a ogni volta in cui trasformiamo la nostra urgenza in un invito.

Ebbene, proprio lì, sulla soglia, si crea il luogo intimo dove la comunicazione autentica diventa possibile.

Maurizio F. Corte
(6 – continua)

*** Qui trovi gli articoli sul “Pozzo dell’Amore”

Rino Gaetano – Scusa Mary