Chissà che cosa ha visto Corrado, nella sua rapida discesa nel pozzo zuppo di oscurità. Chissà quali odori di buio, di umidità e di acque passate hanno saturato il suo olfatto prima della fine.
Il freddo di quel febbraio, nella Verona del primo Cinquecento, deve essergli stato compagno, prima di esalare l’ultimo respiro.
Chissà quali espressioni devono essere passate sul volto giovane e nobile di Isabella. Lo stupore, l’incredulità e il dolore insopportabile devo averla scossa nell’arco di frazioni di secondo.
E chissà come sarebbe andata la loro relazione, se gli scarponi imbrattati di gelo di Corrado lo avesso condotto lontano dal Pozzo dell’Amore. Se lo avessero fatto allontanare dal buio e dalla morte.
La sua scelta disperata ci racconta, peraltro, che la verità e l’autenticità non sono mete da raggiungere: sono abissi di silenzio in cui accettare di calarsi, armati solo della propria vulnerabilità.
Le “corde” e i “secchi” del pozzo, a pensarci bene, ci permettono di attingere all’interiorità. E, così facendo, ci inducono a evitare la scelta disperata del giovane soldato, innamorato di Isabella fino a scegliere di darsi la morte.
La leggenda del Pozzo dell’Amore ci porta al gelo di febbraio, alla sfida che Isabella lancia all’uomo amato, al buio di un salto nel vuoto che unisce per sempre i due innamorati.
Eppure, c’è un elemento che spesso trascuriamo, e che nella tragedia di Corrado e Isabella si rivela fatale: il tempo che precede e accompagna l’incontro in quella città invernale.
Non parlo del tempo cronologico, quello scandito dai rintocchi delle campane nella Verona del Cinquecento. Mi riferisco al tempo interiore, quello spazio sacro necessario perché l’altro possa prepararsi a scendere con noi nella verità dei sentimenti.
L’attesa non è sempre un vuoto da riempire
Nella nostra società della performance e dell’istantaneità, tendiamo a interpretare il silenzio dell’altro come un vuoto da riempire o, peggio, come una negazione.
Corrado, davanti a quel pozzo gelato, ha commesso un errore comunicativo prima ancora che esistenziale: ha scambiato il tempo del silenzio di Isabella per indifferenza.
Isabella non era assente. Era in una fase di gestazione del sé più profondo.
Aveva bisogno di tempo per elaborare il proprio sentimento, per trovare le parole che non fossero semplici riflessi di quelle di Corrado, ma espressioni autentiche della sua anima di giovane nobildonna.
L’attesa, in una comunicazione che voglia dirsi davvero “gentile” e umanistica, non è ansia o stallo.
L’attesa è l’atto supremo di rispetto verso l’altro diverso da noi. È dare all’altro il permesso di esistere nei suoi tempi, non nei nostri.
L’altro è allora come un vino, dalle solide radici di gusto e di profumo, che ha bisogno del tempo e del bicchiere in cristallo adatto per esprimersi.
La fretta come disconferma
La fretta è nemica dell’autenticità quanto il silenzio che punisce (la cosiddetta “disconferma”).
Mi viene da pensare che quando Corrado sfida il gelo e si getta nel pozzo, compie un atto di estrema impazienza. La sua è una comunicazione “urlata”, un gesto che non lascia spazio alla risposta della donna che ama.
In psicologia della comunicazione, la disconferma è quel messaggio implicito che dice all’altro: “Tu non esisti”. Si voltano le spalle all’altra persona, con il silenzio e con l’ignorarlo.
È paradossale che anche l’urgenza di Corrado dica a Isabella la stessa cosa: “Il tuo ritmo non conta, conta solo il mio bisogno di certezza. Il sapere che mi ami oltre ogni condizione”.
La fine dolorosa del soldato imperiale Corradon ci dice che forzare la verità significa distruggerla.
Se chiediamo a un fiore di aprirsi con le dita, lo spezziamo. Se pretendiamo che l’altro si riveli prima di essere pronto, non otterremo la sua verità, ma una maschera di difesa o un silenzio polare.
La scelta di chi ama comunicare
Per chi studia la comunicazione, per chi vive di comunicazione, per chi si occupa di relazioni professionali, questa è una lezione etica fondamentale.
Comunicare al servizio della persona significa saper sostare sulla soglia.
Significa capire che il “tempo di preparazione” è parte integrante del messaggio stesso.
L’attesa e il silenzio, allora, diventano la forma più alta di rispetto.
Riconoscerlo, lo posso ammettere, mi suona come una forma di rinascita. Lo dico proprio io, che ho sempre creduto alla parola, al dialogo a tutti i costi, all’ascoltare e al dire.
Isabella avrebbe forse parlato, se avesse sentito attorno a sé il calore di un’attesa accogliente, anziché la pressione di una sfida mortale dell’uomo amato.
L’eccesso di comunicazione ha compromesso la possibilità di una comunicazione autentica, come l’eccesso di erbe aromatiche può assassinare il gusto della nostra zuppa di legumi.
Ecco che mi frullano in testa tante domande, quando penso a Corrado e alla sua comunicazione inefficace e frettolosa con Isabella:
Quante volte, nei nostri racconti, nei nostri uffici o nelle nostre case, scambiamo il silenzio riflessivo dell’altro per un muro di incomunicabilità?
Siamo capaci di abitare lo spazio del “non ancora”, permettendo all’altra persona di preparare la sua discesa nel pozzo della verità?
La storia tragica dell’amore di Isabella e Corrado ci ammonisce che la comunicazione autentica non è un assalto.
La comunicazione autentica è un invito. E ogni invito ha bisogno di tempo per essere accolto.
Maurizio F. Corte
(5 – continua)
*** Qui trovi gli articoli sul “Pozzo dell’Amore”
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e del Master in Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale
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