Gaza e Israele. Il ruolo dei media nel raccontare il conflitto. Editoriale

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Possiamo considerare obiettiva la narrazione dei media sul Medio Oriente? La risposta, ahimè, è negativa.

Se ci pensiamo bene, la rappresentazione del conflitto tra Israele e Palestinesi, tratteggiata dai media (social e mass media), assomiglia a uno scontro tra tifoserie. 

Vi è una polarizzazione del confronto: tutto il torto da una parte; e tutta la ragione dell’altra.

Sia sui social media, con post e commenti, che sui mass media mainstream sono minoritarie le rappresentazioni che inducono a riflettere.

Propria dell’argomentazione e del metodo scientifico è la scelta di raccogliere i dati in modo rigoroso, di vagliarli con metodo e quindi di interpretarli alla luce della letteratura scientifica.

Quanto incide la distorsione, inevitabile nei media? E quanto pesa, invece, la scelta consapevole di manipolare?

Quanto incide la decisione si rinunciare a una riflessione e a un dibattito che portino verso la pace? E quanto conta la propensione a trasformare in scontro tra opposti quello che dovrebbe essere un confronto fecondo, seppure aspro?

Perché tutto questo accade? E come ci possiamo difendere, come pubblico e come cittadini del mondo?

Le teorie dei media e una visione critica del pensiero ci possono essere di grande aiuto.

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LE TEORIE DEI MEDIA NEL LEGGERE I FATTI

Sono due le teorie dei media che possiamo richiamare per comprendere il modo in cui i mezzi di comunicazione raccontano i fatti.

La prima è la teoria dell’agenda setting. La possiamo sintetizzare così: i media ci indicano i temi, gli aspetti e le interpretazioni da prendere in considerazione.

I media, insomma, ci dicono dove indirizzare la nostra attenzione. Lo fanno stabilendo una gerarchia dell’attenzione che prestiamo alle notizie.

Quella gerarchia spesso corrisponde alla gerarchia e alle priorità, nel considerare i fatti, che manifesta la pubblica opinione.

Un esempio? Siamo portati a pensare alle baby gang come problema prioritario per la sicurezza.

Eppure, ben più importanti sono le “big gang”: mafia, camorra, ‘ndrangheta. Eppure se chiediamo a un qualsiasi cittadino, le babygang risulteranno le più “attenzionate” e vissute come pericolose, rispetto alle pericolosissime mafie italiane.

La seconda teoria dei media da considerare è quella dell’influenza dei media sul linguaggio: l’introduzione di nuove parole, il modo in cui le parole sono impiegate, la gestione del loro significato.

Un esempio: diverso è denominare Hamas come un’organizzazione di guerriglieri palestinesi, rispetto a un’organizzazione di terroristi, rispetto a un’organizzazione di liberazione del popolo palestinese.

Il linguaggio costruisce la realtà. Abbiamo, di certo, una serie di fatti, di dati e di soggetti. L’uso del linguaggio, tuttavia, consente di intenderli in un modo anziché in un altro; e quindi di vedere la realtà sotto una certa luce anziché sotto un’altra.

È come il vecchio detto del mezzo bicchiere: è mezzo pieno, ma possiamo leggerlo anche come mezzo vuoto.

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L’influenza degli opinionisti di parte

Il pubblico quasi mai sa che gli opinionisti sono di parte. Anche i più informati, autorevoli e preparati si rifanno – in modo legittimo – a una certa scuola di pensiero. E una certa corrente ideologica.

Quello che il pubblico non sa è che molti opinionisti – in tv, sul web, sui giornali – sono pagati da servizi segreti, da gruppi di interesse e da centri di potere. 

Evito, qui, di fare nomi. C’è un autorevole giornalista, che rimarca ad ogni occasione il suo ruolo e la sua competenza di “storico”, il quale risponde a determinati centri di interesse. Tanto da indirizzare il racconto dei fatti italiani in una direzione soltanto: la narrazione che fa comodo a un certo Potere.

Assistiamo, così, a una duplice distorsione. Da un lato la distorsione, inevitabile, dei media che possono fornire – anche con il migliore impegno – solo una visione parziale dei fatti.

Dall’altro lato, abbiamo opinionisti che vi aggiungono proprie distorsioni, funzionali agli interessi – legittimi o criminali – di una certa organizzazione di potere.

Questo secondo aspetto della distorsione, che possiamo definire senza dubbio una “manipolazione”, non la vediamo emergere nei dibattiti. Nessuno chiede a un opinionista a quali interessi egli renda conto, da chi sia pagato e a quali obiettivi rispondano i suoi interventi.

Eppure, un opinionista prezzolato non è altro che un creatore, di certo raffinato, di fake news. E quel che è peggio, è un creatore di fake interpretation di accadimenti e fatti che, letti da una certa angolazione, possono mutare di significato. E diventare banali bugie.

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Come difenderci dai manipolatori dei media

Cosa possiamo fare per difendersi dalle distorsioni dei media? E come agire per individuare e neutralizzare i manipolatori?

Un primo strumento è quello di capire su quali argomenti si focalizzi il giornalista, la giornalista o l’opinionista che ci racconta un qualche cosa.

Utilizzando la teoria dell’agenda setting, possiamo capire a quali fatti, eventi e argomenti dia più importanza chi ci racconta una certa notizia.

Torniamo al giornalismo sul Medio Oriente. Un conto è mettere insieme i fatti visti dall’una e dall’altra parte. Un altro conto è insistere solo sulle azioni criminali di Hamas, la domenica 8 ottobre 2023 con il massacro di persone innocenti.

Un altro conto ancora è aggiungere alle azioni di Hamas la denuncia dei crimini di guerra di Israele nella Striscia di Gaza.

Un secondo strumento – per difenderci dai manipolatori – è quello di leggere il linguaggio utilizzato da chi ci mostra un fatto, una persona oppure una situazione.

Un conto è raccontare il conflitto tra Israele e Palestinesi come uno scontro tra uno Stato sovrano e un popolo sottomesso a un gruppo di terroristi (Hamas).

Un altro conto è raccontare lo stesso conflitto definendo i Palestinesi un popolo oppresso.

Un terzo strumento è quello di capire se il nostro narratore (o narratrice) fa riferimento al passato degli eventi che racconta; se allarga lo sguardo al contesto; oppure se si concentra soltanto su fatti, eventi e persone delimitati.

Domandiamoci: chi ci racconta qualcosa, fa una scelta ad ampia visione oppure ci indirizza in un solo settore del campo dei fatti?

Infine, un quarto strumento è di tipo critico. Per impiegarlo basta porsi questa domanda: chi ci racconta qualcosa – del conflitto in Medio Oriente come di qualsiasi altra cosa – ha un atteggiamento “informativo”, “comunicativo” o da “storytelling”?

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INFORMAZIONE, COMUNICAZIONE E STORYTELLING

L’atteggiamento informativo è quello di chi racconta i fatti nudi e crudi: “Domani vado in stazione a Verona a prendere il treno delle 7.40 per Milano, che parte dal binario 6”.

L’atteggiamento comunicativo è quello del coinvolgere chi ascolta la narrazione: “Ti piacerà sapere che domani vado in stazione a Verona, splendida città che tu ami, a prendere quel treno delle 7.40 per Milano su cui tanto hai viaggiato”.

L’atteggiamento dello storytelling è quello di chi ci racconta una storia coinvolgente: “Immagina una mattina, come quella di domani, di inizio autunno, con le foglie che cadono sui marciapiedi. Alle 7.40 salirò le scale e, tra l’odore del caffè e quello delle brioches appena sfornate, alle 7.40 prenderò il Frecciarossa dei tuoi sogni per Milano”.

Ci possono essere distorsioni e manipolazioni in tutti e tre gli approcci, sia chiaro: anche informando, usando semplici dati, possiamo manipolare.

Per questo l’utilizzo dei quattro strumenti – a cui se ne potrebbero aggiungere altri  che qui taccio per brevità – è bene farlo in modo sinergico.

Detto questo, possiamo convenire che conflitto tra Israele e Palestinesi, visto dai media, appare così anche come una battaglia mediatica e narrativa.

È la battaglia di chi racconta per catturare la nostra attenzione. E fa di tutto per portare la nostra mente, le nostre emozioni e le nostre scelte in una direzione precisa, perché non vi è racconto senza tentativo di persuadere chi lo legge.

Neppure questo articolo che, su Medio Oriente e ruolo dei media, ti ho appena portato a leggere.

Maurizio F. Corte
corte.media

Esempio di opinionisti schierati. Chi di loro risponde a un qualche Potere?

Esempio di narrazione di tipo “informativo” sul conflitto tra Israele e Palestinesi

Corte&Media
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