Un ragazzo e una ragazza soli su uno yacht di famiglia, nel Mediterraneo. Tre settimane di sole e nessun adulto che chieda conto di niente. È un’immagine di lusso e di abbandono insieme. Ed è da lì, non dai fucili, che parte la storia vera di Quicksand.
La scena all’inizio della serie thriller svedese Quicksand dice già tutto quello che possiamo immaginare: avremo un delitto, i ricchi se la caveranno e i media faranno la solita figura degli imbecilli.
Chiarisco subito una cosa: noi giornalisti la figura degli imbecilli la sappiamo fare. Seconda cosa: i ricchi se la cavano sempre, e lo fanno condizionando i media.
Da parte loro, i media seguono logiche che arricchiscono i ricchi e fanno felici alcuni (non tutti) giornalisti.
Schiarito il quadro, cominciamo a parlare di questa serie che ho rivisto dopo anni. E che merita di essere gustata puntata dopo puntata.
La serie svedese targata Netflix, Quicksand, non è solo un thriller giudiziario ben confezionato. È un caso di studio su come il crimine di una minoranza privilegiata diventi, nelle mani dei media, un romanzo popolare a puntate.
Il risultato? Una diciottenne trasformata in personaggio prima ancora che il processo le riconosca un volto, un’identità, un’umanità.

Il crimine delle élite diventa romanzo popolare
Quello che rende Quicksand una produzione interessante, per chi si occupa di crimine, giustizia e media — e non solo di intrattenimento — sta in almeno quattro nodi.
Il primo è dato dal fatto che l’episodio di violenza raccontato è una rarità.
In Svezia le sparatorie scolastiche sono un evento pressoché sconosciuto: prima di questa fiction, l’ultimo episodio di violenza armata in un contesto scolastico risaliva al 1961, e riguardava un ballo studentesco, non un’aula.
Con meno di cinquanta morti per arma da fuoco nell’intero Paese nel 2017, la Svezia resta uno degli Stati occidentali con il tasso di violenza armata più basso. Questo accade nonostante una cultura venatoria diffusa; e centinaia di migliaia di fucili da caccia detenuti in modo regolare.
La serie Quicksand non racconta, quindi, un fatto accaduto. Lo colloca in una Svezia dove l’eccezionalità della strage rende ancora più dirompente la domanda: come è potuto succedere qui, tra i figli di chi ha tutto?
Il secondo nodo è il privilegio come chiave di lettura del crimine.
I protagonisti di Quicksand vivono a Djursholm, sobborgo di Stoccolma tra i più ricchi di Svezia: ville, barche, vestiti firmati, genitori che colmano con il denaro l’assenza di presenza.
Siamo davanti a un privilegio che la serie non giudica in modo sommario. Lo mette a nudo nei suoi effetti concreti: adulti che non vedono, non chiedono, non intervengono. La ricchezza rassicura anche quando dovrebbe allarmare.
Il terzo nodo è la costruzione mediatica della colpa.
Nei nove mesi che separano la strage dal processo, la stampa internazionale trasforma la protagonista, Maja Norberg, nella “ragazza di Djursholm”.
È un’etichetta che la racconta come seduttrice, mente diabolica, la Bonnie di un Clyde miliardario. Lei, nel frattempo, è chiusa in isolamento quasi totale in carcere, senza sapere nulla della propria fama involontaria.
È un meccanismo che chi si occupa di comunicazione riconosce fin troppo bene: il processo mediatico precede — e spesso condiziona — quello giudiziario.
Ne è un esempio il caso di Lorenzo Bozano, prima sospettato, poi imputato, poi assolto in primo grado e infine condannato all’ergastolo nel 1975 con un’accusa infamante: aver sequestrato e ucciso Milena Sutter, 13 anni, figlia di un ricco industriale della cera, a Genova.
Su questo caso genovese – che sconvolse l’Italia e mezza Europa – ho registrato anche il podcast Il Colpevole Perfetto.
La differenza, nel caso della serie thriller Quicksand, è che qui l’imputata non ha voce in capitolo sulla propria narrazione.
Lorenzo Bozano ha provato – restandone schiacciato – a usare i media, per difendersi. In Quicksand questo non accade.
Il quarto nodo della serie Quicksand, meno urlato ma non meno rilevante, è la relazione violenta travestita da grande amore adolescenziale.
Assistiamo a manipolazione emotiva, isolamento, un tentato suicidio usato come ricatto affettivo. E una violenza sessuale subita dalla protagonista per mano del compagno.
Sono elementi che la serie non spettacolarizza. Meritano tuttavia di essere nominati con chiarezza. È proprio con la loro normalizzazione — passare per “amore complicato” — a essere parte del problema che la fiction mette in scena.



La trama della serie Quicksand
Quicksand si apre con una strage in un’aula della scuola superiore di Djursholm.
Quando la polizia arriva, l’unica sopravvissuta illesa è Maja Norberg, 18 anni. Il suo ragazzo, Sebastian Fagerman, e la sua migliore amica, Amanda, sono morti. Maja viene arrestata e accusata di omicidio plurimo.
Da qui la serie procede su due binari paralleli, alternando presente e passato.
Nel presente si svolge il procedimento giudiziario: Maja ammette fin da subito di aver premuto il grilletto, ma nega di essere colpevole della strage.
La domanda che il tribunale (e lo spettatore) deve sciogliere non è “chi ha sparato”, ma “perché”. E c’è da capire soprattutto “quanto Maja sapeva prima che accadesse”.
Nel passato, attraverso i flashback, si ricostruiscono i mesi precedenti. Si parte con l’inizio della relazione tra Maja e Sebastian, figlio dell’uomo più ricco di Svezia, Claes Fagerman.
C’è poi il deterioramento progressivo di quel legame, fatto di droga, isolamento e violenza.
In questo quadro, si introduce l’amicizia intima tra Maja e Samir Said, compagno di scuola di origine mediorientale. È un’amicizia che introduce nella narrazione la tensione sull’integrazione in una Svezia che si racconta inclusiva, ma non sempre lo è.
Solo dopo il verdetto, la narrazione rivela i fatti. L’ultima immagine della serie non è un sollievo, è uno sguardo vuoto.



Personaggi e interpreti
Al centro della storia c’è Maja Norberg, interpretata da Hanna Ardéhn, che per questo ruolo ha vinto il premio come Miglior Attrice ai Kristallen (i principali premi televisivi svedesi) nel 2019.
È una prova che regge l’intera architettura della serie, perché tutto — il processo, i flashback, il sospetto dello spettatore — passa attraverso il suo volto e il suo silenzio.
Sebastian “Sibbe” Fagerman è interpretato da Felix Sandman: il ragazzo ricco, carismatico e instabile, figlio di un padre assente e violento, la cui traiettoria personale è la vera miccia della tragedia.
William Spetz interpreta Samir Said, l’amico di Maja la cui famiglia, di origini mediorientali, fatica a trovare riconoscimento nella Svezia benestante di Djursholm. È un personaggio che permette alla serie di aprire, senza forzare la mano, il tema dell’appartenenza e della disuguaglianza che non è solo economica.
La serie, sei episodi da 41 a 49 minuti, è stata scritta da Camilla Ahlgren, già head writer di Bron/Broen (The Bridge), e diretta soprattuttoda Per-Olav Sørensen (regista anche di Nobel), con un episodio firmato da Lisa Farzaneh.
È la prima serie originale in lingua svedese prodotta da Netflix, tratta dal romanzo omonimo del 2016 di Malin Persson Giolito, vincitore del premio per il Miglior Romanzo Poliziesco Svedese nel 2016 e del Glass Key Award nel 2017.



Perché Quicksand riguarda anche noi
Quello che la serie Quicksand fa con onestà è di rifiutarsi di semplificare la domanda centrale.
Non chiede “chi è il mostro”. Chiede “che cosa ha reso possibile tutto questo”, e la risposta che offre non è mai una sola.
La risposta su che cosa abbia reso possibile la strage è nel padre di Sebastian, che scompare e paga con lo yacht l’assenza di sé stesso. Sono i genitori di Maja, sedotti anche loro dal fascino del denaro altrui, che non fanno domande quando dovrebbero.
È una scuola e una comunità che, davanti ai segnali di una relazione tossica — l’isolamento progressivo, il tentato suicidio usato come leva emotiva, la violenza subita — arriva a organizzare un intervento solo quando è già troppo tardi.
C’è qui una mancata lezione di comunicazione non violenta, prima che di cronaca nera.
Nessuno, in Quicksand, sa davvero parlare con chi sta franando.
Lo vediamo con lucidità nella dinamica tra Maja e Sebastian, dove il confine tra amore adolescenziale e controllo coercitivo si assottiglia episodio dopo episodio.
Nessuno dei due giovani ha gli strumenti — né emotivi né linguistici — per nominare quello che sta accadendo.
È un tema che meriterebbe, da solo, una media education dedicata nelle scuole: riconoscere la manipolazione affettiva prima che diventi tragedia, non dopo che un fatto criminale è accaduto.
Poi c’è il nodo che a me, per mestiere e per vocazione, interessa più da vicino: la costruzione mediatica della verità giudiziaria.
La seerie Quicksand mette in scena — con più onestà di quanto ci si aspetti da un prodotto Netflix — il modo in cui un processo penale si costruisce per mosaico.
Ci sono le testimonianze parziali di uno studente ferito, le dichiarazioni di carattere di parte, ricostruzioni planimetriche, i titoli di giornale.
Nessuno, nell’aula del tribunale, possiede la verità intera. Solo Maja sa cosa è successo in quell’aula. E la serie sceglie — con un’intuizione narrativa non banale — di far arrivare la giustizia a un verdetto prima di mostrarci i fatti.
È un modo elegante per dirci: la giustizia non aspetta la verità completa, lavora con quello che riesce a ricostruire.



La sentenza dei media
I media, nel frattempo, hanno già scritto la loro sentenza su Maja, mesi prima. Lo hanno fatto senza contraddittorio, senza avvocati, senza possibilità di replica per l’imputata.
Questo è il punto che lega Quicksand al filo rosso che percorre da anni il mio lavoro su crimine, giustizia e narrazione mediatica.
La “ragazza di Djursholm” della serie Quicksand non è troppo lontana dalla logica che ha trasformato, nella cronaca giudiziaria reale, tante imputate e tanti imputati in personaggi prima che in persone.
Pensiamo al parallelo che diversi commentatori hanno tracciato con il caso di Amanda Knox. Pensiamo anche, più vicino a me, a come la stampa costruì negli Anni Settanta l’immagine di Lorenzo Bozano nel caso Sutter, prima ancora che un processo arrivasse a una sentenza definitiva.
Quella costruzione del “personaggio” Bozano è arrivata sino a oggi.
È sempre la stessa dinamica, che si presenta nella mediatizzazione di un caso criminale e nella costruzione del “mostro”:
- la fame di un colpevole immediato da portare sui media,
- la ricerca di un volto ideale su cui scaricare l’ansia collettiva,
- la sostituzione del metodo di ricerca oggetiva con la scorciatoia narrativa
Cambiano i decenni, i Paesi, le lingue. Il meccanismo mediatico resta identico.
C’è infine, sullo sfondo, la questione di classe sociale che la serie non nasconde ma nemmeno grida.
Djursholm – il luogo della tragedia – è un posto dove il denaro compra silenzio, distanza, impunità apparente. È un posto dove chi non appartiene fino in fondo a quel mondo, come Samir, paga un prezzo diverso, fatto di sospetto e marginalità sottile.
È lo stesso principio che dovrebbe guidare qualunque lettura critica del crimine: le storie di violenza non sono mai solo storie di individui, sono sempre anche storie di potere.
Le storie di violenza sono le storie di chi può permettersi di non essere visto. E di chi invece è visto sempre, e sempre nel modo sbagliato.
Quicksand non risolve nessuna di queste tensioni con una morale a effetto.
Chiude senza consolazione. Non c’è del resto un happy ending possibile in una storia così, e la serie ha l’onestà di non inventarselo.
Resta, per chi guarda con occhio critico, una domanda aperta che vale la pena portarsi a casa: quante altre “ragazze di Djursholm” — o dei nostri quartieri, delle nostre cronache — vengono processate dai titoli di giornale, prima ancora di entrare in un’aula di tribunale?
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
