Cronaca nera. Perché alcuni fatti diventano notizia

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Perché, quando scompare una persona, a volte l’Italia intera si ferma con il fiato sospeso? Perché, al contrario, in cento altri casi la notizia data dai media su una scomparsa non supera le brevi di cronaca locale?

Prendiamo il caso di Milena Sutter, 13 anni, sparita a Genova giovedì 6 maggio 1971. Tutta la sua vicenda – con la conclusione triste del suo corpo senza vita in mare – l’ho studiata e poi raccontata in una sezione di questo magazine. Eccolo:

Possiamo pensare che in quel periodo non sia scomparsa qualche altra ragazzina? Sono migliaia i minori che ieri come oggi spariscono, ogni anno.

Eppure, nel maggio del 1971 e per le settimane a seguire, ci si è concentrati solo su Milena. Persino oggi, a 55 anni di distanza dal caso, abbiamo il Corriere della Sera che dedica due pagine alla ragazzina di Genova.

Torniamo, tuttavia, a cosa succede in alcuni caso quando una persona sparisce. E al circuito mediatico che si attiva e che porta la notizia ad accompagnare la vita di tutti noi.

Non è un caso, il movimento che vediamo nei media su quella notizia. Non è una coincidenza. È il risultato di una scelta precisa, di una grammatica dell’informazione che decide chi merita la nostra compassione. E chi, invece, è destinato all’oblio.

Nel giornalismo, come nella vita, non tutte le vittime sono uguali. Esiste una vera e propria gerarchia mediatica del dolore.

Gli studiosi Ian Marsh e Gaynor Melville, nel loro libro Crime, Justice and the Media (Routledge, 2019), ci spiegano come i media costruiscano la realtà del crimine non riflettendola come uno specchio, ma piegandola come un prisma.

In questo gioco di rifrazioni, la figura della vittima subisce una divisione netta: ci sono le vittime “meritevoli” (deserving) e le vittime “invisibili” (undeserving).

Ci sono le vittime, insomma, da titolo di giornale, come Simonetta Cesaroni in via Poma (Roma, agosto 1980). E vittime che vengono ignorate dai media e non cercate a dovere dagli investigatori della polizia. Un esempio: la sparizione misteriosa di una giovane donna, Alessia Rosati (Roma, 1994).

La vittima con cui il pubblico si identifica

La vittima meritevole è colei in cui il pubblico può identificarsi. È spesso giovane, di sesso femminile, di estrazione sociale medio-alta, colpita nella presunta sicurezza della propria quotidianità. Incarna, insomma, la vulnerabilità e l’innocenza.

In questo senso, alla luce degli studi che ho fatto negli ultimi anni, possiamo dire che Milena Sutter è stata proprio la figura in cui il pubblico – borghese o proletario – si è potuto riconoscere.

Tutta Genova e poi l’Italia intera si sono sentite i genitori, i fratelli e le sorelle di Milena. Chi ha curato le cronache del tempo da Genova, ha pensato bene di chiamarla bambina, anche se aveva 13 anni. Ed era quindi una ragazza, peraltro forte per i tanti sport che praticava.

Quando la cronaca nera si appropria di questa figura – come quella di Milena e come quella di Simonetta in via Poma – scatta un meccanismo di identificazione collettiva. I giornali e le televisioni costruiscono un racconto, in cui la prossimità culturale e sociale diventa il vero motore dell’interesse.

Pensiamo ai casi che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica negli ultimi anni. L’esempio principe, direi, è Garlasco, con l’omicidio di Chiara Poggi (provincia di Pavia, agosto 2007).

Il dolore delle famiglie coinvolte è immenso, indiscutibile. Tuttavia il dolore di chi perde un figlio o una figlia nelle periferie dimenticate, o in contesti di emarginazione, è forse minore?

La sociologa Yvonne Jewkes, nel suo studio Media and Crime (Sage, 2015), ci ricorda che i criteri di notiziabilità — i famosi news values — privilegiano lo status elevato, la prossimità culturale e la semplificazione dei fatti.

Una vittima che non rientra nei canoni della rispettabilità borghese fatica a trovare spazio. Se la vittima appartiene a una minoranza, se ha precedenti penali, se il suo stile di vita si discosta dalla norma, il suo dolore viene declassato. Diventa invisibile.

Mi sono spesso chiesto che sarebbe accaduto – a livello di cronaca dei giornali – se al posto della figlia del ricco industriale della cera, la famiglia Sutter, a Genova, nel maggio 1971, vi fosse stata la figlia di un meccanico d’auto.

Non solo. Mi sono spesso domandato come sarebbe stato trattato lo stesso Lorenzo Bozano, se fosse stato un operaio, e non il figlio di una famiglia dell’alta borghesia genovese. Chissà se l’avrebbero soprannominato “il biondino della spider rossa”, senza essere biondo né magrolino.

Bozano fu prima assolto e poi nel 1975 condannato all’ergastolo. L’accusa fu quella di avere sequestrato e poi ucciso in modo volontario e premeditato la tredicenne Milena.

Su Bozano e su Milena ho registrato il podcast Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena SutterLo puoi ascoltare seguendo il link del titolo.

La percezione della giustizia e della sicurezza

Questo meccanismo della scelta delle vittime notiziabili – e quindi l’identificazione del pubblico – non è neutro. Ha conseguenze profonde sulla nostra percezione della giustizia e della sicurezza.

Quando i media si concentrano solo su alcune vittime, ci restituiscono un’immagine distorta della criminalità. E quindi del senso di insicurezza.

Ci inducono a credere che il pericolo sia sempre in agguato per le persone “come noi”. In questo modo, alimentano una paura irrazionale, mentre i veri problemi sistemici di emarginazione e criminalità urbana vengono ignorati.

Così come vengono ignorati i crimini dei colletti bianchi – la media e alta borghesia – e le infiltrazioni delle mafie nell’economia: basti pensare agli investimenti di denaro sporco in bar e ristoranti e negozi nei centri storici delle nostre città.

Colletti bianchi e infiltrazioni mafiose, tuttavia, non ci fanno sentire insicuri. Anche se corrompono e spacciano droga che uccide, piuttosto che gestire il gioco d’azzardo che rovina le persone. Eppure sono loro il cancro della nostra sicurezza sociale e personale.

Il giornalismo che asseconda gli algoritmi della cultura tradizionale, anziché sfidarli, preferisce la strada facile dell’emotività a buon mercato. Preferisce trasformare il dolore in spettacolo, in una merce da vendere al pubblico televisivo e ai lettori dei social media.

Il sistema dei media si guarda bene dal drammatizzare l’evasione fiscale, la corruzione e le infiltrazioni dei mafiosi nel mondo delle imprese.

La vera comunicazione, la comunicazione autentica di cui abbiamo bisogno, richiede invece uno sforzo di discernimento.

Richiede di scendere nel pozzo della complessità, di rifiutare le narrazioni preconfezionate. Come cittadini, e prima ancora come esseri umani, dobbiamo imparare a leggere oltre i titoli, a interrogarci su chi manca all’appello nella narrazione mediatica.

La cronaca nera e la realtà della sicurezza

Uno studio condotto da Reiner, Livingstone e Allen su un campione del 10 per cento delle notizie di cronaca nera – pubblicate tra il 1945 e il 1991 da due grandi quotidiani britannici – ha evidenziato un dato fondamentale.

La cronaca si concentra quasi del tutto su crimini violenti, con autori e vittime di status sociale più elevato rispetto ai dati reali del sistema giudiziario. La sovrastima del rischio di vittimizzazione, rispetto alla realtà statistica, è strutturale. Non è occasionale.

Cosa significa questo?

Questo significa  che la nostra percezione della sicurezza (e dell’insicurezza) non si basa su dati reali. Si fonda sul racconto dei media, che possono così influenzare quanto pensiamo.

I media possono creare i frame – le finestre sul mondo – che indossiamo per leggere la realt; e possono quindi indurre un certo tipo di credenze. E di comportamenti.

Solo con un giornalismo attento alla verità sostanziale dei fatti possiamo arrivare a pensare a una realtà che corrisponde a quanto davvero esiste. Solo in questo modo possiamo avere una percezione della sicurezza – come dei rischi legati alla criminalità – che corrisponde ai fatti.

Nel caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano abbiamo la costruzione di una storia inventata, che ha seminato panico, paure, tensioni nelle famiglie genovesi. C’è chi nel 1971 arrivò a chiedere e a manifestare, a Genova, per la pena di morte.

Lo stesso questore di Genova – al sera del ritrovamento del corpo di Milena in mare e dell’arresto di Bozano, il 20 maggio 1971 – definì Lorenzo Bozano un “immondo individuo”. E diede per certa la sua colpevolezza, prima del processo penale.

Un mio articolo sulla vicenda contesta la ricostruzione del caso che, l’11 agosto 2026, fa il Corriere della Sera, a 55 anni dal caso.

Puoi leggerlo qui: Milena Sutter e Lorenzo Bozano. Lo “stornel yballing” del Corriere della Sera.

Come filtrare le notizie dei giornali

Alla luce delle considerazioni fatte sin qui, e dei riferimenti a vicende di cronaca nera e giudiziaria, possiamo scrivere una lista di domande critiche da utilizzare per leggere i media.

È una piccola guida sia alla lettura dei media professionali, che alla lettura dei post e dei commenti sui social media.

Queste le domande da porci:

  • Qual è la fonte dell’informazione che stiamo leggendo? È autorevole, attendibile, presente oppure è assente?
  • Quanto viene detto nella notizia è un fatto? È circostanziato e preciso? Oppure il medium che dà la notizia resta sul vago?
  • Il racconto di un certo evento, attraverso la notizia sui media, segue un andamento logico? Oppure notiamo salti, contraddizioni e qualche cosa che non ci torna?
  • L’autore dell’articolo vuole convincerci di una certa tesi? Oppure espone i fatti, collega gli elementi di un caso e arriva in modo consequenziale alle conclusioni? I salti logici sono tra le spie da tenere sotto controllo
  • Chi è che controlla la testata giornalistica – o comunque il medium – dove viene pubblicata la notizia? La proprietà di un giornale, infatti, influenza la sua linea editoriale e quindi i contenuti

Una volta che acquisiamo, con un poco di esercizio, il metodo di lettura critica delle notizie, poi ci viene spontaneo applicarlo alle altre informazioni.

Se ci pensiamo bene, questa postura critica la assumiamo nella vita quotidiana. Ci capitano casi in cui – ascoltando una persona – qualche cosa “non ci convince”.

Ecco che la cronaca nera e giudiziaria, le notizie legate al crimine e alla sicurezza, sono l’occasione per formarci da soli a un uso consapevole dei media. Non è ancora media education strutturata, ma ci andiamo vicini.

Maurizio F. Corte

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Gli articoli non nascono sul nulla. Si basano su letture di alto profilo e su esperienze professionali e personali. Di seguito alcune delle fonti più importanti a cui l’autore si è rifatto.

Il lavoro di studio e analisi è supportato da un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale, addestrata dall’autore per questi articoli. Ecco i modelli di IA utilizzati: Notebook LM, Claude, Gemini, Manus.

  • Denis McQuail, Mark Deuze, Media & Mass Communication Theory, SAGE Publications, London, 2020.

  • Denis McQuail, Journalism and Society, SAGE Publications, London, 2013

  • N. Berning, Narrative Means to Journalistic Ends, VS Research, Wiesbaden, 2011

  • E. Goffman, Frame analysis, Northeastern Univ Pr, Boston, 1986

  • D. Machin – A. Mayr, How to do Critical Discourse Analysis, SAGE Publications, London, 2012

  • Nicholas Carah, Amy Dobson, Sungyong Ahn, Media & Society, SAGE Publications, London, 2024.

  • E. Sapiera, Understanding New Media, SAGE Publications, London, 2026

  • Nick Couldry, Andreas Hepp, The Mediated Construction of Reality, Polity Press, Cambridge, 2016.

  • Leighton Evans, Media Studies: Industries, Texts and Audiences, SAGE Publications, London, 2023.

  • Deana A. Rohlinger, Sarah Sobieraj, The Oxford Handbook of Digital Media Sociology, Oxford University Press, Oxford, 2022.

  • Michael Stevenson, Misha Kavka, Doing Media Research, SAGE Publications, Londra, 2023.

  • Stanley J. Baran, Dennis K. Davis, Mass Communication Theory (8th Edition), Oxford University Press, New York, 2020.

Il video con la lettura critica del Caso Sutter-Bozano

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