Illusioni cadute. L’incanto provvisorio del Mar dei Caraibi

Quando penso al Mar dei Caraibi, la mia mente va a quel pomeriggio del 26 febbraio del 1998.

Ero su una spiaggia sull’Isola di Guadalupa. Mi ero sposato da pochi giorni con Roberta.

Dopo una settimana a Parigi, tra Louvre e Crazy Horse, eravamo volati a Guadalupa, l’isola a forma di farfalla. Volevo tornare nel Caribe, dove ero stato andando nel 1997 a Cuba, ma volevo stare in un territorio europeo.

Tutto avrei pensato di incontrare, in quel pomeriggio caraibico nella costa nord di Guadalupa (quella più selvaggia e autentica), tranne che un’eclissi di sole.

Erano circa le 14.30, quando in spiaggia – tra le palme, il mare e il botteghino dei panini – i colori si fecero sempre più caldi, caldi, caldi.

La notte, poi, arrivò, attesa. Non era propriamente notte. Il Sole era coperto dalla Luna. C’era buio, ma allo stesso tempo ci si vedeva. Era, insomma, una forma di crepuscolo.

La gente attorno a noi si mise a battere le mani. Un sorriso misto al pianto mi salì dallo stomaco. Stavo assistendo a qualcosa di straordinario.

Quell’incanto durò poco più di 2 minuti e 30 secondi: un tempo abbastanza lungo per viverlo; e un tempo abbastanza breve per chiedersi se tutto era davvero successo.

Le cronache del tempo ci dicono che l’eclissi attraversò – oltre a Guadalupa – diverse isole delle Piccole Antille, tra cui Aruba, Curaçao, Montserrat e Antigua.

Passato il tempo dell’eclisse, piano piano la luce tornò a illuminare il Mar dei Caraibi, davanti a noi. Le acque, che si erano un poco agitate durante l’eclissi, ridivennero quiete.

La nostra vita riprese, arricchiti com’eravamo da uno spettacolo che è considerato uno dei più belli e rari – l’eclissi totale di sole – del XX secolo.

Ecco, il viaggio nel Caribe – dopo i 53 secondi delle illusioni – ci ripaga della delusione che ci può portare il secondo numero 54, quello della verità.

Il 54° secondo è il tempo dello svelamento.

Ci ama la donna che amiamo? Oppure è stata solo una nostra illusione durata troppo tempo?

Ci ama l’uomo a cui teniamo? Oppure è stato soltando un fraintendimento che ci brucerà le dita e l’anima?

La nostra sceneggiatura sarà accolta dalla casa di produzione? Oppure avremo la triste notizia che non siamo stati prescelti?

Al 54° secondo arriviamo ad avere le risposte. O, almeno, ci andiamo vicini. 

C’è sempre qualcosa che ci consola, ci aiuta a comprendere o ci distrae, al 54° secondo.

Cos’è quel qualcosa? La rabbia, la disperazione, la ristrutturazione del pensiero. La fuga, il vittimismo, una nuova illusione. La fuga, l’allegria di naufragi, le allucinazioni. 

E poi? L’autocritica, l’abbandono della partita, il cambio di cavallo. Un nuovo incontro, la squalificazione della vittoria, il pareggio a reti inviolate. La partita rinviata per nebbia.
E poi ancora? La vittoria a tavolino, la disperazione, il deserto. E lo stupore.

Tutto questo la nostra mente si inventa, per sopportare il 54° secondo.

Il ciclo delle illusioni ci rende creativi, ci puoi giurare. Diventiamo veri e propri artisti.

Il viaggio nel Mar dei Caribi

Al 54° secondo, dopo lo stupore e lo sbigottimento di fronte a qualcosa di inatteso, abbiamo il viaggio nel Mar dei Caraibi.

Viaggiare nel Mare Caraibico è un misto di odore di salsedine, di fumo grigio dal pesce pescato e cucinato su una griglia nella spiaggia deserta la sera, di racconti di pirati e corsari su velieri con bandiere che producono brividi.

C’è un che di casa nel Mar dei Caraibi. C’è come un ritorno all’antico. Un volo nel migliore dei nostri passati.

Gli odori, i profumi, i suoni che vengono dal mare ci riportano alle radici, alla terra, a ciò che è stato e che non tornerà.

Vecchie letture di guerre, di stragi, di malattie europee le censuriamo. Cerchiamo soltanto la pace e il silenzio. 

E il Caribe – con il rum e la musica ritmata dalle chitarre e dai bongos – a questo ci conduce: alla pacificazione con noi stessi. E con il destino avaro e baro.

Lo sfrigolare del pesce cotto alla brace ci riporta a Santiago, l’anziano pescatore del capolavoro di Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare.

La battaglia di Santiago per salvare il suo pesce dall’attacco dei predatori, sulla barca intrisa di tanto lavoro e giorni e sudore, è la nostra battaglia.

Il Caribe è la quiete di Santiago dopo la lotta impari. Quella quiete che porta lui a sognare i leoni sulla spiaggia; e noi a fantasticare su un amore che è a due braccia da noi, tuttavia non si lascia mai afferrare.

Tuttavia, la quiete – come il viaggio nei Caraibi – non può durare per sempre.

La verità, la realtà, la cruda cronaca ci si presentano comunque davanti, dopo il tempo delle illusioni.

È noto che il dolce è più dolce, dopo aver assaggiato l’amaro.

L’amarezza è più amara, dopo aver assaggiato il dolce zucchero di canna del Caribe. E aver gustato i profumi e i rimandi gustativi del rum invecchiato in botte.

L’amarezza come dono

Piange nel mio cuore come piove sulla città.
Cos’è questo languore che penetra nel mio cuore?

O rumore dolce della pioggia per terra e sui tetti!
Per un cuore che s’annoia, oh, il canto della pioggia!

Piange senza ragione in questo cuore che si scontenta.
Cosa! Nessun tradimento? Questo lutto è senza ragione.

È ben la peggiore pena di non sapere perché,
senza amore e senza odio, il mio cuore ha tanta pena!

Nella poesia Il pleure dans mon coeur, il poeta francese Paul Verlaine (1844-1896) dipinge un’amarezza grigia e afasica.

Quell’amarezza è la forma di sofferenza di chi non ha nemmeno un “capro espiatorio” – o una colpa specifica – a cui attribuire il proprio dolore.

Al 54° secondo – passato il tempo delle illusioni – il viaggio nel Mar dei Caraibi lascia il posto all’amarezza.

L’amarezza si esprime talvolta nel pianto (che, direbbe Verlaine, ci riporta alla pioggia). Talvolta l’amarezza è, invece, asciutta come un campo di calcio sabbioso, nell’agosto di città.

L’amarezza – dopo il viaggio nel Caribe – è comunque un dono. L’abbiamo davanti a noi. Non resta che scartarlo.

Maurizio F. Corte
(Parte 20 – continua)

*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog

Ricardo Arjona – El amor que me tenia

Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.

Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.

Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.

Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo

A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.

Avevamo una fame da lupi.

Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.

Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.

Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.

“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.

Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.

Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.

“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.

La sorpresa non era finita, a quanto pareva.

“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.

E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.

La reazione irosa del deserto

Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.

Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.

Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.

Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.

Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.

La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.

Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.

Gli effetti della guerra

Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.

Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.

Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.

Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.

Il crollo della speranza

Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.

È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.

È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.

Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.

E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.

Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.

Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.

La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.

Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.

Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.

Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.

È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.

Maurizio F. Corte
(30 – continua)

Marco Masini- Bella stronza

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