Estate ’36. Serie tra giustizia, potere e inganni dei media

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I delitti non restano irrisolti per sempre. Capita tuttavia che siano risolti senza una verità sostanziale dei fatti, sostituita da una verità di comodo.

A loro volta, i diritti non ci appartengono per sempre.

Capita che dittatori, presidenti arroganti e violenti, fascisti e nazisti ce li sottraggano. E che lo facciano grazie anche alla paura del diverso, all’incertezza e all’ubriacatura della propaganda che passa attraverso i media digitali.

È con questa introduzione doverosa che possiamo parlare della serie Netflix Estate ’36, ambientata nella Costa Azzurra degli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale. E che si collocano al centro di conquiste sociali e sindacali mai viste prima.

Ci sono serie, del resto, che raccontano un delitto. Estate ’36 ne racconta invece due di delitti: quello dentro la trama, e quello fuori — nella grande Storia dei popoli fatti di persone.

Il primo delitto ha un nome e una vittima: il procuratore Adrien Jacquart, trovato senza vita in una camera dell’hotel Riviera Palace. Il secondo non ha un colpevole, perché non è un crimine: è un cambiamento.

Nell’estate del 1936 la Francia del Fronte Popolare concede ai lavoratori le prime ferie pagate della sua storia. La Costa Azzurra — riserva della borghesia da un secolo — si ritrova invasa da chi, fino al giorno prima, l’aveva solo servita quella classe di arricchiti.

Mettere un omicidio proprio in questo punto di frizione è la scelta che rende la serie thriller Estate ’36 interessante oltre il genere.

Quattro temi tengono insieme la serie, e sono gli stessi che è importante conoscere, se vogliamo riflettere sui contenuti che i media e le piattaforme ci propongono.

Il conflitto di classe reso visibile

Il lussuoso Hotel Riviera, a Nizza, non è uno sfondo elegante: è un dispositivo che mette in moto la serie Estate ’36.

La scala di servizio contro la terrazza, la lavanderia contro la sala da ballo. Il regista Fred Garson, che firma tutti e sei gli episodi, filma l’edificio come una sezione sociale, non come una cartolina.

Il giallo corale, senza detective unico. La serie rifiuta il conforto di un solo sguardo che sappia tutto e spieghi tutto in salotto, alla maniera del giallo classico alla Agatha Christie.

Sono quattro donne, quattro punti di vista parziali, a ricostruire — pezzo dopo pezzo — la stessa estate. E a risolvere, a modo loro, il caso.

Il potere giudiziario che non è mai neutro. La vittima è un procuratore. È un uomo che dovrebbe rappresentare la legge, e che invece porta debiti di gioco, relazioni segrete, un passato che condiziona il presente di più famiglie.

L’errore giudiziario come ferita aperta. Una delle quattro protagoniste è in polizia per un motivo preciso: dimostrare che suo padre, condannato alla ghigliottina per un omicidio, è innocente.

È un sottotesto che qualunque giornalista – abituato a mettere in discussione le sentenze definitive – riconosce da vicino. In questo, mi ha ricordato il caso di Lorenzo Bozano (Genova, Anni Settanta del Novecento), che ogni tanto se la spassava in Costa Azzurra.

Sono ingredienti da giallo classico — camera chiusa, molti sospettati, moventi credibili per ciascuno — ma innestati su un innesto storico reale.

È proprio questo innesto a fare la differenza tra un intrattenimento e un testo che merita una lettura critica.

La trama della serie Estate ’36

Nizza, estate 1936. Léon Blum è appena diventato presidente del Consiglio alla guida del Fronte Popolare, e il Paese vive la stagione delle grandi conquiste sociali: la settimana lavorativa più corta, il diritto sindacale, e soprattutto le ferie pagate — due settimane che, per milioni di lavoratori francesi, significano per la prima volta il mare.

Al Riviera Palace, grand hotel lussuoso della Promenade des Anglais, arriva la famiglia Pontavice-Caron: l’industriale Henri, la moglie Marthe, la cognata Anne-Marie, la figlia Blanche con il marito banchiere Édouard Ackerman.

È un mondo che si considera al sicuro, protetto dal proprio censo. Tuttavia l’estate del 1936 non lascia sicuro nessuno.

Blanche ha una relazione clandestina con il procuratore Adrien Jacquart, sul cui scrittoio intravede una lettera minatoria.

Sua sorella Eugénie, che anni prima ha rotto con la famiglia per sposare un operaio delle fabbriche paterne, si ritrova a fare i conti con lo stesso Jacquart: fu il suo fidanzato, diciassette anni prima, e ora sospetta — o teme — che il figlio di lei, Louis, sia in realtà suo.

Giulia Vincent, governante del palace e madre single con un passato che preferisce dimenticare, deve a Jacquart un debito di gioco che non riesce a saldare.

Léonie Morel, giovane ausiliaria di polizia appena arrivata a Nizza, non è lì per caso: cerca di far riaprire il processo che ha condannato suo padre alla ghigliottina. Ha per questo bisogno dell’aiuto della sorellastra Giulia — con cui i rapporti sono tutt’altro che semplici.

Il procuratore Jacquart, da parte sua, si conferma tutt’altro che una vittima innocente: ricattatore per gioco d’azzardo, negoziatore spietato con chi gli deve denaro, è un uomo che usa il proprio ruolo per proteggere segreti e costruirne altri.

Quando il procuratore viene trovato ucciso, il commissario Alphonse Raven apre un’indagine che attraversa ogni piano sociale dell’albergo: dai saloni della famiglia Pontavice-Caron ai corridoi di servizio dove lavora Giulia.

Il commissario – che ha una certa vena di disprezzo verso le donne – scopre che quasi chiunque aveva un motivo per voler morto il procuratore Jacquard.

I sei episodi della serie Estate ’36, circa 50 minuti l’uno, seguono la struttura del giallo a incastro: sospetti che si spostano, alibi che si sgretolano, segreti di famiglia che riemergono uno dopo l’altro.

Il finale chiude il caso — il commissario Raven arriva a una soluzione — ma lascia aperta una domanda più scomoda, quella su cui la serie ha costruito tutto il resto: il posto conquistato da chi, quell’estate, per la prima volta ha potuto sedersi alla stessa tavola dei privilegiati, resterà davvero suo? O la Riviera, passata la stagione, richiuderà i cancelli e basta?

Donne - Serie Estate '36

La Storia come motore della serie

La serie Estate ’36 non è un semplice intrattenimento estivo. Smentisce subito quello che tutti noi pensiamo sia il classico thriller sulla riviera francese del sud.

Del resto, la Costa Azzurra si è prestata spesso a ospitare film gialli collocati nel pieno dell’estate.

Estate ’36 è un’opera di grande interesse per chi ama indugiare sull’incrocio tra media, giustizia e società.

Il contesto storico, da parte sua, non è un fondale come accade in tante serie e in tanti film in costume. La Storia francese ed europea – con le conquiste sociali e con anche il vento fetido del nazismo e del fascismo in arrivo – è anzi il motore sottile degli eventi.

Gli accordi di Matignon, firmati il 7 giugno 1936 tra governo, sindacati e datori di lavoro, portano in poche settimane la settimana lavorativa a quaranta ore.

Il diritto sindacale inizia ad affermarsi, in Francia, giusto con due settimane di ferie pagate per legge. È una delle conquiste sociali più radicali della Francia del Novecento, arrivata mentre in Europa i fascismi avanzano e, proprio in quelle stesse settimane, scoppia la guerra civile spagnola.

La serie sceglie di raccontare quella stagione non attraverso i palazzi del potere. Lo fa attraverso un albergo lussuoso di provincia, dove borghesia e classe operaia si trovano, per la prima volta, a condividere lo stesso spazio fisico.

È una scelta narrativa intelligente: la Storia (con la S maiuscola) diventa comprensibile attraverso il corpo a corpo quotidiano, non attraverso il discorso politico.

Quattro donne per una sola verità

Estate ’36 rende omaggio al giallo classico e ad Agatha Christie. Tuttavia ribalta la solita presenza dell’unico, infallibile investigatore.

La serie rinuncia al detective onnisciente che raduna i sospetti in salotto e scioglie il mistero con un monologo — la formula di Agatha Christie, dichiarata dalle autrici come riferimento.

Questo significa rinunciare anche all’idea di una verità unica e già data. Ogni donna vede una porzione diversa della stessa estate. Lo spettatore ricompone non una soluzione, ma un affresco (e un puzzle) sociale.

È lo stesso principio che dovrebbe guidare chi legge le notizie con occhio critico: diffidare della versione ufficiale che si presenta come completa, e cercare invece i punti di vista che quella versione lascia fuori.

Ne abbiamo un esempio nel caso del (presunto) rapimento e del (presunto) omicidio di Milena Sutter, che ho iniziato a studiare nel 2010 con occhio critico, con un team di collaboratrici donne e da diverse e molteplici prospettive.

Serie Netflix Estate '36

La corruzione nel potere giudiziario

Che la vittima sia un procuratore — cioè l’incarnazione stessa della legge — e che si scopra debitore di gioco, ricattatore, uomo che usa la propria funzione per proteggere sé stesso, è una scelta che parla al presente quanto al passato.

Il potere giudiziario, quando non risponde a nessuno, genera i propri abusi.

È un tema che chi si occupa da anni di errori giudiziari, di condanne costruite più sulla narrazione che sulle prove, riconosce come familiare: la giustizia non è mai un dato neutro, è sempre attraversata da relazioni di forza.

Il caso del padre di Léonie, condannato a morte per un delitto che lei crede di non aver commesso, è il vero nodo etico della serie.

Non è un sottotrama minore: è la lente attraverso cui guardare tutto il resto.

Una sentenza definitiva non è per forza una verità definitiva. È il principio stesso che guida chi rilegge, decenni dopo, casi giudiziari archiviati come chiusi — un principio che vale per la Francia del 1936 quanto per l’Italia di oggi.

Ne abbiamo esempi con la vicenda di Garlasco (omicidio di Chiara Poggi), di Brembate di Sopra (omicidio di Yara Gambirasio) e della strage di Erba (con i dubbi sulla colpevolezza di Rosa e Olindo Bazzi).

Il ruolo dei giornali negli omicidi di Estate ’36

La serie Netflix Estate ’36 non mette in scena una stampa che indaga, che pubblica, che mette sotto pressione il potere.

Il delitto di un procuratore, in una città come Nizza, negli Anni Trenta, resta una faccenda che si consuma nei saloni e nei corridoi di servizio di un albergo, gestita da un commissario e da poche famiglie in grado di controllarne la narrazione pubblica.

Quella dei giornali è un’assenza che, letta con gli occhi di oggi, dice molto: senza un contropotere mediatico indipendente, la verità di un caso resta affare di chi ha accesso alle stanze giuste.

Un secolo dopo, la domanda è cambiata poco: chi racconta un delitto — e con quali strumenti — decide anche chi ne uscirà colpevole, innocente, o solo dimenticato.

È insomma il tema del rapporto tra crimine, giustizia e media, di cui mi occupo e che tratto con una serie di articoli in questo magazine.

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Delitti e diritti senza un finale certo

Resta, infine, la domanda che il finale della serie Estate ’36 non chiude.

Il giallo si risolve: un nome, un movente, un ordine giudiziario ristabilito. Sul piano della procedura penale, tuttavia, la verità non viene alla luce. E in galera non vanno i veri autori degli omicidi.

Allo stesso modo la vita vera, quella del popolo della Francia reale, non arriva a una conquista certa e definitiva.

Le ferie pagate del 1936 sono rimaste una conquista permanente, certo — ma rimane una domanda, la stessa di ogni luogo e di ogni epoca.

Ecco la domanda: un diritto concesso per legge diventa davvero un diritto acquisito? oppure resta un privilegio tollerato per una sola stagione?

Credo che le violenze, i diritti sottratti, le deportazioni degli Stati Uniti di Donald Trump siano lì a dimostrare che nessuna conquista è per sempre.

Quella sulla certezza dei diritti è una domanda che Estate ’36 lascia aperta. Ed è la ragione per cui questa serie merita di essere guardata: non solo come un piacevole giallo in costume, ma come l’affresco di un’epoca che rischia sempre di ripetersi.

La serie ambientata a Nizza è così un testo che, sotto l’intreccio, discute di chi ha diritto a un posto al sole. E di chi decide, alla fine, ha il potere di toglierlo, quel diritto.

Vi è, infine, il veleno del nazismo e del fascismo. Un veleno sottile, lento, subdolo e che inganna le masse.

È lo stesso veleno che troviamo in molti Paesi europei, con formazioni fasciste e naziste che incantano le folle. E che nel contempo minano i diritti, perpetuano i privilegi e mettono i poveri contro i poveri, i popoli contro i popoli e le persone contro le persone.

Chi trae guadagno dal veleno fascista e nazista degli Anni Trenta, quando è ambiententata la serie Estate ’36? E che trae guadagno oggi, da quel fetido veleno nell’Europa dei popoli e dei diritti?

La risposta è sempre la stessa: sono le élite di Potere che guadagnano il meglio dai fascismi e dai nazismi.

Nazismo e fascismo sono ottimi modi per asfissiare il popolo delle persone e dei diritti, togliendo i diritti a quelle persone. E lasciandoci tutti più incerti e più impauriti.

Tutto questo con un sistema dei media – piattaforme digitali incluse – che si fa strumento di dominio delle élite sui popoli e sulle persone.

Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media

Estate ’36. Il trailer della serie su Netflix

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