C’è un film di molti anni fa che merita di essere visto – oppure rivisto – con gli occhi consapevoli della nostra vita contemporanea: Formula per un delitto.
Possiamo ritrovare in questo film americano temi ancora attuali e inquietanti: la banalità del male, la violenza sulle donne, il privilegio – anche nel crimine e nella giustizia – di chi è ricco e potente, gli adolescenti senza la guida e l’amore delle figure genitoriali.
Sono tutti argomenti su cui il film ci invita, in modo indiretto, a riflettere in modo profondo e intimo.
Vi è del resto una ragione profonda che ci spinge a guardare i film thriller, a esplorare il lato oscuro della narrazione cinematografica e televisiva.
Non cerchiamo il sangue o la violenza fine a se stessa, ma cerchiamo chiavi di lettura per comprendere l’abisso che talvolta si apre nella mente umana.
Come studiosi e come professionisti della comunicazione, sappiamo che la cronaca nera da sempre rappresenta una delle più efficaci forme di diagnostica sociale: indagando sui punti estremi di una società, essa spesso anticipa fenomeni e tendenze destinati a imporsi.
Questa premessa ci offre la mappa ideale per orientarci nella visione di Formula per un delitto (titolo originale Murder by Numbers, 2002), diretto dal lucido e tagliente regista Barbet Schroeder.
Alla scoperta dell’assassino
Il film si presenta non come un classico giallo in cui lo spettatore deve scoprire l’identità dell’assassino. Schroeder adotta fin da subito la formula narrativa dell’howcatchem (il “come lo prenderanno”), svelandoci i colpevoli nei primi minuti.
L’indagine non verte su chi abbia premuto il grilletto, o meglio, su chi abbia stretto le mani attorno al collo della vittima. L’indsagine verte su come le istituzioni, la polizia e l’intelletto ferito di una detective possano incrinare l’illusione di onnipotenza di due giovani assassini.
La pellicola ci invita a guardare in faccia l’arroganza del potere, i limiti di una razionalità priva di empatia. E le dinamiche di una violenza che nasce dalla noia.
Trama: oltre l’illusione dell’intoccabilità
Siamo in una soleggiata cittadina costiera della California, un luogo dove la ricchezza funge da scudo contro le asperità e le miserie del mondo.
Qui incontriamo Richard Haywood e Justin Pendleton, due studenti liceali brillanti, agiati, annoiati. Stringono un patto perverso basato su una lettura distorta e superficiale del superuomo nietzschiano: dimostrare la loro presunta superiorità morale e intellettuale compiendo il “delitto perfetto”.
La vittima viene scelta a caso, senza alcun movente personale, passionale o economico. È un omicidio a sangue freddo, architettato e calcolato come una formula matematica.
Di fronte a un crimine privo di una motivazione classica, le regole tradizionali vacillano.
In ambito giornalistico e investigativo, quando un delitto sfugge alla logica del tornaconto, si scopre che la celebre tecnica delle cinque W – chi, che cosa, come, quando, dove – non regge alla prova della modernità e dell’accresciuta complessità dei fenomeni.
Un omicidio commesso “per noia” sfugge in modo drammatico alla domanda why? (perché?). E getta nel panico gli investigatori e l’opinione pubblica, poiché mina la rassicurante idea che il male abbia sempre una giustificazione logica e riconoscibile.
La narrazione costruisce un triangolo psicologico ad alta tensione.
Da un lato abbiamo la coppia di assassini, unita da una dinamica vittima-carnefice intessuta di manipolazione e potere.
Richard, interpretato da un gelido e carismatico Ryan Gosling, è il volto sociale, l’esteta del gruppo, colui che crede di poter manipolare il mondo e la polizia con un sorriso strafottente.
Justin, a cui Michael Pitt dona un’aria sempre tormentata e ambigua, è la mente teorica, l’intellettuale introverso che si nutre di concetti filosofici astratti senza mai misurarne il peso etico e umano.
Il loro sodalizio richiama alla mente crimini efferati commessi da giovani borghesi, sia nella realtà storica americana (il celebre caso Leopold e Loeb del 1924, a cui il film si ispira liberamente) sia in quella italiana. Pensiamo ad esempio, dato che scrivo dalla provincia di Verona, a Pietro Maso e ai suoi amici.
La loro vicenda ci ricorda come un brutale delitto familiare, come quello dei giovanissimi Erika e Omar a Novi Ligure, abbia scosso le coscienze di tutta Italia. E ci abbia fatto capire in anticipo fino a che punto possano giungere le traiettorie devianti degli adolescenti nell’inconsapevolezza dei genitori.
Richard e Justin vivono in ville lussuose, circondati dal benessere, eppure si muovono come isole di alienazione morale.
La figura femminile che si mette in gioco
Dall’altro lato della barricata troviamo Cassie Mayweather, interpretata da una sorprendente Sandra Bullock, che spoglia i panni della rassicurante eroina da commedia romantica, per indossare quelli di una detective segnata dalla vita.
Cassie è una donna dura, spigolosa, incapace di relazioni stabili, affiancata dal nuovo collega Sam Kennedy (Ben Chaplin), metodico e fedele alle procedure.
Cassie intuisce da subito la colpevolezza dei due ragazzi, non solo per deduzione logica, ma per una dolorosa risonanza istintiva.
Riconosce il volto del predatore perché lo ha già visto da vicino. È una sopravvissuta: porta sul petto le cicatrici di un tentato omicidio perpetrato dal suo ex marito. Questo trauma irrisolto le dona la capacità di vedere oltre la facciata di “bravi ragazzi di buona famiglia”.
Mentre i suoi superiori cercano il colpevole ideale nei bassifondi o tra i balordi di provincia, Cassie smonta l’alibi dei liceali aggrappandosi ai minimi particolari.
Nel suo lavoro, come nel nostro di giornalisti d’inchiesta, si impara in fretta che il dettaglio è l’architrave della scrittura giornalistica (e dell’indagine), capace di inquadrare il contesto interno del fatto.
Una traccia di vomito su una scarpa e una fibra microscopica: sono questi i dettagli che fanno crollare il castello dell’onnipotenza borghese. I due giovani privilegiati, figli di famiglie ricche e disgregate, sono fregati proprio dai dettagli.
Come i critici hanno valutato il film
Alla sua uscita nelle sale, Formula per un delitto fu accolto dalla critica con giudizi contrastanti.
Furono elogiati il talento acerbo ma già maturo di Ryan Gosling e la prova dolente di Michael Pitt, così come il coraggio di Sandra Bullock di affrontare un ruolo aspro e a tratti antipatico.
La regia di Schroeder venne apprezzata per la sua eleganza formale, capace di inquadrare i paesaggi a picco sull’oceano come prigioni di vetro e solitudine.
Tuttavia, molti critici fecero notare un difetto strutturale: dopo una prima metà densa di tensione psicologica e promesse autoriali, il film tende ad assestarsi sulle comode rotaie di un poliziesco procedurale fin troppo collaudato.
La sceneggiatura cede alla tentazione di applicare quello che potremmo definire un “algoritmo narrativo” per rassicurare il grande pubblico.
In questo scivolamento tra dramma esistenziale e film d’azione, la pellicola rischia la confusione dei frame informativi.
Quando si mescolano registri antagonistici (il thriller psicologico e l’intrattenimento di puro consumo), l’effetto che si produce nella comunicazione è ciò che definiamo deficit di realtà.
Il pericolo di queste operazioni, tanto amate dalle major hollywoodiane, è di addomesticare il male. E di renderlo un semplice enigma da risolvere prima dei titoli di coda, smarrendo così la profondità eversiva della riflessione etica.
Il privilegio, i media e la resistenza al dolore
Tuttavia, sotto l’involucro del prodotto di genere, il film Formula per un delitto pulsa di temi che meritano la nostra attenzione critica.
Il primo è la decostruzione spietata del privilegio. Richard e Justin pensano di aver ideato il crimine perfetto non solo perché ritengono la polizia inferiore a livello intellettuale, ma ancor di più perché si sentono protetti dal loro intoccabile status sociale.
Qui si apre uno spaccato profondo sulle dinamiche della nostra società; e della rappresentazione mediatica del privilegio.
Pensiamoci un istante: come reagiscono la stampa e la televisione di fronte a un crimine inspiegabile? Spesso, la macchina dell’informazione consolida la pratica di identificare “mostri” da “sbattere in prima pagina”.
Il mostro, nell’immaginario collettivo e nelle pigre routines dei giornali, ha quasi sempre il volto dell’emarginato, dello straniero, del deviante sociale.
La ricerca del mostro tra le persone “diverse” la rileviamo spesso nell’ambito del Giornalismo Interculturale.
Quando il colpevole veste abiti firmati, frequenta scuole di prestigio ed è dotato di un eloquio forbito, la narrazione mediatica si inceppa.
Il “bravo ragazzo” sfugge allo stigma immediato. Il regista Schroeder, invece, nel film Formula per un delitto ci costringe a guardare il male negli occhi dei figli della borghesia illuminata. E ci ricorda che la depravazione morale non ha coordinate di classe né di etnia.
Un secondo asse tematico, forse il più doloroso e autentico dell’intera opera, è la risposta al trauma e la resistenza contro la violenza di genere.
Cassie Mayweather non è un eroina senza macchia. Beve, usa le persone, sfiora l’autodistruzione. Affronta l’indagine non con freddezza professionale, ma con una rabbia viscerale, a volte scorretta.
Lei vede nel giovane assassino Richard il suo ex marito, il più bello della scuola e poi il pià violento dei partner: abbiamo così l’uomo che abusa del proprio fascino, e del proprio potere, per sottomettere le donne.
Il tema della violenza di genere
La battaglia finale tra il giovane psicopatico e la poliziotta ferita si trasforma così nella metafora di un riscatto personale e sociale.
La vera vittoria di Cassie non risiede soltanto nell’arresto dei colpevoli, ma nell’atto di riappropriarsi della propria voce.
La sopravvissuta dimostra che il dolore non deve giocoforza confinarci nel ruolo passivo di vittime. Si rifiuta di permettere all’arrogante predatore di turno di scrivere la parola “fine” sulla vita degli altri.
Formula per un delitto rimane, a distanza di decenni, un’opera imperfetta ma necessaria.
Ci dimostra come la razionalità, disgiunta dal calore dell’empatia e dal rispetto profondo per l’Alterità, possa partorire mostruosità silenziose.
È un monito, per noi che viviamo immersi nella comunicazione, a non fermarci mai alla superficie delle cose.
È importante dubitare delle apparenze dei “bravi ragazzi”. E cercare le verità sommerse, rifiutando le versioni ufficiali e gli algoritmi rassicuranti.
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
