Illusioni cadute. Il ritorno ai migliori tempi andati

 

Il meccanico Sergio, che aveva tre anni più di me, era un tipo dal volto gioviale e senza età.

A 17 anni potevi dargliene 30, di anni. E a 40 anni, aveva l’aria di un ragazzino.

Era stato apprendista nell’officina d’auto di mio padre Walter, all’inizio degli Anni Settanta del Novecento. A Verona.

Indossava sempre una tuta azzurro intenso, come il cielo delle estati nel Mediterraneo.

Lo rividi una domenica d’agosto, nel 1988, mentre a trent’anni – lontano dai giornali – lavoravo come benzinaio e lavamacchine, in un grande distributore di benzina dell’Agip.

La città era vuota. Noi si era di turno.

Sergio capitò con un vecchio motorino per fare rifornimento di miscela, il carburante (benzina super con una certa percentuale di olio) dei motori a scoppio a due tempi.

Gente come Sergio – che in dialetto chiamavamo Sergéto – ha un particolare potere: quello di scaraventarmi all’indietro, nell’Italia e nella Verona del passato.

È un passato abitato da gente semplice. Televisori in bianco e nero. Tavole apparecchiate con tovaglie a quadrettoni.

È un’Italia di macchine scarburate, parcheggiate sottocasa. E della vecchia lira come moneta di scambio.

È il passato della mia infanzia, prima del salto nella borghesia.

È il passato di un vivere popolare, da semplice famiglia artigiana, impegnata a vivere il miracolo economico italiano. E a costruirsi un futuro di benessere.

Il terrorismo doveva ancora arrivare. Le tensioni internazionali non erano così evidenti, dato che c’era un solo canale Rai e i giornali si leggevano, ma soprattutto per le pagine di cronaca locale. E di sport.

Gente come Sergéto ha il dono della macchina del tempo: ti riporta indietro, come se i giorni e gli anni non fossero passati; e come se tutto fosse rimasto immobile, come le stoviglie di un vecchio e dimenticato mobile di cucina.

Chissà se è ancora vivo e che cosa fa, Sergéto, dopo essere andato in pensione come meccanico d’auto.

E chissà se, incrociandolo, avrebbe ancora il potere di portarmi al mio passato veronese.

Il porto quieto delle origini

A pensar questa gente
mi sento piú forte

che a guardare lo specchio
gonfiando le spalle
e atteggiando le labbra
a un sorriso solenne.

È vissuto un mio nonno,
remoto nei tempi,

che si fece truffare
da un suo contadino

e allora zappò lui le vigne
– d’estate –

per vedere un lavoro ben fatto.

Cosí sono sempre vissuto
e ho sempre tenuto

una faccia sicura
e pagato di mano.

Cesare Pavese, nella poesia Antenati, scritta nel 1932, bene rappresenta cosa significhi il ritorno alle origini.

Dopo il tempo della consapevolezza, eccoci approdare – al 54° secondo, il tempo della disillusione – al caldo rifugio del passato.

I 53 secondi delle illusioni si sono consumati. E non sono più tra noi.

Al momento del verdetto – sugli amori, i sogni professionali, i progetti di vita – ci capita di vivere la rabbia, la vittoria a tavolino.

Ci capita di vivere la disperazione, la partita a reti inviolate e tutte le altre emozioni che abbiamo sin qui attraversato.

C’è, tuttavia, un particolare sentire che ci coccola e rassicura: l’angolo caldo e in ombra del tempo andato.

Si tratta di un tempo che viviamo come il tempo in cui “eravamo molto poveri, ma anche molto felici”, per dirla con l’Ernest Hemingway del romanzo Festa mobile.

È  una situazione di momentaneo sollievo. Lo stesso che Giuseppe Ungaretti soldato vive nella poesia Natale.

La poesia fu scritta il 26 dicembre del 1916, a Napoli, mentre era in licenza dal fronte della Prima Guerra Mondiale.

Ungaretti era di ritorno dalla trincea, nella guerra logorante sul Carso, al Nord.
 
E aveva la possibilità di ritornare a se stesso, oltre gli orrori, i rumori assordanti e i silenzi angoscianti della guerra.
 

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata

in un
angolo

e dimenticata

Qui
non si sente
altro

che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole

di fumo
del focolare

C’è un dato di fatto che è importante ricordare: durante i 23 secondi delle illusioni, noi stiamo vincendo.

La donna che tanto amiamo, sta esprimendo il suo amore per noi. L’uomo a cui tanto teniamo, ci apre il suo cuore.

Abbiamo davanti agli occhi la lettera d’incarico della casa di produzione, che crede nella nostra sceneggiatura.

Trabocca di scene di giubilo, il tempo delle illusioni.
 
Poi, al secondo 54, c’è la lapidaria verità. E il sentimento che ne consegue.
 

La sicurezza dei giorni andati

Quando quel sentimento ci riporta alle origini, al passato, ai giorni andati, noi ci troviamo rassicurati. Nulla ci può turbare o distrarre.
 
Dopo la consapevolezza, sappiamo cosa voglia dire aver presente il significato della nostra vita: nessuno ci può derubare del tesoro dei tempi impressi nella memoria.
 
I ricordi ci fanno compagnia. I volti delle persone care ci danzano attorno.
 
Se piangiamo, è il pianto liberatorio del bambino che è sempre stato in noi. Oppure, è il pianto della vittoria dei nostri mattini migliori.
 
C’è un che di rassicurante, nel ritorno alle origini. È il tempo immoto, senza azioni, senza apprensione per il futuro.
 
Nel passato viviamo l’assenza di speranza, ma anche l’assenza di delusione. Non abbiamo progetti nella testa. Non abbiamo urgenze che ci spingono a fare, e poi a correre e poi a tornare a fare.
 
È il momento perfetto, per dirla con il primo romanzo del filosofo francese, Jean Paul Sartre, La nausea, scritto nel 1938.
 
Viviamo la perfezione dell’essenza.
 
Nelle origini c’è l’impronta di chi siamo, prima che gli incontri, gli amori, le vite degli altri ci inducano a cambiare.
 

Il tempo immobile

Il ritorno alle origini non è, però, una condizione che possa durare per molto.

Ha il sapore di un’estensione lunga abbastanza per viverla in pieno; ma di una brevità necessaria a non renderla permanente.

Il momento del passato è il momento del silenzio. E, come sappiamo, non possiamo restare per sempre in silenzio, se vogliamo vivere.

Il silenzio delle origini non è, insomma, il silenzio dello stare immobili, timidi e rinunciatari, come accadeva da bambini o da adolescenti.

Ecco, allora, profilarsi all’orizzonte un’altra condizione, al 54° secondo: quella della rivincita pacifica. Quella, ne siamo certi, è la migliore delle vittorie.

Maurizio F. Corte
(parte 23 – continua)

*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog

  • Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni

Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.

Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.

Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.

Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo

A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.

Avevamo una fame da lupi.

Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.

Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.

Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.

“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.

Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.

Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.

“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.

La sorpresa non era finita, a quanto pareva.

“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.

E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.

La reazione irosa del deserto

Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.

Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.

Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.

Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.

Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.

La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.

Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.

Gli effetti della guerra

Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.

Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.

Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.

Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.

Il crollo della speranza

Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.

È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.

È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.

Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.

E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.

Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.

Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.

La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.

Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.

Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.

Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.

È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.

Maurizio F. Corte
(30 – continua)

Marco Masini- Bella stronza

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