Sicurezza: i reati calano ma aumenta la paura. Il ruolo dei media

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Numeri alla mano, l’Italia non vive alcuna emergenza criminale. È una delle affermazioni più difficili da far accettare, oggi, a chi mi legge. Eppure è quanto dicono, senza ambiguità, i dati ufficiali.

La sensazione diffusa racconta l’esatto contrario: strade più pericolose, quartieri fuori controllo, un Paese in cui non ci si può più fidare di nessuno.

Il fatto è che gli imprenditori della paura – spesso appartenenti ad aree politiche contingue con il malaffare e le mafie – hanno vita facile a seminare timori e panico sulla criminalità.

I media, da parte loro, si prestano alla propaganda che impaurisce. Oppure sono usati dalla propaganda per seminare il panico e l’odio verso il “diverso”.

Non si tratta di sminuire il fenomeno criminale. E neppure di fare un esercizio accademico.

Si tratta di evitare di assolutizzare esperienze personali negative, che possono capitare. E di guardare ai dati reali sulla sicurezza e sul crimine.

Il passo successivo, poi, è quello di affrontare e di risolvere il problema della insicurezza reale e del crimine reale.

Anche qui, abbiamo forze politiche e anche forze dell’ordine che scaricano su altri le proprie responsabilità: vengono presi di mira i magistrati, accusati di scarcerazione facile e di assoluzione facile.

È tutta propaganda, che anziché risolvere i problemi di criminalità li intensifica, con la mancanza di professionalità. È una propaganda di bassa lega che alimenta i timori delle persone, perché più la gente ha paura e più la si controlla.

 

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La situazione del crimine in Italia

L’Italia registra oggi tassi di omicidio tra i più bassi d’Europa e un calo strutturale dei reati più gravi rispetto a dieci anni fa.

Allo stesso tempo, il senso di insicurezza percepito dai cittadini non è affatto diminuito nella stessa misura. Anzi, su alcuni indicatori è peggiorato.

Questo scarto non è solo un errore di percezione da correggere con più informazione, come se bastasse spiegare meglio i numeri.

È il risultato di come cambia la natura del crimine, di come i media scelgono cosa raccontare e come. E di quanto la paura, una volta radicata, fatichi ad allentarsi anche quando i fatti migliorano.

Capire questo meccanismo non è un esercizio di ottimismo a comando.

È un atto di autonomia critica: l’unico modo per guardare in faccia sia il rischio reale sia la paura reale, senza lasciare che la paura ci impedisca di vedere il rischio per quello che è.

 

Cosa dicono i numeri sul crimine

Partiamo dai dati, perché senza i dati ogni discorso sulla percezione del crimine e della sicurezza resta un’opinione contro un’altra.

L’indagine Istat sul Benessere equo e sostenibile (Bes 2024) — la fonte più solida e aggiornata che abbiamo sul rapporto tra sicurezza reale e percepita in Italia — misura gli omicidi volontari in calo.

Siamo passati da un tasso di omicidi volontari di 0,79 per 100.000 abitanti nel 2014 a 0,58 nel 2023: 344 omicidi in un anno, in un Paese di quasi 59 milioni di persone.

È un dato tra i più bassi mai registrati nella nostra storia recente. Colloca l’Italia tra i Paesi europei con la minore incidenza di violenza omicidiaria.

Non è un caso isolato. Nello stesso arco di tempo, i furti in abitazione sono crollati da 16,3 a 8,5 ogni 1.000 famiglie: sono quasi dimezzati.

I borseggi sono scesi da 6,9 a 5,1 ogni 1.000 abitanti. Le rapine sono scese da 1,6 a 1,1 ogni 1.000 abitanti.

Guardando alla tendenza di lungo periodo — il confronto tra il 2014 e l’anno più recente disponibile, il 2024 — la fotografia è coerente: l’Italia è un Paese in cui i reati predatori e i reati di sangue sono, nel loro complesso, in calo costante da un decennio.

Questo non significa che la curva sia stata piatta; oppure che il 2024 sia identico al 2014.

C’è stata una fase di crescita fino al 2007. Poi abbiamo avuto un decennio di discesa costante tra il 2013 e il 2019.

C’è stato un crollo verticale del crimine nel 2020, legato alle restrizioni pandemiche: è stato un anno anomalo, non rappresentativo.

Infine, i reati hanno registrato una risalita fisiologica dal 2021 in avanti, quando la vita sociale ha ripreso i suoi spazi.

Nel 2024 i reati denunciati sono aumentati dell’1,7% rispetto all’anno precedente, il quarto anno consecutivo di crescita post-pandemica, tornando su livelli simili a quelli del 2018.

È un rimbalzo, non un’emergenza: i volumi restano comunque inferiori di circa il 15% rispetto a un decennio fa. E ben al di sotto del picco storico del 2007.

Chi racconta solo l’aumento del 2024, senza il confronto decennale con il 2014, non sta mentendo: sta scegliendo una cornice ingannevole.

Ed è proprio in quella scelta di cornice, il framing di cui si occupa da sempre l’analisi critica dei media, che si annida la prima causa dello scarto tra realtà e percezione.

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Il crimine cambia forma, non scompare

C’è un secondo elemento, più sottile, che aiuta a capire perché la sensazione di insicurezza resti alta. E resti alta anche di fronte a numeri favorevoli.

La ragione è questa: il crimine non sta scomparendo, sta mutando.

Il crimine “di sangue” — gli omicidi, in parte le rapine — arretra con costanza.

Il crimine “quotidiano”, quello che produce un impatto immediato e visibile sulla vita di tutti i giorni, è invece in crescita.

Qualche esempio? Le truffe e le frodi informatiche rappresentano oggi circa il 12% di tutti i delitti denunciati in Italia. C’è una progressione rapida legata alla vita digitale.

I furti con strappo segnano un +1,7%. La micro-criminalità di strada, i reati legati agli stupefacenti, restano fenomeni visibili nel tessuto urbano.

Questa mutazione ha una conseguenza precisa sulla percezione.

I reati gravi, quelli che un tempo definivano l’idea stessa di “criminalità”, diminuiscono. I reati che ciascuno di noi può incontrare in via diretta — una truffa online, un borseggio, uno scippo — restano parte dell’esperienza quotidiana di una parte della popolazione.

Quell’esperienza pesa nella percezione collettiva molto più di una statistica nazionale in calo.

Non stiamo confrontando la stessa cosa, tuttavia: stiamo confrontando un aggregato statistico con un vissuto individuale. E il vissuto individuale, per sua natura, non si lascia correggere da una media nazionale.

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Cosa sente davvero la gente

Se i dati oggettivi raccontano un miglioramento strutturale, gli indicatori soggettivi raccontano un’altra storia. E non vanno liquidati come “solo percezione”.

La paura reale delle persone, infatti, è un fatto sociale a tutti gli effetti, non un errore da correggere a tavolino.

La quota di famiglie che percepisce un rischio di criminalità nella zona in cui vive è scesa dal 30,0% del 2014 al 26,6% del 2024.

È un calo reale. Tuttavia è un calo meno marcato di quello dei reati sottostanti, e comunque un dato che riguarda più di un italiano su quattro.

La percentuale di persone che si sente sicura camminando da sola al buio è passata dal 56,2% al 56,7% in dieci anni.

È di fatto stabile, e nell’ultimo anno è in flessione di oltre cinque punti secondo le rilevazioni più recenti: è un segnale di fragilità che convive con il miglioramento di lungo periodo, ma non lo smentisce.

La quota di cittadini che segnala nella propria zona elementi di degrado — spaccio, prostituzione, vandalismo — è invece scesa dal 9,7% al 7,7%. Tuttavia resta un fenomeno percepito come se fosse in aumento, in alcuni contesti urbani specifici.

Ci sono poi due indicatori che meritano attenzione perché vanno in direzione opposta al trend generale.

La preoccupazione di subire violenza sessuale è cresciuta dal 28,7% del 2016 al 35,7% del 2023. 

I femminicidi restano una piaga strutturale che nessun calo statistico complessivo può oscurare: 96 femminicidi presunti stimati nel 2023 su 117 omicidi con vittima donna, quasi la metà commessi da un partner o ex partner (43,9%).

Qui lo scarto tra dato aggregato e realtà specifica si rovescia: la violenza di genere non sta calando come il resto della criminalità. E trattarla dentro lo stesso paragrafo dei “reati in discesa” sarebbe un errore di metodo, prima ancora che di sensibilità.

Stare dalla parte di chi subisce violenza significa anche questo: non appiattire i dati per far tornare una tesi rassicurante.

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La frattura metropolitana e la mappa della vulnerabilità

Uno degli errori più comuni di chi discute di sicurezza è parlarne come se l’Italia fosse un blocco unico. Non lo è.

Nei comuni fino a 2.000 abitanti, il degrado percepito si ferma al 2,6% e il senso di sicurezza camminando al buio sale al 70,9%.

Nei centri delle grandi aree metropolitane, il degrado percepito arriva al 16,2% e la percezione di rischio criminalità tra le famiglie sale al 47,8%. È quasi il doppio della media nazionale, e quasi cinque volte il dato dei piccoli comuni.

Milano, Roma e Firenze guidano la classifica delle denunce. A Bologna le rapine in strada crescono del 34% in un anno.

La sicurezza nazionale, letta come un dato unico, è un’illusione ottica: l’insicurezza italiana è, in larghissima parte, un fenomeno metropolitano. È concentrato in poche aree, non è una condizione diffusa in maniera uniforme sul territorio.

Anche dentro le stesse città, la paura non è distribuita in modo uguale.

Il 68,3% degli uomini si sente sicuro camminando di notte, contro il 45,7% delle donne: il divario si allarga ancor di più tra i 14 e i 24 anni.

Il titolo di studio pesa quanto il genere: il 61,5% dei laureati si sente sicuro, contro il 52% di chi ha la sola licenza media, percentuale che tra le donne con questo titolo di studio scende al 41,2%.

Sono numeri che raccontano qualcosa di più profondo della semplice “percezione di insicurezza”.

Questi dati raccontano quali soggetti sociali si sentono più esposti, più soli, meno protetti, a prescindere da quanto sia davvero rischiosa la strada che percorrono. È una mappa della vulnerabilità sociale, non solo della criminalità.

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Perché la percezione non insegue i dati

Arriviamo al cuore della questione, quella che provo a mettere a fuoco ogni volta: perché la percezione collettiva non si muove in sincronia con i dati oggettivi?

Il primo motivo è il ritardo strutturale. La percezione segue i reati reali, tuttavia con un ritardo marcato e con oscillazioni molto più ampie e drammatiche rispetto ai lievi cali dei reati effettivi.

Quando la realtà peggiora, la paura sale in modo rapido. Quando la realtà migliora, la paura scende lenta. Spesso resta ancorata al picco precedente per anni.

Il cittadino medio non consulta le serie storiche Istat: valuta il proprio rischio sulla base delle notizie recenti; e dei cambiamenti improvvisi che gli arrivano attraverso i media.

L’allarme sociale ha un’eco lunga. E fatica a spegnersi anche quando i numeri reali migliorano da un decennio.

Il secondo motivo è la logica editoriale della cronaca nera.

La “nera” ha sua economia interna indipendente dall’andamento reale del fenomeno che racconta: un fatto di sangue isolato, per quanto statisticamente residuale, genera più attenzione — e quindi più spazio, più titoli, più repliche — di dieci anni di calo costante dei reati.

Non è un complotto: è la natura stessa della notizia, che per definizione racconta l’eccezione, non la regola.

Il problema è che la somma di migliaia di eccezioni raccontate ogni giorno, senza il contrappeso costante del dato strutturale, produce nel tempo l’illusione che l’eccezione sia diventata la regola.

Il terzo motivo è quello che a lezione chiamo sempre “l’effetto rimbalzo”: un aumento dell’1,7% dei reati nel 2024, se raccontato senza il confronto con il decennio precedente, sembra l’inizio di una deriva.

Raccontato nel contesto — quarto anno di rimbalzo dopo il vuoto pandemico del 2020, ancora sotto i livelli pre-2019 — è un fisiologico ritorno alla normalità sociale.

La differenza tra le due narrazioni non sta nei numeri, che sono identici: sta nella cornice temporale scelta per raccontarli.

È qui che la responsabilità di chi comunica diventa centrale, non accessoria: scegliere la cornice giusta, o quella più comoda su cui puntare, è già una forma di orientamento — nel bene e nel male — che si offre al lettore.

La narrazione sugli “stranieri”

C’è un punto in cui lo scarto tra dato e narrazione si fa assai delicato. Ed è giusto affrontarlo con la stessa attenzione che prestiamo a ogni altro numero di questo articolo.

I dati sui presunti autori di reato nel 2024 indicano che il 65,3% è di nazionalità italiana e il 34,7% straniero (tra regolari e irregolari).

Va ricordato che la presenza di persone di origine straniera, residente in Italia, è pari a circa l’8,9% della popolazione.

È un dato reale, e sarebbe disonesto negarlo o nasconderlo: la componente straniera è sovrarappresentata tra gli autori di reato, rispetto al suo peso demografico.

Un dato reale, isolato dal contesto, può tuttavia produrre una narrazione distorta. Ed è proprio nella distinzione tra tipologie di reato che il quadro si complica, e si merita di essere raccontato per intero.

Negli omicidi volontari, la componente italiana resta maggioritaria in modo ampio: 75,9% contro 24,1%. Nella violenza di genere, italiani al 73% contro 27%.

È nei reati contro il patrimonio — rapine (52,5% stranieri) e, in misura minore, furti (47,8%) — che la quota di persone di origine straniera si avvicina o supera la metà.

Sono proprio questi ultimi, i reati predatori di strada, quelli con il maggiore impatto simbolico quotidiano: quelli che si vedono, si raccontano, si condividono.

Non è un caso che siano anche quei reati su cui la narrazione mediatica costruisce con più facilità un’equazione semplificata tra immigrazione e insicurezza.

È peraltro un’equazione che i dati stessi, letti per intero, non autorizzano a fare in modo automatico.

Il crimine più grave, quello che più segna la coscienza collettiva — l’omicidio — resta un fenomeno a profonda radice italiana.

Raccontare solo la seconda metà del quadro, quella dei reati predatori, e tacere la prima, non è un errore statistico: è una scelta narrativa.

Qui occorre sottolineare un elemento: le scelte narrative, quando riguardano intere comunità, hanno un costo umano che la media literacy ha il dovere di rendere visibile.

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Quello che regge: la fiducia nelle istituzioni

In mezzo a questo scarto tra dato e percezione, c’è un elemento che non oscilla, ed è forse il più significativo di tutto l’articolo: la fiducia nelle forze dell’ordine resta alta e in crescita.

Il rapporto Istat Bes registra un miglioramento della fiducia media verso forze dell’ordine e vigili del fuoco, su una scala da 0 a 10, da 7,0 a 7,4 punti in un decennio. Sono tra i valori più alti registrati per qualunque istituzione pubblica in Italia.

Nello stesso periodo, la fiducia nel sistema giudiziario resta più fragile, sebbene in miglioramento (da 4,2 a 4,9). La fiducia nelle istituzioni politiche — Parlamento, partiti — parte da livelli molto più bassi e cresce in modo più lento.

C’è qualcosa di rivelatore in questa gerarchia di fiducia: i cittadini distinguono con lucidità tra le istituzioni che vedono operare in modo concreto sul territorio — il carabiniere, il poliziotto, il vigile del fuoco — e le istituzioni più distanti e politicizzate.

La paura del crimine, insomma, non si traduce in una sfiducia generalizzata verso lo Stato: si concentra, semmai, altrove.

È un dato che meriterebbe più attenzione di quanta ne riceve. Essa smentisce infatti  la narrazione — comoda per chi vuole vendere ricette securitarie semplicistiche — di un Paese che ha perso fiducia in blocco nelle proprie istituzioni di sicurezza.

Gli imprenditori della paura e i politici assenti

In questo quadro, hanno gioco (abbastanza) agevole gli imprenditori della paura. Sono politici e loro faccendieri che hanno interesse a seminare panico e timore.

Dalla paura alcune aree politiche traggono vantaggio: sia in termini di voti, che in termini di affari.

La sicurezza è un grande business. Seminare paura porta voti, paralizza le persone e le rende controllabili, assicura affari nel mondo della sicurezza privata. E alimenta un po’ tutti gli affari che vi girano attorno, come il gioco d’azzardo.

La storiella preferita dagli imprenditori della paura è quella che trova facile diffusione tra la gente. Possiamo ritrovarla nel titolo di un vecchio film poliziottesco italiano del 1973: “La polizia incrimina, la legge assolve”.

Il fatto è che la magistratura assolve se la polizia non ha saputo trovare le prove per far condannare un imputato. Oppure se la polizia ha preso la persona sbagliata.

Quanto alle leggi permissive, vanno ricordati due punti fondamentali: la pena deve mirare alla rieducazione del condannato, che può avvenire anche con misure alternative al carcere; l’impunità agevolata per politici ladri e corrotti comporta un’attenuazione della severità per tutti, ovviamente.

Coltivare il mito della galera – ovvero buttare via le chiavi, dopo aver incarcerata una persona – è proprio di chi per primo si assicura, come politico, l’impunità. E di chi non vuole risolvere il problema alla radice.

La criminalità e l’insicurezza vanno affrontate con una manovra a tenaglia: più forze dell’ordine e più preparate (mancano 29 mila addetti, in Italia); e investimenti nelle periferie, nell’istruzione, nella prevenzione e cura del disagio sociale e di quello giovanile.

Tutto questo richiede risorse. E qui torniamio al punto di partenza: gli imprenditori della paura sono anche quelli che tifano per l’evasione fiscale. Tifano per i criminali, in sostanza.

Siamo alle solite: le volpi a guardia del pollaio.

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Perché tutto questo conta

Non ho scritto tutte queste righe per convincerti che la paura che provi camminando da sola la sera, o controllando la porta di casa due volte, sia sbagliata o irrazionale.

Sarebbe un esercizio di arroganza statistica, oltre che un errore di metodo, ignorare i tuoi timori e le emozioni legate al crimine: la paura che senti è reale quanto il dato che dice che il rischio, in media, è sceso.

Il punto che voglio segnare non è quello di sostituire una narrazione rassicurante a una narrazione allarmista.

Voglio piuttosto restituirti gli strumenti per tenere insieme due verità che sembrano incompatibili, solo perché nessuno ce le mostra mai nello stesso momento:

  • l’Italia è, per i dati strutturali, un Paese più sicuro di dieci anni fa;
  • allo stesso tempo esistono luoghi, categorie sociali, fasce orarie in cui quella sicurezza aggregata non arriva, o arriva in ritardo

Chi comunica — io per primo, ogni volta che scrivo — ha una responsabilità educativa in questo, non solo informativa.

Scegliere quale dato mettere in prima pagina, quale confronto temporale usare, quale reato raccontare per intero e quale a metà, sono tutte decisioni che orientano, che lo si voglia o no.

L’autonomia critica di cui parlo spesso nei miei articoli non è un esercizio intellettuale astratto: è la capacità concreta di porsi una serie di domande.

Di fronte a ogni notizia allarmante o rassicurante – data da un giornalista, un politico, un talk show – chiediti rispetto a cosa quella notizia vada comparata:

  • Rispetto a dieci anni fa o rispetto al mese scorso?
  • Rispetto alla media nazionale o al proprio quartiere?
  • Rispetto ai dati o rispetto all’ultima notizia letta?

Non è un invito alla rassegnazione né all’ottimismo a comando.

È un invito al metodo, alla lentezza di chi verifica prima di condividere, alla gentilezza di chi non usa la paura altrui come materiale editoriale.

La sicurezza reale e la sicurezza percepita continueranno a muoversi a velocità diverse. Non è nella sua negazione, e neppure nel suo uso strumentale, che si gioca la partita della verità sostanziale dei fatti.

La partita della qualità della nostra vita pubblica si gioca nel governo consapevole di questo scarto tra realtà del crimine e della sicurezza e sua percezione da parte delle persone. E nella qualità dell’informazione che la racconta.

Non solo: la qualità della vita pubblica la possiamo ottenere sollecitando la classe politica a investire nella sicurezza, ad assicurare la certezza della pena, a mettere da una parte gli slogan e a impegnarsi per una società più tranquilla.

Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media

  • I dati citati in questo articolo provengono da fonti verificate e incrociate: il rapporto Istat “Bes 2024 — Il Benessere equo e sostenibile in Italia” (capitolo Sicurezza), il Rapporto Italia 2025 di Eurispes, l’analisi Sole 24 Ore sulla criminalità 2025, il report dell’Osservatorio Criminalità e Politiche dell’Interno (OCPI) su UniCattolica. Nessun dato in questo articolo è stato stimato, arrotondato oltre la cifra originale o dedotto senza riscontro diretto nelle fonti.
  • Nella ricerca sul film e nell’ottimizzazione del testo, l’autore ha utilizzato – con rigore e verifica puntuale – i modelli di Intelligenza Artificiale Gemini Notebook. Claude e Gemini. Ogni scelta stilistica, ogni idea e il taglio dell’articolo è frutto di scelte dell’autore.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Gli articoli non nascono sul nulla. Si fondano su studi, ricerche e letture. Ecco alcuni dei migliori libri a cui si ispirano gli articoli di Maurizio F. Corte.

  • V. Garcia, S. G. Arkerson, Crime, Media, and Reality, Rowman & Littlefield, New York, 2017

  • R. Surette, Media, Crime, and Criminal Justice: Images, Realities, and Policies, Wadsworth Publishing, Belmont (California), 2014

  • I. Marsh, G. Melville, Crime, Justice and the Media, Routledge, Londra e Nuova York, 2009

  • A. Meluzzi, Crimini e mass media. Distorsioni e suggestioni di stampa e tv nei grandi casi di cronaca nera, Infinito Edizioni, Castel Gandolfo (Roma), 2014

  • A. Mayr, D. Machin, The Language of Crime and Deviance, Continuum, Londra e New York, 2012

  • M. B. Robinson, Media Coverage of Crime and Criminal Justice, Carolina Academic Press, Durham (North Carolina), 2002

  • Y. Jewkes, Media and Crime, Sage Publications, Londra, 2004

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