Illusioni cadute. L’occasione della migliore rivincita

 

Nei pomeriggi assolati delle estati degli Anni Sessanta del Novecento, noi bambini boomers ci si distendeva all’ombra dei ciliegi, vicino casa.

Sentivamo le cicale frinire. Il cielo era di un azzurro etereo, come i sogni che ciascuno portava in cuore.

Io, Maurizio, pensavo a Giovanna, la mia compagna di classe della scuola elementare. 

In un giorno d’inverno le avevo scritto una lettera lunghissima. Almeno 8 fogli di quaderno a righe.

A consegnare la lettera era stata Sara, la sua migliore amica. Mica potevo metterci la faccia io, timido com’ero. 

Giovanna, una bellissima bimba mora originaria della Puglia, con papà medico, si era messa a leggere la lettera in giardino. Ogni foglio che leggeva, lo lasciava poi cadere a terra.

Finita la lettera, aveva girato il suo volto – occhi neri e trecce scure dei capelli intrecciati – verso di me, che ero ad almeno centoventi metri da lei.

“Corte! Corte! Corte!”, aveva urlato, correndo verso di me. Allora, a scuola, ci si chiamava solo per cognome. 

E io, via di corsa, come una lepre. Non poteva raggiungermi. Io facevo atletica leggera, a 9 anni. Lei no.

La sorpresa sull’erba

La lettera a Giovanna era ormai un ricordo mentre osservavo il cielo dell’estate, sotto il ciliegio.

Con i miei amichetti, Giorgio e Roberto, ero disteso sull’erba quando sentii un frusciare di abiti, che sopravanzò il frinire delle cicale.

Come un’apparizione in sogno, mi vidi di fronte – che mi guardava dall’alto – Sara. L’amica di Giovanna.

Rimasi impietrito. Sara era una bellissima bambina, con i capelli lunghi, lisci e biondi; e con gli occhi verdi come certe acque del mare di Sardegna.

“Che cazzo ci sta a fare qui Sara?”, mi domandai. Ero solito ripetere la parola cazzo senza neppure sapere cosa significava. Ma mi faceva sentire grande.

“Questa è per te, Maurizio”, mi disse Sara, porgendomi una rosa di un rosso tenue, di quelle rose che nascono nei giardini delle famiglie dei ricchi. Io non avevo giardino, ovviamente. 

“Per me?”, ribattei, tirandomi su dall’erba pungente del campo vicino casa, nella Verona piccolo borghese, limitrofa alla zona alto borghese di Borgo Trento.

“Da parte di Giovanna”, mi disse Sara, che allungò il fiore, me lo mise nelle mani; e sparì con lo stesso mistero con cui era entrata nella mia giornata estiva.

Se non avessi avuto Roberto e Giorgio come testimoni, potrei arrivare a credere che sia stato un sogno. Oppure una fantasia.

Invece, è tutto vero. 

Quella rosa è il primo degli unici due fiori che ho ricevuto in dono in tutta la mia vita. Perché le donne non usano regalare fiori ai maschi. E fanno male a non farlo.

Il secondo fiore – a San Valentino – lo ricevetti molti anni dopo. Era un fiore virtuale, un’immagine che mi arrivò per via telematica, dato che lei era molto lontana.

Non era come avere un fiore vero… ma mi riempii, allo stesso modo, il cuore di gioia. E allo stesso modo rimasi impietrito. Incapace di reagire.

Il fiore della gioia suprema

La rivincita, al 54° secondo, dopo il tempo delle illusioni, è quanto di meglio ci possa capitare.

E il dono di un fiore – se poi è una rosa siamo nell’iperuranio platonico – è la migliore delle rivincite, nel momento in cui si è chiuso il tempo delle illusioni. E nel momento in cui il verdetto, spesso amaro, è davanti a noi.

Un fiore è una sorpresa che ci spiazza. Ci scalda il cuore. Ci riempie di una gioia infinita. 

Un fiore è la felicità pura – lo dico dal punto di vista maschile, dato che l’ho avuto in dono – eppure è anche il segno del dubbio.

Ti chiedi, con il Paolo Conte di Midnight’s Know Out, se sarà poi vero quel dono. Oppure se è solo un attimo aggiuntivo di illusione.

Temi che sia un secondo illusorio in più, beffardo, che poi ti lascia sgomento.

Fiori a mezzanotte per me
Sembrerebbe per me
Con I complimenti di chi?
Non sappiamo di chi…
Sono nuovo in questa città
Non la sento mai mia…

Oh, midnight’s
Knock down…

Forse piaccio ancora, chissà
O è la pubblicità
Di un’azienda che forse avrà
Questa mentalità
O forse è una persona per me
Che mi vuole com sè…

Midnight’s knock out
Oh, midnight’s
Knock down…

Fiori da combattimento per me
Si direbbe per me
Forse vado a genio a qualcuno
Si direbbe a qualcuno
Fiori più stranieri di me
In questa valle d’insonnia

La rivincita non è una vendetta. Non è il risultato del “far pagare il conto” a qualcuno che ci ha ferito. Oppure battuto.

Quella è bassa vendetta. Non è rivincita.

La rivincita è solare, come la rosa di Giovanna, portatami in dono da Sara. O come quel fiore digitale, in un giorno di solitudine, da una donna amata.

Cadute le illusioni, dopo i 53 secondi illusi, ecco il 54° secondo del brivido di gioia. Un brivido che non ha eguali.

La rabbia. La disperazione. La ristrutturazione dei pensieri. Il lago dell’amarezza. Il viaggio nei Caraibi. Insomma, tutte le altre emozioni del 54° secondo non reggono il confronto.

La rivincita ci riporta la voglia di vivere. Ci concede un tempo sospeso e vittorioso. 

Non si può, tuttavia, campare sulla rivincita. Perché la rivincita ha una durata, come il tempo della palla da calcio prima di finire in rete.

E non esistono “le rivincite”. Come non esistono più donne – né avrebbe senso – che ti donano tutte una rosa.

Esiste una sola rivincita. E pure lei si conclude, quando arriva la fine del tempo dei 53 secondi delle illusioni.

Cosa rimane, allora, dopo la dissolvenza in chiusura della rivincita, sullo schermo ampio e candido della nostra vita?

Resta un foglio accartocciato, lasciato per terra quasi per caso. In un angolo polveroso di casa.

Assomiglia a una sudata carta, per dirla con Giacomo Leopardi

Raccogliamo quel foglio accartocciato, stupiti dall’averlo dimenticato. Lo svolgiamo, come si apre il frutto del melograno. 

Ed è lì, che un altro incanto ci assale. In quel pezzo di carta consumata e scordata ritroviamo, abbagliati, l’indizio di un dono inatteso.

Maurizio F. Corte
(parte 24 – continua)

*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog

Paolo Conte – Midnight’s Knock-Out

Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.

Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.

Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.

Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo

A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.

Avevamo una fame da lupi.

Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.

Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.

Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.

“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.

Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.

Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.

“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.

La sorpresa non era finita, a quanto pareva.

“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.

E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.

La reazione irosa del deserto

Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.

Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.

Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.

Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.

Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.

La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.

Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.

Gli effetti della guerra

Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.

Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.

Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.

Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.

Il crollo della speranza

Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.

È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.

È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.

Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.

E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.

Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.

Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.

La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.

Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.

Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.

Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.

È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.

Maurizio F. Corte
(30 – continua)

Marco Masini- Bella stronza

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