Se mai ti capiterà di essere una donna sola – oppure un uomo solo – c’è un posto che ti consiglio per andarci a vivere: è il lago.
Il lago è una grande pozza dove la tristezza e l’allegria possono nascondersi. E dal loro incontro può nascere la sintesi perfetta.
Quella sintesi qui la chiamerò amarezza.
L’amarezza è come il lievito per il pane. C’è una punta di dolce e soprattutto c’è un gusto amaro.
Quel mix è proprio il gusto che ti porta a credere al miracolo: dal banale incontro tra farina, lievito e acqua, nasce del resto qualcosa di divino.
Lo chiamiamo pane.
La mia più bella canzone (Il vento della sera), almeno quella che più amo, la debbo ancora incidere.
Ho invece inciso il lato B, se vogliamo pensare alla vecchia maniera dei dischi a 45 giri.
Il lato B è Cangrande, canzone che adoro. Tuttavia è la seconda parte de Il vento della sera. Non è la prima scelta.
Il vento della sera l’ho composta – era il 1990 – nel mio appartamentino a Torri del Benaco, sula sponda veronese del lago di Garda.
Vivevo al terzo piano di un edificio ad angolo, in Piazza Calderini. Ero giusto pochi metri dal lago di Garda. Dal balcone avrei potuto lanciare la lenza; e pescare.
Erano crollate tutte le mie certezze, in quella primavera del 1990.
Alle spalle avevo soltanto rovine. Mi ero pure sputtanato quel poco di reputazione che avevo.
Il lago di Garda mi fu amico e compagno, come nessun altro, nell’aiutarmi a tornare a sperare.
Del resto, avevo 32 anni. E a quell’età sarebbe una bestemmia smettere di credere.
Il lago dell’amarezza
Dopo i lunghi secondi delle illusioni, al 54° secondo arriva il momento della verità.
La verità spesso ferisce. Non corrisponde a ciò speravamo.
La donna amata tentenna, sfugge, è distratta. Oppure è combattuta in una lotta interiore che la paralizza.
Ma tu non puoi saperlo.
L’uomo desiderato sembra scappare dalle sue responsabilità. Ha dichiarato da molto tempo il suo amore per te; ma come fai a essere certa che non sia nel frattempo cambiato?
E se lui amasse un’altra, conosciuta da poco?
La casa di produzione non si è più fatta sentire. “Nessuna nuova, buona nuova”… in questo caso il detto non vale.
Il silenzio non è un assenso. È atto dissenziente. Niente contratto, niente sceneggiatura, niente film.
Al 54° secondo, ecco allora l’amarezza.
Il viaggio nel Mar dei Caraibi è terminato da un pezzo. E tu ti ritrovi davanti a un grande lago.
È il lago dell’amarezza.
Il paesaggio dona quiete. Non si sentono rami secchi spezzati; né si odono canti di uccelli.
Anche le anatre, vicino al porticciolo sotto casa, sono in silenzio. Rispettose. Ritratte. Timide.
Nel grande lago amaro fluiscono i ricordi. Rivedi lei (oppure lui) senza coglierne il volto. Senza poterla incontrare. Senza poterlo vedere.
I profumi, i vestiti, i gesti della persona amata ti danzano attorno. È una festa lenta, che non sai a che cosa ti porterà.
Non ci sono più i sapori, i profumi e le musiche del Caribe. La festa sembra chiusa per sempre.
“Tornerà ancora la domenica della speranza?”, ti chiedi. “Torneranno i 53 secondi delle illusioni?”.
Molto parlano e sognano gli uomini
di migliori giorni futuri;
verso una meta felice e dorata
li si vede correre e affannarsi.
Il mondo invecchia e torna giovane,
ma l’uomo spera sempre
in un miglioramento.
Sulla riva del lago dell’amarezza, la poesia Speranza, del tedesco Friedrich Schiller (1759-1805), suona come uno strumento stonato. Non ci sta proprio.
Al 54° secondo, l’amarezza intinge di sé i giorni. La ritrovi al risveglio, al mattino, come se non ti avesse mai lasciato.
La saluti la sera, prima che l’agevol sonno – per dirla con il Giacomo Leopardi della poesia La sera del dì di festa – ti colga.
E prima che il sonno ti porti in un mondo parallelo, quello dei sogni evanescenti.
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa.
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Talvolta lei (oppure lui) entra nei tuoi sogni. Ne avverti l’eco; oppure la vedi di fronte, come se foste sul punto di baciarvi.
Tuttavia, non c’è bacio solenne che possa mai resistere alla dura realtà del risveglio feriale.
Il dono amaro che ci migliora
Sembra una maledizione, un atto triste, una disperata condizione, quella dell’amarezza.
Invece, l’amarezza può essere un dono prezioso.
Ti aiuta a capire. Ti porta a riflettere. Ti sollecita a metterti in discussione.
Le troppe parole, scritte e pronunciate, si rivelano per quello che sono: una sovraesposizione mediatica.
La foga logorroica si è rivelata un boomerang: riempire i vuoti altrui, con il nostro parlare, è un cammino dal respiro corto.
Il troppo dare, dare, dare ti ha fatto dimenticare il valore della reciprocità. Ovvero, quel luogo – il reciproco – dove ci si scambiano i regali. E ciascuno può essere davvero se stesso.
Il dono dell’amarezza – con il suo lago silenzioso che ti avvolge e consola – acuisce la nostra capacità di visione.
Riavvolgi il nastro. Riascolti le troppe parole. Rimpiangi il silenzio tradito e trascurato. Conti il troppo che hai dato, rispetto al poco (quasi nulla) ricevuto in cambio.
L’amarezza è un dono, perché ti consente di comprendere tutto quello che ti era sfuggito.
Ecco, allora, che in un preciso momento del vivere – quando sei in barca sul lago dell’amarezza – un colpo di vento, inatteso, muove le acque.
Lo sciabordìo delle onde sposta i remi, che sbattono contro la barca e ti fanno trasalire.
Ti rendi conto, allora, che al 54° secondo sei entrato in un ambiente che non ti aspettavi.
E la consapevolezza in quel preciso istante scalza l’amaro, tanta è la fretta che la spinge a farti comprendere chi sei per davvero.
Maurizio F. Corte
(Parte 21 – continua)
*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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Neil Young – Out on the weekend
Quel sabato, in una tiepida primavera verso la fine degli Anni Settanta, a farci un giro a Bologna andammo Giampaolo, Gianni e io.
Partimmo da Verona con la Fiat 127 blu notte di Giampaolo.
Eravamo ignari del fatto che avremmo fatto il ritorno con la leva del cambio compromessa, facendoci l’autostrada Bologna-Verona in terza marcia.
Si aveva vent’anni. E come canta Francesco Guccini nella canzone Eskimo…
A vent’anni è tutto ancora intero,
perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi
non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…
A pranzo entrammo in un ristorante del centro di Bologna.
Avevamo una fame da lupi.
Ci sedemmo e, senza leggere il menù, decidemmo che si sarebbe mangiato un primo: tortellini asciutti, era evidente.
Quando arrivò il giovane cameriere, vestito con giacca bianca e papillon nero, ecco la sorpresa.
Gianni parte deciso: “Quattro piatti di tortellini asciutti. Mezza minerale gassata. E una bottiglia di Lambrusco”.
“Quattro piatti?”, chiede stupito il giovane cameriere, che doveva averne comunque viste tante, ma qualcosa ancora gli era sfuggito.
Il cameriere intendeva farci notare che eravamo in tre. Pure Giampaolo e io guardammo con aria interrogativa Gianni.
Gianni fu disarmante: “Ho fame. Voglio due piatti di tortellini”.
“In contemporanea?”, proseguì il cameriere. Lo stupore non mollava la presa sul suo viso affilato e chiaro. I capelli castani e corti pareva avessero avuto un sussulto.
La sorpresa non era finita, a quanto pareva.
“Certo. Uno vicino all’altro”, ribattè tranquillo Gianni, come avesse dovuto confermare che il tramonto lo vediamo di solito a Occidente.
E così fu. Arrivarono i due piatti di tortellini per Gianni. Li mise uno accanto all’altro, a farsi compagnia. E cominciò a mangiare.
La reazione irosa del deserto
Ci sono momenti nella vita dove la nostra scelta è drastica.
Ho fame? Voglio due piatti subito. Non ho appetito? Salto il pasto.
Al secondo numero 54, quando il tempo delle illusioni è finito, non accettiamo compromessi.
Il racconto farlocco dopo i sogni si è rivelato per quello che era: una pietosa bugia che ci siamo detti, per evitare il dolore del crollo dell’illusione.
Durante i 53 secondi delle illusioni stiamo vincendo, come sappiamo. È al 54° secondo, crollate le illusioni, che la realtà ci presenta il conto.
La profonda irritazione sfocia piano piano in rabbia.
Facciamo, così, la scelta fatale: “Se crolla una mia torre, quella a cui tengo di più, voglio che tutto crolli. Che tutto si trasformi in deserto. Terra bruciata dattorno. E non ci pensiamo più”.
Gli effetti della guerra
Uno degli effetti della violenza e della guerra, proprie dei nostri tempi gridati, è proprio la propensione a scansare il dialogo, la mediazione, la comprensione.
Guardiamo la vita, le persone e le situazioni ad angolo acuto. Ma non siamo acuti, siamo ottusi: non vediamo ai lati.
Tutto si concentra sulla nostra arrabbiatura, che nasconde un profondo dolore.
Non è facile gestire il venir meno delle illusioni. Specie quando ci siamo fatti cullare dall’illuderci; oppure quando l’illusione era tanto vera da sembrare reale.
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.
Così scriveva Giacomo Leopardi, nel 1833.
Il crollo della speranza
Il crollo della speranza e delle illusioni lascia in Leopardi – come in tutti noi – il deserto.
È il deserto che cerchiamo, allora, al 54° secondo.
È la terra bruciata che alimentiamo con mille fuochi.
Là dove le fiamme lasciano terreno alle braci, andiamo avanti ancora con altre fiamme. Senza pietà, senza ripensamenti, senza indugi.
E fiamme ancora. E poi ancora, ancora, ancora. Come se non ci fosse un domani, perché non vogliamo un domani.
Non possiamo, tuttavia, pensare di chiudere tutto con la terra bruciata.
Lo stesso Leopardi, nella poesia La Ginestra, scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), ci racconta di come sia possibile che una piccola pianta resista all’urto del luogo pietroso.
La scelta del deserto, della terra bruciata attorno a noi, non è poi priva di conseguenze.
Come ci insegna la Fisica – e come ci ammonisce la Psicologia della Comunicazione – ad ogni nostra azione… segue una qualche reazione.
Anche il tempo sospeso e l’aria immota sono reazioni.
Nel nostro caso, al 54° secondo, la terra bruciata, il deserto che abbiamo lasciato avanzare attorno a noi, hanno una precisa conseguenza.
È una conseguenza peraltro inattesa. Arriva niente po’ po’ di meno che il momento delle allucinazioni.
Maurizio F. Corte
(30 – continua)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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